Al giorno d’oggi la maggior parte dei servizi digitali e prodotti tecnologici che usiamo quotidianamente, dai motori di ricerca al cloud storage, è progettata, prodotta e gestita da aziende informatiche che si trovano al di fuori dei confini del continente europeo. Secondo recenti stime, infatti, circa l’80% dei servizi digitali utilizzati in Europa è gestito da multinazionali extracomunitarie di cui Amazon, Microsoft e Google rappresentano la quota di mercato più grande. La situazione appare ancora più allarmante se si considera che solamente il 10% dei semiconduttori impiegati a livello globale è prodotto all’interno della UE mentre quasi l’80% dei fornitori chiave delle aziende europee si trovano in altri continenti.
Questa dipendenza strutturale, nota ormai da decenni agli amministratori europei, è recentemente tornata al centro del dibattito politico. Già nel rapporto sullo stato dell’economia europea stilato dall’ex Presidente della BCE Mario Draghi, era stata evidenziata la necessità improrogabile di ridurre il ricorso alle rotte di approvvigionamento estere in modo da stabilizzare e rinforzare le fondamenta dell’industria europea e, al tempo stesso, favorirne la crescita così da colmare il divario con le altre superpotenze economiche mondiali. Inoltre, i recenti conflitti hanno mostrato concretamente, come mai prima d’ora, i rischi a cui siamo esposti a causa della nostra forte dipendenza. In un contesto geopolitico sempre più instabile, in cui anche le alleanze storiche più strategiche sembrano vacillare, è diventata ormai chiara la necessità di rivedere profondamente l’esposizione del nostro continente che ad oggi è incautamente concentrata nelle mani di pochi altri paesi che non ci lasciano padroni del nostro destino.
La chiusura dello Stretto di Hormuz, con tutte le conseguenze economiche che abbiamo subito, e le continue minacce finanziarie da parte degli Stati Uniti hanno spinto i Paesi dell’Unione a tentare un nuovo approccio con rinnovata compattezza e desiderio di cambiamento. Gli obiettivi che l’Unione Europea vuole promuovere negli anni a venire sono quindi quelli di ottenere una maggiore sovranità tecnologica internalizzando le catene produttive dei componenti più strategici e di rafforzare il mercato interno puntando a una più solida competitività sui mercati globali nel lungo periodo.
Le quattro direttrici del piano di Bruxelles
Proprio per questo scopo, il 3 giugno 2026 la Commissione europea ha presentato il Pacchetto per la Sovranità Tecnologica europea, un insieme di misure legislative e strategiche finalizzate a rafforzare l’autonomia digitale dell’Unione focalizzandosi su quattro aree essenziali: semiconduttori, intelligenza artificiale, infrastrutture cloud e open source. In occasione della conferenza stampa di presentazione la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dichiarato: “Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono in funzione i nostri ospedali, le nostre reti energetiche stabili e i nostri servizi sicuri. Si tratta di proteggere i nostri cittadini, difendere i nostri interessi e fare le nostre scelte. L’Europa ha il talento, l’eccellenza della ricerca, la base industriale e il mercato unico. Insieme, dobbiamo trasformare questi punti di forza in sovranità tecnologica.” Il pacchetto annunciato dalla Commissione, composto dalle proposte legislative “Chips Act 2.0” e “Cloud and AI Development Act”, si pone come obiettivo il sostegno per la ricerca e lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia nel campo dell’intelligenza artificiale.
Chips e Cloud: i due pilastri di una nuova Europa
Il Chips Act 2.0 aggiorna la precedente proposta legislativa varata nel 2023 che, nonostante le ingenti sovvenzioni pubbliche, non è riuscita nell’intento sperato dai legislatori di riportare in Europa una significativa quota di produzione dei semiconduttori. Con questa nuova proposta, l’Europa cambia strategia stimolando la domanda di semiconduttori nella convinzione che l’offerta aumenterà di conseguenza: le procedure di rilascio dei permessi per nuovi impianti saranno velocizzate e verrà introdotta un’etichetta di eccellenza per le regioni europee più produttive in questo ambito, avvicinando così la filiera dei microprocessori a settori in espansione come i data center e gli impianti di IA.
Per quanto riguarda il settore delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI Development Act si propone di triplicare le capacità dei data center europei nei prossimi cinque o sette anni introducendo anche un sistema a quattro livelli per la sovranità digitale che gli enti pubblici dovranno tenere in considerazione in fase di acquisto di servizi cloud. Il livello più alto, riservato ai settori più strategici come difesa e sanità, escluderebbe di fatto le aziende non europee dagli appalti pubblici. Il motivo alla base di questo limite assai stringente è legato alla strategia della Commissione di riportare interamente il controllo su queste tipologie di dati all’interno di server collocati sul territorio europeo. Il rischio che si corre lasciando la conservazione di questi dati così sensibili in mano ad aziende extracomunitarie è quello di essere esposti costantemente a un possibile scenario di “kill switch” in cui l’azienda proprietaria dei server scelga di interrompere l’accesso a informazioni essenziali per ospedali e operazioni di sicurezza e militari. Una simile eventualità, che potrebbe sembrare quasi irrealistica considerando che la maggior parte dei data center in Europa è controllata da aziende di paesi storicamente alleati come gli Stati Uniti, è in realtà molto concreta e attuale. Un forte segnale d’allarme è infatti arrivato di recente quando, dopo la condanna da parte della Corte penale internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per le operazioni militari condotte a Gaza, l’amministrazione statunitense ha imposto sanzioni ad alcuni membri della Corte escludendoli dai servizi digitali americani come Visa, Amazon e Uber.
La realizzazione di un’infrastruttura digitale interamente proprietaria e controllata dall’Unione Europea appare quindi essenziale, strategica e quantomai necessaria nell’immediato futuro. Per realizzare un simile progetto e avviare il processo di rafforzamento della sovranità tecnologica europea saranno necessarie ingenti quantità di capitali che la Commissione propone di fornire attraverso due possibili strade. La prima sarebbe quella di istituire un fondo sovrano d’investimento che acquisirebbe quote in società chiave dell’energia, delle biotecnologie e della moderna tecnologia. La seconda, invece, consentirebbe alla Commissione di agire come unico soggetto acquirente di servizi cloud, IA e software per conto degli Stati membri che dovrebbero però assegnare una quota del 25% degli appalti nel settore alle PMI innovative.
Il cammino verso l’indipendenza e la sovranità digitale europea è appena cominciata. Il pacchetto di incentivi di Bruxelles non basterà da solo a colmare il divario con le superpotenze tecnologiche d’oltreoceano, ma costituisce un passo importante nel trasformare la sovranità digitale da concetto astratto a una reale politica industriale.
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L'Autore
Jacopo Biagi
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