Le previsioni OCSE contenute nell’ultimo Economic Outlook hanno evidenziato una tendenza negativa dell’andamento economico nei prossimi anni, mettendo in luce un quadro economico globale in netto peggioramento, rispetto alle stime dell’anno scorso.
La situazione di estrema incertezza, in primo luogo politica, ma di conseguenza anche economica, è il principale freno ad una crescita economica stabile e robusta. Di fronte al contesto attuale caratterizzato, infatti, da elevate barriere commerciali, oltremodo condizionato da una situazione finanziaria restrittiva e da un sensibile calo della fiducia, le prospettive di crescita globale hanno subito un brusco rallentamento passando dal 3,3% nel 2024 al 2,9% sia nel 2025, che nel 2026 [1].
Una tendenza che può essere sintetizzata a livello pratico con quanto sta accadendo a livello economico, ma soprattutto politico, fra USA e UE. Il preoccupante tira e molla che si è venuto a creare negli ultimi mesi a seguito dell’introduzione dei dazi da parte dell’amministrazione Trump lo scorso aprile, non ha visto miglioramenti, ma anzi picchi di crisi, che hanno causato ripercussioni preoccupanti sui mercati.
È piuttosto evidente che aleggi all’interno delle Istituzioni europee un certo grado di frustrazione, ormai malcelata di fronte alle tendenze economiche, ma ancor di più verso il piglio politico imposto da Trump ad una guerra commerciale che rischia di fare solo vittime da entrambe le parti.
I negoziati condotti dal Commissario europeo al commercio Šefčovič non sembrano nemmeno un fallimento, ma stagnano in una situazione di totale inconcludenza figlia, in primo luogo, delle giravolte di Trump, che nella gran parte dei casi tendono a spiazzare anche i funzionari statunitensi impegnati nei negoziati, rendendo di fatto vani tutti gli sforzi.
Uno stato delle cose che appare tanto schizofrenico, quanto confusionario e che per il momento pare non trovare via d’uscita, al netto di quanto testimoniato negli scorsi giorni dal portavoce della Commissione europea responsabile per il commercio, Olof Gill, che aveva dato feedback positivi sui negoziati a livello tecnico, definendoli molto costruttivi, salvo poi fare subito marcia indietro a seguito dell’annuncio da parte di Trump del raddoppio dei dazi sull’acciaio e alluminio[2].
Una minaccia che è fortunatamente rimasta tale, visto che l’introduzione dei dazi al 50% su tutti i beni che sarebbe dovuta entrare in vigore dal primo giugno, chiudendo la finestra di sospensione di 90 giorni, è stata scongiurata dalla telefonata con la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, ma che allo stesso tempo ha fatto emergere ancora di più il nervosismo all’interno delle Istituzioni europee.
La percezione che la situazione si stia ulteriormente inasprendo è data in prima battuta dalla minaccia, per quanto ancora velata, da parte dell’UE, dell’introduzione di misure ritorsive ben prima della metà di luglio, data prevista fino alla quale le contromisure relative ai dazi sono congelate, in attesa di negoziati. Al momento, nel tavolo non solo è presente un primo pacchetto di misure ritorsive dal valore di 26 miliardi ai dazi del 25% su acciaio e alluminio imposti dall’amministrazione americana[3], ma anche un pacchetto ben più importante da 95 miliardi in caso di mancato raggiungimento di un accordo fra le parti[4].
Uno stallo che sta facendo pericolosamente avvicinare i negoziati al mese di luglio con le conseguenze che questo potrebbe generare al commercio globale e che testimonia il livello di fragilità ed insicurezza su cui versano i rapporti internazionali in questo momento. Una situazione che, come evidenziato, potrebbe repentinamente cambiare nelle prossime ore durante i negoziati di Parigi, anche se i precedenti degli ultimi mesi non fanno ben sperare.
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L'Autore
Tiziano Sini
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