Le spese per la difesa europea: tre ragioni per la cooperazione politica

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  28 marzo 2025
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A cura del Dott. Pierpaolo Piras, specialista di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS

Quanto costerebbe davvero all'Unione Europea difendersi da un'aggressione militare? Nell'immediato, questa domanda, naturalmente, ci fa pensare alla Federazione Russa, ma attualmente non possiamo più escludere molte altre possibilità, tra le quali la necessità, ancora potenziale, di dover difendere un territorio, ad esempio la Groenlandia, da un ex alleato.

Quanto costerebbe difendere l'Europa se aggiungessimo la necessità di difendere il Regno Unito, la Norvegia, la Turchia o persino il Canada, e qualsiasi altro paese della Nato disposto a mettere insieme le risorse per colmare il vuoto lasciato dal (oggi solo dichiarato) disimpegno degli Stati Uniti?

Esiste un modo intelligente per evitare dolorosi compromessi tra questo e, ad esempio, la spesa per l'assistenza sanitaria o l'istruzione? Sembra che le istituzioni dell'UE stiano finalmente "facendo qualcosa" (come l'ex primo ministro italiano Mario Draghi ha recentemente chiesto loro di fare). Le stesse potrebbero persino rompere il tabù di aumentare il debito comune per aumentare la spesa per gli appalti congiunti per la difesa.

Eppure, dai primi incontri sembra che un po’ tutti i paesi della Unione Europea stiano per lanciare un piano operativo-finanziario che potrebbe cambiare la sua natura stessa senza nemmeno affrontare la questione sulla sua fattibilità economica.

La risposta su come si potrebbe rifinanziare la difesa comune non è certamente venuta dalla precedente dichiarazione del Presidente della Commissione sul "riarmo dell'Europa" . Infatti, all'ultima riga di quella dichiarazione formale, viene ipotizzato l’enorme stanziamento di 800 miliardi di euro, anche se non è affatto chiaro come sia stata calcolata tale somma e ancora peggio mancano parecchie qualificazioni critiche. Il dibattito su quanto costi prevenire una guerra (che è un concetto molto diverso dal combatterla) è stato dominato da quella che potrebbero definirsi come la consueta fallacia della percentuale del prodotto interno lordo (PIL).

Nel 2014 (al momento dell'annessione forzata della Crimea da parte della Russia), i leader dei paesi della Nato concordarono di spendere almeno il 2% del loro PIL per la difesa (specificando che i benefici pensionistici per i veterani avrebbero dovuto essere inclusi). Tuttavia, entro il 2022, il rapporto complessivo per la spesa per la difesa della Nato si era, secondo le cifre ufficiali, ridotto dal 2,58% del PIL al 2,51% (grazie alla forte riduzione della percentuale di PIL versata dagli Stati Uniti). E, secondo l' Agenzia europea per la difesa , oggi l'UE sta spendendo circa 279 miliardi di euro annui, ovvero l'1,6% del suo intero PIL.

Molto probabilmente, la cifra di 800 miliardi di euro citata dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo comunicato è più semplicemente una stima di quanto frutterebbe aumentare tale spesa fino al 2% del PIL distribuito per ciascuno dei prossimi dieci anni. A volte i politici devono fare calcoli approssimativi, ma si potrebbe sostenere che in questo caso possa trattarsi di un problema ben più ampio. L'Europa, o meglio il Consiglio Atlantico, non si è ancora accinto a sviluppare una strategia politica su come spendere questo denaro aggiuntivo. Una strategia adeguata e credibile dovrebbe, infatti, partire da tre considerazioni tecniche chiave. Alle quali si potrebbe aggiungere la non meno importante anzi necessaria considerazione e avallo da parte della politica.

1. Spendere in modo intelligente è meglio che spendere tanto

Le tecnologie (compresa la recente tecnologia dell’intelligenza artificiale) stanno cambiando radicalmente l'equazione finale della spesa. I conflitti in Ucraina e a Gaza dimostrano che i droni sono ormai una delle chiavi principali della guerra moderna, non i costosissimi caccia d'attacco F35. Perché spendere miliardi per progettare, costruire e mantenere 2.500 F35 quando un drone delle dimensioni di un telefono cellulare può attraversare le linee nemiche senza essere in alcun modo notato e compiere sensibili distruzioni?

Il budget militare di Israele è un terzo di quello speso dall'Arabia Saudita, eppure domina il Medio Oriente perché il suo stato perpetuo di allerta conflittuale impone l’innovazione perpetua. La Russia spende meno della metà dei 27 stati membri dell'UE, ma ha molta più esperienza nella guerra obliqua esercitata con l'hackeraggio delle infrastrutture di altri paesi. L'UE spende circa quanto la Cina Popolare, ma questa investe più del doppio in ricerca e sviluppo diventando di conseguenza anche il più grande esportatore di droni al mondo.

2. Spendere insieme è più conveniente

Il Parlamento europeo stima che unendo i bilanci della difesa dei 27 Stati membri si libererebbero secondo le stime ufficiali 56 miliardi di euro (pari a un terzo di quanto raccoglierebbero i titoli di difesa proposti dalla Commissione).

Eppure la tendenza attuale sembra essere quella di spendere di più da soli che collegialmente. Secondo l'Agenzia europea per la difesa, l’ente ha più che raddoppiato la sua spesa per l’acquisizione delle nuove tecnologie digitali. Eppure la percentuale di questa spesa destinata a progetti congiunti tra stati membri è scesa dall'11% prima dell'invasione dell'Ucraina al 6,5% nel 2023.

3. Il prodotto nostrano improvvisamente sembra più sicuro

Qualsiasi difesa comune dovrebbe anche basarsi sull'acquisto del prodotto il più possibile europeo. Il jet da combattimento F35 costituisce un esempio emblematico in questo processo decisionale. La Danimarca ha accettato di acquistarne 27 (per una cifra di circa 3 miliardi di euro) ma con l'idea di posizionarne quattro in Groenlandia. Il problema è che, secondo l'ex presidente della conferenza sulla sicurezza di Monaco, Wolfgang Ischinger, non possono nemmeno decollare se per ipotesi venissero disattivati ​​da remoto dagli Stati Uniti. Ancora, la quota di equipaggiamento che le nazioni europee importano dagli Stati Uniti è aumentata enormemente negli ultimi cinque anni.

Occorre una nuova era per l'Unione Europea?

La difesa è probabilmente la questione più importante quando si parla dell'Europa del futuro. Essa offre per necessità un'opportunità concreta di colmare un divario tecnologico di valenza strategica. Spendere per la difesa nell'interesse dell'autoprotezione può produrre benefici a lungo termine che vanno ben oltre il campo dell’operatività militare. È stato spesso il caso che la ricerca militare portasse a grandi scoperte capaci di essere applicate nei servizi pubblici. Le innovazioni militari con la tecnologia dei droni o dell'intelligenza artificiale sui campi di battaglia odierni potrebbero portare a usi vantaggiosi anche in tempo di pace.

L'opportunità storica di trasformare sensibilmente le modalità con le quali l’UE si protegge potrebbe costringere a un radicale ripensamento non solo dei trattati UE vigenti ma anche della natura stessa dell'UE. L'idea della "coalizione dei volenterosi" potrebbe, in effetti, spingere l'Europa verso un'alleanza che da un lato non include, com’è tecnicamente possibile fare, alcuni dei suoi membri (come l'Ungheria) ma potrebbe virtuosamente includere non-membri ufficiali come il Regno Unito, la Norvegia e persino la Turchia.

In sintesi, i nuovi accordi dovranno essere pragmaticamente concepiti come virtuosamente flessibili. Gli europei hanno bisogno di molta più strategia, mentre ora si odono in gran parte annunci retorici e dotati di poca sostanza.

E abbiamo bisogno di molta più democrazia condivisa: dopo tutto, la difesa è una delle dimensioni che definiscono lo Stato: avere una politica di difesa comune in Europa potrebbe far sentire maggiormente le persone più come cittadini europei.

Ma ciò non può accadere senza coinvolgere i cittadini in un dibattito sempre più intenso, formativo e intelligente.

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