Le proteste in Georgia vanno avanti nonostante la repressione della polizia

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  Veronica Grazzi
  28 dicembre 2024
  3 minuti, 27 secondi

A fine novembre 2024 le proteste in Georgia si sono intensificate come risposta alla decisione del governo di sospendere i negoziati per l'adesione all'Unione Europea. Questa decisione ha provocato un'ondata di rabbia tra i cittadini, molti dei quali vedono l'integrazione europea non solo sul piano politico, ma anche come una via concreta per liberarsi dall'influenza russa e costruire istituzioni più trasparenti. Le tensioni erano già iniziate con accuse di brogli nelle ultime elezioni parlamentari. Molti osservatori locali e internazionali hanno denunciato irregolarità, tra cui manipolazione dei voti, pressioni sugli elettori e un conteggio dei risultati poco trasparente.

A un mese dall'inizio delle manifestazioni, queste continuano con una partecipazione costante nonostante la brutale repressione da parte della polizia. Migliaia di cittadini si radunano regolarmente nelle principali città, in particolare a Tbilisi, per esprimere il loro dissenso contro il governo. Alcune proteste contavano più di 100,000 partecipanti. Dopo aver fatto molta risonanza sulle testate internazinali più importanti, l’attenzione sulla Georgia era diminuita nelle ultime settimane nonostante le proteste abbiano mantenuto dimensioni importanti. Tuttavia, recentemente son state documentate le testimonianze di gravi abusi commessi dalle autorità in numerosi rapporti, tra cui quello di Amnesty International, che denuncia un trattamento brutale e inaccettabile nei confronti dei manifestanti.

Repressione e uso eccessivo della forza da parte della polizia

Le forze di polizia in Georgia hanno risposto alle proteste con una violenza sistematica e mirata che sta suscitando forti condanne da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Secondo un rapporto di Human Rights Watch, la polizia ha utilizzato proiettili di gomma, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua contro manifestanti pacifici, causando decine di feriti, alcuni dei quali in modo grave. Video e testimonianze raccolti sul campo mostrano agenti che colpiscono con manganelli persone già a terra o ammanettate, dimostrando un uso sproporzionato della forza.

Testimonianze riportano che alcuni manifestanti arrestati sono stati sottoposti a maltrattamenti durante la custodia, con percosse e intimidazioni fisiche e non hanno rispettato le procedure legali per le detenzioni. I giornalisti non sono stati risparmiati: molti hanno subito violenze fisiche, e in diversi casi le loro attrezzature sono state distrutte per impedire la documentazione degli abusi. La repressione non si è fermata alle strade: raid notturni nelle case di attivisti e oppositori politici hanno ulteriormente alimentato il clima di paura, con numerosi arresti arbitrari e senza mandato.

Secondo Human Rights Watch, le forze dell'ordine non si sono limitate a disperdere le proteste, ma hanno perseguito una strategia deliberata per soffocare ogni forma di dissenso. Ciò include il blocco dei percorsi di evacuazione per i feriti, un comportamento che non solo viola i diritti umani, ma dimostra una completa noncuranza per la sicurezza dei cittadini. A un mese dall'inizio delle proteste, oltre 460 persone sono state arrestate, tra cui molti giovani e leader della società civile, con l'obiettivo evidente di intimidire chiunque osi sfidare il governo.

Un mese di proteste: la volontà di cambiamento

Dopo un mese di proteste ininterrotte, la partecipazione resta alta, con cittadini di ogni età e provenienza che sfidano apertamente la repressione per chiedere un cambiamento reale. I manifestanti non chiedono più solamente il ripristino dei negoziati per l'adesione all'Unione Europea, ma esigono una trasformazione profonda del sistema politico, con riforme per rafforzare la trasparenza, l’indipendenza delle istituzioni e la protezione dei diritti umani.

Nonostante la violenza della repressione, molti manifestanti raccontano di trovare forza nel sostegno reciproco e nella crescente attenzione internazionale, che, seppur intermittente, ha dato maggiore visibilità alle loro istanze.

A livello internazionale, la solidarietà verso il movimento pro-democrazia si sta ampliando, con organizzazioni per i diritti umani, attivisti e persino alcuni governi che condannano le azioni repressive del governo georgiano. Tuttavia, sono i cittadini comuni a portare avanti gran parte della lotta, spesso rischiando la propria sicurezza per proteggere il sogno di una Georgia libera dall'oppressione e capace di guardare a un futuro rivolto verso l'Europa.

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L'Autore

Veronica Grazzi

Veronica Grazzi è originaria di un piccolo paese vicino a Trento, Trentino Alto-Adige ed è nata il 10 dicembre 1999.

Si è laureata in scienze internazionali e diplomatiche all’università di Bologna, ed è durante questo periodo che si è appassionata al mondo della scrittura grazie ad un tirocinio presso la testata giornalistica Il Post di Milano. Si è poi iscritta ad una Laurea Magistrale in inglese in Studi Europei ed Internazionali presso la scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento.

Grazie al Progetto Erasmus+ ha vissuto sei mesi in Estonia, dove ha focalizzato i suoi studi sulla relazione tra diritti umani e tecnologia. Si è poi spostata in Ungheria per svolgere un tirocinio presso l’ambasciata d’Italia a Budapest nell’ambito del bando MAECI-CRUI, dove si è appassionata ulteriormente alla politica europea ed alle politiche di confine.

Veronica si trova ora a Vienna, dove sta svolgendo un tirocinio presso l’Agenzia specializzata ONU per lo Sviluppo Industriale Sostenibile. È in questo contesto che ha sviluppato il suo interesse per l’area di aiuti umanitari e diritti umani, prendendo poi parte a varie opportunità di formazione nell’ambito.

In Mondo Internazionale Post, Veronica è un'Autrice per l’area tematica di Diritti Umani.

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Diritti Umani

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Georgia polizia repressione Diritti umani