A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS
Nel contesto attuale delle relazioni internazionali, risulta particolarmente stimolante osservare la complessa e mutevole trama che caratterizza i rapporti tra Stati Uniti e Cina Popolare. Queste due superpotenze, impegnate in un fitto intreccio di rivalità economiche, tecnologiche e strategiche, si contendono la leadership globale in un mondo segnato da una rapida e complessa trasformazione.
Lo sguardo degli analisti si sofferma spesso e con attenzione sugli effetti a catena che le loro decisioni potrebbero produrre non solo a livello bilaterale, ma anche sulle dinamiche geopolitiche globali.
Da un lato, l’ascesa della Cina, con il suo modello di sviluppo ancora di tipo ibrido e la crescente influenza della sua politica estera assertiva sulla scena internazionale, rappresenta un eloquente banco di prova per la capacità di adattamento e di risposta manifestate dagli Stati Uniti.
Dall’altro, Washington appare costretta ad affinare le proprie quanto molteplici strategie, andando costantemente incontro alla ricerca di un fragile equilibrio tra il protezionismo della propria economia e la cooperazione proficua con le altre, USA compresi, tra la difesa dei propri interessi con il doveroso riguardo verso la necessità di mantenere quanto basta la stabilità globale.
In questo scenario, analizzare le decisioni e le posture adottate da entrambe le parti diventa essenziale per comprendere non solo la natura della competizione, ma anche le possibili traiettorie che il confronto potrà assumere nei prossimi anni.
Nella sala ovale...
A Washington è ormai opinione comune che la competizione strategica con la Cina rappresenti la sfida più grande e complessa a cui gli Stati Uniti e l’intero Occidente si trovano di fronte nel XXI secolo. Questa visione si è radicata tra analisti, politici e rappresentanti delle istituzioni, creando un raro consenso trasversale che abbraccia tutte le principali correnti politiche americane e non solo.
Più che una semplice rivalità economica o militare, la relazione con la Cina Popolare viene percepita come un confronto sistemico, capace di ridefinire gli equilibri globali pure nei decenni a venire.
La posta in gioco supera di gran lunga la sola supremazia commerciale o tecnologica: in ballo vi sono infatti modelli di governance alternativi, approcci sensibilmente divergenti sui diritti civili e umani, e una diversa visione dell’ordine internazionale.
La Cina, con la sua crescita incessante, la capacità di proiettare la propria influenza attraverso la (non ancora completata) Belt and Road Initiative e la padronanza delle tecnologie emergenti, sfida l’America non soltanto sul piano della potenza, ma anche su quello della narrazione globale.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, sono chiamati a ripensare strumenti e strategie, evitando il rischio di sottovalutare o, al contrario, di demonizzare il concorrente asiatico.
In questo clima, ogni scelta compiuta dalla Casa Bianca viene soppesata con estremo rigore: politiche sui dazi, restrizioni tecnologiche, alleanze strategiche e iniziative diplomatiche sono tutte mosse inserite in una più ampia e difficile partita a scacchi, dove ogni pedina può fare la differenza. Il confronto tra Stati Uniti e Cina, dunque, non è solo la storia di una rivalità tra potenze, ma il racconto moderno di un mondo in trasformazione, in cui la leadership, la stabilità e il futuro stesso della comunità internazionale sono messi alla prova come mai prima d’ora.
Questo spiega perché ci sia stata così tanta continuità tra le politiche adottate da Trump nel suo primo mandato e quelle perseguite dall’amministrazione di Joe Biden. Sebbene cambino i protagonisti e le sfumature della retorica, l’essenza della postura statunitense verso la Cina resta ancora saldamente ancorata a una visione di competizione soprattutto strutturale e per lo più di lungo periodo.
Entrambi i presidenti hanno riconosciuto l’urgenza di contrastare le pratiche cinesi considerate come scorrette, come il trasferimento forzato di tecnologia altrui, il sostegno statale alle imprese e la chiusura del mercato interno ai beni e finanziamenti stranieri.
Tuttavia, ciò che distingue le rispettive strategie non è tanto tali finalità, quanto il metodo utilizzato.
Trump ha scelto un approccio più diretto e spesso unilaterale, fatto di guerre commerciali, tariffe punitive e dichiarazioni roboanti, mettendo in discussione persino il ruolo degli alleati tradizionali.
Biden, invece, ha privilegiato la costruzione di una coalizione internazionale, puntando su alleanze consolidate e nuove partnership con altri Stati, per rafforzare la posizione globale degli Stati Uniti e rendere più vasta ed efficace la pressione su Pechino.
Questa continuità – accompagnata da significative differenze di stile e di impostazione – rivela quanto la sfida posta dalla Cina abbia trasformato in profondità il consenso politico americano, rendendo la rivalità con Pechino un tema trasversale e ineludibile nell’agenda di Washington.
La distinzione tra le strategie di Biden e quelle del suo predecessore, Donald Trump, appare particolarmente significativa nel modo in cui gli Stati Uniti hanno scelto di affrontare la crescente influenza della Cina Popolare.
In primis, la presidenza di Joe Biden ha optato per un approccio multilaterale e calibrato, inteso non solo a contenere l’ascesa della Cina, ma anche a rafforzare la posizione degli Stati Uniti attraverso la cooperazione internazionale.
Biden ha compreso che la sfida con Pechino non può essere vinta in solitaria: per questo, ha lavorato instancabilmente per ricostruire e consolidare relazioni con alleati storici, come l’Unione Europea, il Giappone, l’Australia e la Corea del Sud, e per tessere nuove alleanze strategiche in ambiti chiave come le super tecnologie, la sicurezza e la transizione energetica nel sistema mondiale.
Sotto la sua guida, le restrizioni sulle esportazioni di tecnologie sensibili, come i semiconduttori avanzati e l’intelligenza artificiale, sono state accompagnate da un dialogo serrato e costruttivo con i partner internazionali.
L’obiettivo è quello di creare un fronte compatto in grado di limitare l’accesso della Cina a risorse strategiche e di contrastare pratiche considerate scorrette, come i sussidi statali o il trasferimento forzato di know-how industriale.
Questa strategia punta non soltanto a difendere gli interessi immediati degli Stati Uniti, ma anche a fornire un modello alternativo di governance globale, fondato sulla trasparenza, la tutela dei diritti e la cooperazione tra democrazie.
Nel contempo, la postura di Biden si è distinto per una maggiore attenzione ai rischi di una escalation incontrollata. Pur mantenendo una linea ferma sulle questioni più sensibili, come Taiwan e il Mar Cinese Meridionale, l’amministrazione statunitense ha lasciato sempre aperto un canale di dialogo con Pechino, consapevole che la stabilità internazionale dipende anche dalla capacità delle due superpotenze di gestire le divergenze in modo sempre responsabile.
Questo approccio, che unisce fermezza e pragmatismo, contrasta nettamente con la postura adottata da Trump, più improntata al confronto diretto e spesso alla rottura con i partner tradizionali.
Biden, invece, ha scelto di fare della coalizione internazionale il suo punto di forza, elevando la sfida con la Cina a una dimensione realmente globale e ponendo le basi per una nuova leadership americana nel mondo.
Al contrario, la strategia adottata da Donald Trump si è distinta per un approccio marcatamente conflittuale e diretto nei confronti della Cina, che ha spesso trasceso i confini del mero confronto economico.
Il metodo di Trump
Trump ha scelto di privilegiare l’imposizione di dazi e barriere tariffarie, dando vita a una vera e propria guerra commerciale che ha avuto marcate ripercussioni su scala globale. Questo metodo, fortemente improntato all’unilateralismo e alla retorica “muscolare”, ha portato Washington ad assumere decisioni drastiche, talvolta senza consultare o coinvolgere i tradizionali alleati occidentali, minando così la coesione del fronte internazionale.
L’assenza di una strategia multilaterale ha reso più difficile per gli Stati Uniti consolidare una risposta compatta e coordinata alle pratiche cinesi ritenute sleali, come i sussidi statali alle imprese o la chiusura del mercato interno. Inoltre, il tono spesso polemico e imprevedibile della presidenza Trump ha contribuito a un clima di incertezza nei rapporti diplomatici, accentuando la volatilità dei mercati e la diffidenza tra le grandi potenze.
In questo scenario, il confronto con la Cina è apparso meno come una sfida condivisa dalla comunità internazionale e più come un braccio di ferro personale tra leader, in cui l’obiettivo finale di Trump rimane attualmente poco chiaro.
L’obiettivo finale di Trump nella politica estera statunitense nei confronti della Cina rimane tuttora ancora avvolto da una certa ambiguità, lasciando spazio a interpretazioni e valutazioni contrastanti.
Da un lato, la sua amministrazione ha adottato misure drastiche e senza precedenti, come l’imposizione di dazi per l’equivalente di centinaia di miliardi di dollari di beni cinesi e l’avvio di una retorica dai toni ostile che ha polarizzato l’attenzione e l’opinione pubblica globale.
Tuttavia, dietro questa apparenza di fermezza e determinazione si cela una strategia che, spesso, sembra più orientata alla ricerca più di vantaggi immediati e alla soddisfazione del consenso politico interno piuttosto che a una visione virtuosa di lungo periodo per la sicurezza e la prosperità americana.
La mancanza di un quadro strategico ben definito ha reso arduo per alleati e osservatori comprendere la reale direzione della politica statunitense sotto Trump.
Più che un piano articolato per rispondere all’ascesa cinese, le sue azioni hanno dato l’impressione di un confronto personale tra leader, dove il pragmatismo si mescolava spesso all’imprevedibilità.
In questo scenario, il rapporto tra Stati Uniti e Cina si è caricato di tensioni senza precedenti, ma anche di incertezze, lasciando irrisolta la domanda su quale fosse davvero la meta ultima della strategia trumpiana nella rivalità con Pechino.