Introduzione
Il Messico si prepara a celebrare il 2025 come “Anno delle donne indigene”, riconoscendo ufficialmente il loro ruolo centrale nella società nazionale. La decisione del Governo di Claudia Sheinbaum Pardo, la prima presidente donna del Paese, arriva pochi mesi dopo l’approvazione da parte del Senato, a fine settembre 2024, di una riforma costituzionale a tutela dei popoli originari. Questa legge eleva a rango costituzionale i diritti delle comunità indigene e afro-messicane, obbligando lo Stato a garantire la loro cultura, identità e organizzazione autonoma.
Il Messico ha già ratificato importanti accordi internazionali: la Convenzione ONU CEDAW (1979) contro le discriminazioni di genere, la Convenzione ILO 169 sui popoli indigeni (1990) e la Convenzione di Belém do Pará sulla violenza contro le donne. Esistono inoltre leggi nazionali specifiche (come quella sull’accesso a una vita libera dalla violenza) che ampliano formalmente le tutele per le donne e i popoli originari.
Una doppia discriminazione
Nonostante questi avanzamenti legislativi, la condizione di vita delle donne indigene rimane segnata da profonde disuguaglianze. Come osserva la stampa internazionale, queste donne subiscono una “doppia discriminazione”: da un lato per il loro genere e dall’altro per la loro etnia.
I dati lo confermano: secondo l’ultimo rapporto di IWGIA, oltre il 64% delle donne indigene in Messico è analfabeta, un livello di istruzione estremamente basso. L’occupazione femminile indigena è anch’essa molto bassa: appena il 17,7% delle donne indigene risulta attivo sul mercato del lavoro, contro il 22,9% delle donne non indigene. Sul fronte della violenza, quasi 6 indigene su 10 hanno subito abusi psicologici, fisici o sessuali. Gli effetti sanitari di tali condizioni sono gravi: il tasso di mortalità materna tra le donne indigene raggiunge l’11,2% del totale delle gravidanze, a fronte di risorse sanitarie scarse e non interculturali.
Queste statistiche illustrano il profondo gap tra i diritti teoricamente riconosciuti e la realtà concreta. Come sottolinea un rapporto ONU, le donne e ragazze indigene in America Latina affrontano “livelli di violenza sproporzionatamente elevati” rispetto alla popolazione generale. In Messico, organizzazioni femministe indigene denunciano quotidianamente il razzismo istituzionale: come riportato da alcune attiviste, persino negli ospedali spesso sono maltrattate perché “praticano la medicina tradizionale” o indossano gli abiti tipici delle loro comunità.
Va notato inoltre che in molte regioni rurali la povertà e l’isolamento aggravano questa marginalità, come evidenziato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, che segnala difficoltà di accesso ad acqua potabile, sanità e istruzione.
Dal Governo messicano
In questo contesto, le donne indigene sono protagoniste di movimenti sociali e richieste di giustizia. Ad esempio, gruppi come l’Organización Nacional de Mujeres Indígenas Autónomas y Afromexicanas (ONAMIAP) spingono per una partecipazione attiva nei processi decisionali e per i diritti previsti. Anche a livello internazionale, le leader indigene chiedono che ogni provvedimento sulle loro vite sia assunto previo confronto con loro.
Dall’altra parte, il Governo federale ha avviato nuovi programmi di sostegno. La presidente Sheinbaum ha ribadito più volte l’impegno a mettere le donne originarie “al centro” delle politiche pubbliche, riconoscendo che molte di loro, ad esempio migranti lavoratrici domestiche o rurali, restano oggi “invisibili” alle istituzioni.
A novembre 2024 il Governo ha lanciato nuovi Piani di Giustizia e Sviluppo Integrale per i popoli indigeni, nei quali è prevista assistenza speciale alle donne artigiane e tessitrici. Come dichiarato dalla stessa Sheinbaum, “le donne indigene devono essere parte della costruzione” di questi Piani, in linea con quanto sancito dall’articolo 2 della Costituzione.
Sul fronte delle istituzioni locali, Città del Messico e alcuni Stati, in collaborazione con ONG e istituti di ricerca, stanno potenziando programmi di alfabetizzazione, salute interculturale e microcredito. Parallelamente, organismi come il Comitato per la Prevenzione e l’Eliminazione della Discriminazione (COPRED) mettono in luce ogni anno le persistenti “brecce di genere”.
Nonostante tutto, la strada da percorrere resta lunga. Le cifre sociali dimostrano un forte ritardo nei risultati concreti: la recente nomina del 2025 come "Anno delle donne indigene" e le promesse di politiche mirate da parte dello Stato rappresentano, teoricamente, un riconoscimento formale della questione; spetterà alla società civile e alle nuove generazioni indigene vigilare affinché questi annunci si traducano in diritti realmente goduti, eliminando la discriminazione intersezionale che le spinge ai margini.
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2025
Condividi il post
L'Autore
Alessia Boni
Alessia Boni è originaria di Modena, Emilia-Romagna ed è nata il 13 giugno 1998. Ha una profonda passione per la politica internazionale, l'economia, la diplomazia, le questioni ambientali e i diritti umani.
Alessia ha conseguito una laurea in Relazioni internazionali e Lingue straniere, con un semestre trascorso come studentessa di scambio per il programma Overseas in Argentina presso l'Universidad Austral de Buenos Aires, dove ha sviluppato il suo profondo interesse per l'America Latina.
Categorie
Tag
Messico popoli indigeni popoli originari donne indigene America Latina America Latina e Caraibi diritti costituzionali