La guerra in Sudan continua e colpisce nuove città

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  Emma Zurru
  14 maggio 2025
  6 minuti, 6 secondi

Dall’aprile 2023 in Sudan si sta consumando un conflitto civile estremamente sanguinoso, che colpisce gravemente la popolazione civile con uccisioni di massa, tenendo la metà della popolazione sudanese (circa 25 milioni di persone) in condizioni critiche di malnutrizione e di povertà: è definita la peggiore crisi umanitaria al mondo, oltre che il conflitto “dimenticato” (per alcuni, piuttosto, “ignorato”). Ad agosto 2024 nel campo profughi di Zamzam è stata ufficialmente dichiarata la carestia. I criteri per dichiararla sono rigorosi: accade quando un bambino su tre è malnutrito e quando ogni 24 ore muoiono di fame due adulti, oppure quattro bambini.

È molto difficile conoscere il numero preciso delle vittime di questa guerra perché, nelle parole della Direttrice generale della International Organization of Migration Amy Pope, “nessuno le sta contando”. Nonostante questo, le stime delle Nazioni Unite sono arrivate a parlare di 150.000 morti alla fine dell’anno scorso, ma da questo numero sono escluse le ultime ondate di combattimenti. Rispetto ai numeri degli sfollati, si contano quasi dodici milioni di persone.

Oggi infatti si è tornato a parlare di Sudan (per quanto – come da sempre – in misura ridottissima rispetto alla gravità della situazione) perché domenica 4 maggio il gruppo paramilitare Rapid Support Forces ha attaccato per la prima volta un centro abitato nel nord-est del paese, la città portuale di Port Sudan, capitale “di fatto” perché sede attuale del governo. L’attacco con droni ha colpito una centrale elettrica, lasciando la città senza elettricità e causando anche l’interruzione dell’erogazione dell’acqua. Altre zone, come il porto e un deposito di carburante, sarebbero state colpite.

Le origini di questo conflitto risalgono alla fine del governo ultratrentennale di Omar al-Bashir, al potere dal 1989 e destituito con la forza nel 2019. Quell’anno era scoppiata una grossa protesta popolare che chiedeva elezioni libere, ma a far cadere il governo era stato l’esercito, ribellatosi al presidente tradendolo e anticipando le proteste, con un effettivo colpo di stato. Le proteste sono continuate in quanto il capo della giunta militare era considerato ancora troppo vicino ad al-Bashir, e così i militari hanno sparato ai civili. Da allora, la gestione del potere è in mano ai militari e la violenza sui civili non ha fine.

Dopo la destituzione di al-Bashir, i militari promettono di voler costruire un governo democratico: al comando subentra l’ex capo di stato maggiore, Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, che forma il Consiglio sovrano formato da militari e civili. Il suo vicecapo era il generale Mohamed Hamdan Dagalo, l’uomo al comando delle forze armate paramilitari Rapid Support Forces.

Si tratta di forze speciali eredi dei Janjawid (nome che, a seconda delle interpretazioni, significherebbe «i demoni a cavallo» oppure «i delinquenti»), ovvero una milizia filogovernativa che aveva commesso le gravi stragi genocidarie negli anni 2000 nella regione del Darfur, terra nel sud del Sudan, per conto del presidente al-Bashir. Dagalo stesso era stato accusato di massacri e crimini contro l’umanità.

La popolazione del Darfur, diversamente del resto del Sudan, che è arabo, è composta di africani: nonostante siano entrambi musulmani, per la differenza etnica il governo centrale si è disinteressato a lungo della regione e ha trascurato ogni suo bisogno, dalle infrastrutture ai servizi, portandola ad una ribellione sedata con la violenza.

Nessuno dei due gruppi militari rappresentava la popolazione e il Consiglio non stava portando avanti le istanze delle manifestazioni del 2019. Entrambe le parti avevano promesso che avrebbero ridato il potere alla popolazione civile, e a dicembre 2022, su pressione internazionale, il governo ha stipulato un accordo con i gruppi democratici per una transizione di potere a una amministrazione civile e democratica.

Dagalo ha però opposto resistenza perché il patto prevedeva lo scioglimento delle RSF e la loro integrazione nell’esercito regolare; hanno allora avuto inizio scontri politici tra Dagalo e Burhan, il processo di democratizzazione è passato in secondo piano, e da politico lo scontro è diventato armato: il 15 aprile 2023 è esplosa la guerra civile.

Il conflitto iniziato nel 2023 è peggio di quelli del passato: le RSF sono ancora più violente, rastrellano le case, cercano armi tra i civili, usano lo stupro come arma di guerra; ma anche l’esercito non è esente dalle accuse di crimini di guerra. Il 16 aprile 2023 dovevano essere garantite alcune ore di cessate il fuoco, per permettere alla popolazione di procurarsi medicine e sfruttare i corridoi umani, ma la comunicazione non è arrivata a tutte le truppe nello stesso momento: molte persone sono state uccise mentre andavano a fare la spesa.

Un mese fa il conflitto ha compiuto due anni, e dopo una lunga fase di stallo durata fino al settembre del 2024, l’esercito regolare ha iniziato ad ottenere una serie di conquiste, arrivando a fine marzo di quest’anno a riprendere il controllo di Khartoum, la capitale formale del Sudan, assediata e divisa tra le due fazioni fin dall’inizio del conflitto.

Dagalo tuttavia, proprio nel giorno del secondo anniversario, ha annunciato la creazione di un governo parallelo a quello effettivo guidato da Buhran: “In occasione di questo importante anniversario, proclamiamo con orgoglio la creazione di un governo di pace e unità […] Questo governo rappresenta il vero volto del Sudan”, ha dichiarato.

Le forze paramilitari si sono spostate quindi ad ovest, tornando verso il Darfur che è quasi interamente controllato da loro: l’obiettivo è avanzare nel nord della regione, e da lì spostare il conflitto verso zone che per ora non erano state coinvolte con la stessa intensità delle aree meridionali.

Una prima concretizzazione di questo intento si è vista il 13 aprile 2025, quando hanno annunciato di aver preso il controllo del campo profughi Zamzam, vicino al capoluogo del Darfur settentrionale. Secondo le Nazioni Unite l’assalto ha portato alla morte di almeno quattrocento persone, e la fuga dal campo di circa 400mila (dati IOM).

Gli attacchi a Port Sudan dei giorni scorsi, ma anche a Kassala e la conquista di En Nahud, sono l’ultima prova di come questo conflitto non accenni a terminare e di come i due gruppi militari siano alla pari in termini di forze armate.

È del 8 maggio 2025 un rapporto di Amnesty International che ritiene gli Emirati Arabi Uniti corresponsabili per i crimini commessi dalle RSF: l’accusa è di fornire loro “quasi certamente” armi di sofisticata foggia cinese, individuate dall’analisi di video e foto degli scontri a Khartoum e nel nord del Darfur. Se fosse vero, gli Emirati avrebbero violato l’embargo sulle armi al Darfur e la legge internazionale. Le armi però non arrivano solo da lì: in un simile report dell’anno scorso era stata documentata la presenza di armi russe e turche.

Amnesty International ha lanciato una petizione globale per ottenere che il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite estenda l’embargo al Sudan nella sua interezza: l’appello appare ora ancora più urgente, visti gli ultimi sviluppi nelle altre città del Sudan.

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Emma Zurru

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Sudan Darfur Guerra civile crisi umanitaria Nazioni Unite