Pfizergate: La Commissione Europea condannata per mancanza di trasparenza

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  Susanna Fazzi
  27 maggio 2025
  5 minuti, 2 secondi

Bruxelles, 14 maggio 2025 - Il Tribunale Europeo di Lussemburgo ha emesso una sentenza che mette un punto al caso noto come “Pfizergate”, coinvolgendo la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il CEO di Pfizer, Albert Bourla. Questo episodio riporta al centro del dibattito pubblico il tema dell’etica e della trasparenza istituzionale nell’era digitale, sollevando interrogativi sull’effettiva applicazione delle norme europee. In gioco, infatti, non vi è solo la reputazione di Von der Leyen, ma anche la fiducia dei cittadini europei nella loro governance.

La vicenda ha origine nella primavera del 2021, in piena emergenza COVID-19: tra i ritardi nella fornitura dei vaccini da parte di diverse case farmaceutiche e l’emergere di effetti collaterali — seppur molto rari — associati ad alcune dosi, il mondo intero si trovava in una situazione critica. In risposta, l’esecutivo dell’UE ha deciso di avviare una trattativa straordinaria e parallela con l’azienda farmaceutica statunitense Pfizer-BioNTech. Secondo quanto riportato dal New York Times e confermato in un’intervista dalla stessa Von der Leyen, la Presidente avrebbe negoziato informalmente un accordo con Bourla tramite uno scambio di SMS per velocizzare l’iter.

Il contratto finale, firmato nel maggio 2021, prevedeva la fornitura di fino a 1,8 miliardi di dosi vaccinali — distribuiti in due tranches — per un valore stimato di circa 35 miliardi di euro: una cifra colossale, giustificata dalla volontà di immunizzare velocemente l'intera popolazione europea. Tuttavia, l’entità dell’accordo e le modalità con cui è stato negoziato hanno subito suscitato critiche e perplessità: com’era possibile che un accordo di tale portata potesse nascere da uno scambio di messaggi personali?

L'anno successivo, Alexander Fanta — giornalista d’inchiesta — decise di inoltrare una richiesta formale alla Commissione per accedere e pubblicare i messaggi intercorsi tra Von der Leyen e il CEO di Pfizer, nel periodo tra gennaio 2021 e maggio 2022, invocando il Regolamento (CE) n. 1049/2001. Tale disposizione stabilisce un principio di massima trasparenza istituzionale, attribuendo ai cittadini e ai residenti dell’UE il diritto di accedere a un’ampia gamma di documenti ufficiali, previa richiesta motivata. La Commissione respinse l’istanza, affermando di non possedere i documenti richiesti e definendo gli stessi come “effimeri”, quindi non soggetti agli obblighi formali di registrazione. Questo rifiuto innescò il dibattito pubblico e portò all’avvio di un contenzioso legale che ha coinvolto direttamente il Tribunale dell’Unione Europea e, indirettamente, il fragile equilibrio tra trasparenza, responsabilità politica e gestione dell’emergenza.

Con la sentenza T-36/23, pronunciata pochi giorni fa, la Corte dell’UE ha annullato la decisione della Commissione, ritenendo che quest’ultima abbia violato il “Regolamento 1049/200” sull’accesso ai documenti pubblici.

In particolare, la Corte ha evidenziato come la Commissione abbia fornito giustificazioni imprecise, contraddittorie e non sufficientemente documentate, al contrario dei giornalisti del New York Times, che hanno invece presentato elementi coerenti e rilevanti a supporto della richiesta avanzata e a dimostrazione dell’esistenza degli SMS tra Von der Leyen e Bourla. La Commissione non avrebbe inoltre fornito spiegazioni credibili sul perché non possedesse più i messaggi “incriminati” e perché li considerasse “non rilevanti” ai fini dell’indagine, nonostante essi riguardassero un contratto pubblico di valore miliardario. 

In merito, la sentenza della Corte ribadisce che qualsiasi comunicazione riguardante l’attività istituzionale europea, comprese quelle via SMS, deve essere considerata “documento ufficiale” e, in quanto tale, potenzialmente accessibile al pubblico.

In sintesi, il Tribunale UE ha stabilito che anche gli strumenti digitali di comunicazione, se utilizzati nel contesto dell’attività amministrativa, devono essere soggetti agli obblighi formali di registrazione e trasparenza: l’esecutivo europeo, non riconoscendo la rilevanza dei messaggi e non documentando in modo adeguato la loro archiviazione, ha agito in violazione del "principio di buona amministrazione", pilastro fondamentale del suo mandato.

Poche ore dopo la sentenza, un portavoce della Commissione ha dichiarato che Bruxelles “prende atto” della sentenza e che “valuterà i prossimi passi”, lasciando aperta la possibilità di fare appello alla Corte di Giustizia dell’UE entro due mesi.

Anche la risposta della società civile è stata immediata. Transparency International ha definito la sentenza “una vittoria per la democrazia” e ha sollecitato l’aggiornamento delle prassi documentali europee, sulla base delle evidenti trasformazioni verificatesi negli ultimi vent’anni. Anche Access Info Europe ha sottolineato l’urgenza di includere formalmente le comunicazioni digitali — tra cui SMS ed e-mail private — all’interno del sistema di archiviazione europeo. Il Mediatore Europeo, inoltre, ha sottolineato come la sentenza della Corte ribadisca ancora una volta il dovere delle istituzioni di “conservare sempre [...] la documentazione relativa alla loro attività”

Questo caso ha il potenziale di trasformarsi in un precedente significativo, soprattutto rispetto alle modalità di gestione dei principi di trasparenza nel contesto digitale contemporaneo. Sembrerebbe infatti che la sentenza abbia già dato il via ad un processo di revisione normativa: alcuni giuristi hanno suggerito una modifica del “Regolamento 1049/2001” — che contiene una definizione di “documento” ormai obsoleta — per includere esplicitamente le comunicazioni digitali all’interno di ciò che viene considerato “documentazione ufficiale”.

Più che un semplice scandalo politico, il “Pfizergate” mette in luce le tensioni che emergono tra l’efficienza amministrativa richiesta in situazioni emergenziali — come quella pandemica — e il rispetto delle regole fondamentali dello Stato di diritto. Se, da un lato, la Commissione UE ha mostrato una grande capacità di reazione durante la pandemia, dall’altro, la crisi non può essere utilizzata come giustificazione per eludere la trasparenza.

La sentenza del 14 maggio 2025 potrebbe dunque rappresentare un punto di svolta: un’occasione per riformare in modo strutturale le modalità con cui le istituzioni europee documentano, conservano e rendono accessibili le proprie decisioni, rafforzando così il legame di fiducia con i propri cittadini.

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L'Autore

Susanna Fazzi

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Europa

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Unione Europea Von der Leyen Covid19 Governance Commissione Europea giustizia