Translated by: Ramona Orefice
Gli Stati Uniti hanno nuovamente violato il fragile cessate-il-fuoco il 26 maggio 2025, conducendo attacchi contro siti missilistici e imbarcazioni battenti bandiera iraniana nell’area strategica dello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici e commerciali del pianeta. Washington ha giustificato l’operazione sostenendo di aver agito per proteggere le proprie truppe stanziate nella regione dalle unità iraniane, accusate di voler posizionare mine lungo lo stretto per minacciare la sicurezza della navigazione internazionale. Tra le aree colpite figura la provincia di Hormozgan, mentre da Teheran è arrivata una dura reazione politica e militare.
Il comandante della Forza Aerospaziale dei Guardiani della Rivoluzione, Seyed Majid Moosavi, ha definito vani i colloqui con il nemico, ribadendo tuttavia che le forze iraniane restano pienamente pronte a una risposta immediata qualora i raid dovessero proseguire. Le dichiarazioni di Moosavi riflettono il crescente scetticismo interno all’apparato di Teheran nei confronti del dialogo con Washington, soprattutto a seguito di prolungati bombardamenti alternati a tentativi diplomatici. La dinamica sembra infatti riproporre lo schema che ha già caratterizzato la crisi negli ultimi mesi: annunci di intese imminenti seguiti da nuove escalation militari che finiscono per rinviare i tavoli diplomatici.
Sul piano delle trattative, la figura incaricata di guidare il confronto resta Mohammad Baqr Qalibaf, presidente del Parlamento iraniano e principale interlocutore della Repubblica Islamica nel dialogo con gli Stati Uniti. Qalibaf si trovava a Doha, in Qatar, per una serie di consultazioni con le autorità locali nel tentativo di ottenere lo sblocco di circa 24 miliardi di dollari appartenenti a fondi iraniani congelati all’estero. Secondo fonti vicine ai corridoi diplomatici, proprio il rilascio di queste risorse economiche rappresenterebbe uno degli elementi decisivi per accelerare la finalizzazione di un memorandum d’intesa tra Washington e Teheran.
Il Qatar sta assumendo un ruolo sempre più centrale come mediatore. Doha teme infatti che una fiammata di violenza nello Stretto di Hormuz possa compromettere non soltanto la sicurezza del Golfo Persico, ma anche il traffico energetico globale, da cui dipende gran parte della stabilità economica dell'area. La chiusura o il blocco dello snodo provocherebbero conseguenze immediate sui mercati internazionali, facendo impennare i prezzi del petrolio, del gas e dei trasporti marittimi. Per questo motivo, le monarchie del Golfo stanno intensificando gli sforzi diplomatici per evitare che il confronto degeneri in una guerra aperta.
Il quadro che si sta delineando attorno alla possibile conclusione delle ostilità coinvolge però l’intero assetto geopolitico del Sud-Ovest asiatico. Tra le condizioni avanzate nel corso dei colloqui vi sarebbe anche l’adesione del Pakistan e dell’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo, il processo promosso dagli Stati Uniti per favorire la normalizzazione delle relazioni tra Israele e diversi Paesi musulmani. Secondo quanto dichiarato dal presidente statunitense Donald Trump, l’allargamento del trattato servirebbe sia ad attenuare le tensioni sia a ottenere un ridimensionamento del programma nucleare iraniano. La proposta statunitense, tuttavia, ha già incontrato alcune resistenze. Il Pakistan ha reso noto di non voler aderire al progetto, sottolineando la necessità di mantenere separati i tavoli con l’Iran dalle questioni legate alla normalizzazione delle relazioni con Tel Aviv. Nonostante ciò, diversi osservatori ritengono che Trump stia cercando di presentare l’intesa con Teheran come un’estensione politica degli Accordi di Abramo, trasformando il potenziale successo in una vittoria diplomatica spendibile sul piano interno statunitense.
Parallelamente, resta centrale il ruolo di Israele e di Hezbollah nello scacchiere mediorientale. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intensificazione delle operazioni militari nel sud del Libano, contribuendo ad aumentare il rischio di un allargamento del conflitto su più fronti. Secondo diversi analisti, Tel Aviv starebbe cercando di esercitare una pressione indiretta sulle trattative tra Stati Uniti e Iran proprio attraverso l’escalation libanese, nel timore che un eventuale compromesso possa rafforzare l’influenza iraniana nella regione.
Le tensioni sono alimentate anche dalle divisioni interne al governo israeliano. Figure come il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il Ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir, esponenti dell’ala più radicale della coalizione di Netanyahu, continuano a sostenere una linea oltranzista sia contro Hezbollah sia contro l’Iran, rifiutando qualsiasi accordo che possa ridurre la superiorità strategica dello Stato ebraico.
In questo scenario emerge anche il ruolo dell’Egitto. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi, durante un colloquio con la controparte iraniana Massoud Pezeshkian, ha espresso la volontà del Cairo di assumere una funzione di mediazione tra le parti, facilitando l’elaborazione di un memorandum d’intesa volto a ristabilire la stabilità. Al-Sisi ha inoltre ribadito la contrarietà dell’Egitto a qualsiasi ingerenza nella sovranità degli Stati del Golfo, e il Cairo ha riaffermato il proprio sostegno ai principi del diritto internazionale come unica base possibile per una soluzione duratura.
Nonostante gli sforzi, la struttura su cui dovrebbe reggersi una possibile intesa tra Stati Uniti e Iran rimane profondamente instabile. Le pressioni militari, il coinvolgimento degli attori regionali e i conflitti paralleli che interessano Israele, il Libano e i Paesi del Golfo continuano infatti a condizionare in modo decisivo le prospettive di una reale pacificazione. In questo contesto, la stabilità appare legata non solo agli interessi strategici delle grandi potenze, ma anche alla loro capacità di garantire il rispetto della sovranità territoriale e del principio di non ingerenza, cardini fondamentali dell'ordine internazionale.
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