I giorni bui del Myanmar

Dalla promessa democratica alla guerra civile: repressione, crisi umanitaria e violazioni dei diritti umani

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  Angela Sartori
  29 luglio 2026
  5 minuti, 23 secondi

Ad oggi il Myanmar si trova in una situazione estremamente drammatica. Tutto è iniziato con il colpo di Stato del 2021, in seguito al quale le forze armate hanno assunto il potere. Conseguenza di ciò è stata l'organizzazione di manifestazioni popolari pacifiche, che però la giunta militare ha represso con violenza. Nel Paese si sono così contrapposte diverse fazioni armate, espressione delle principali minoranze etniche, che si sono opposte all'esercito birmano. Ben presto, gli scontri sono degenerati in una vera e propria guerra civile, contraddistinta da gravi violazioni del diritto internazionale, che è in corso ancora oggi.

La popolazione si trova, quindi, in una condizione sempre più precaria, con un numero di vittime e di sfollati interni che continua ad aumentare incessantemente. Inoltre, le decisioni della giunta militare continuano ad aggravare la situazione del Paese.

Tra la fine del 2025 e l'inizio del 2026, la giunta militare — nel tentativo di dare una parvenza di legittimità sul piano internazionale — ha indetto nuove elezioni. I principali leader politici erano tuttavia detenuti e, di conseguenza, impossibilitati a partecipare alle elezioni. Tra di questi c'è anche l'ex presidente del Myanmar, Aung San Suu Kyi. Parallelamente, i principali partiti di opposizione erano stati messi al bando. E' evidente, quindi, come le elezioni fossero ben lontane da qualsiasi standard democratico.

Come facilmente prevedibile, il partito filo-militare USDP ha vinto le elezioni. L'esito del voto, condannato dalla comunità internazionale, non ha fatto altro che inasprire ulteriormente il conflitto in corso, causando un ulteriore inasprimento degli scontri armati in atto.

I numeri della crisi umanitaria

Oggi, una parte del Myanmar è sotto il controllo della giunta militare, mentre il resto del territorio è frammentato tra le fazioni della resistenza.

L'impatto di questa crisi sulla popolazione civile ha raggiunto dimensioni catastrofiche. Secondo i dati più recenti delle Nazioni Unite e di organizzazioni non governative, come Amnesty International, l’escalation dei conflitti ha portato ad un aumento di sfollati interni, quasi 4 milioni di persone. Inoltre, si stima che circa 16 milioni di cittadini — circa un terzo della popolazione —, avranno bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere.

A completare questo già preoccupante quadro, la giunta militare continua a portare avanti una politica repressiva, che mina la quotidianità della popolazione birmana. 

La società civile è stata sottoposta ad una crescente repressione: la libertà di espressione risulta di fatto limitata dalla censura, dalla sorveglianza di massa e dalle restrizioni imposte all'accesso a Internet.

Le conseguenze per la popolazione civile: donne e bambini nel mirino

Con l'obiettivo di contrastare i gruppi armati presenti nelle varie regioni del Paese, la giunta continua a servirsi raid aerei che, oltre a colpire le basi della resistenza, prendono spesso di mira anche strutture civili, come scuole, ospedali e piccoli villaggi. Secondo Amnesty International, il 2025 è stato l'anno più grave per i bambini dall'inizio dell'insurrezione, a dimostrazione di un conflitto che non si priva dei più estremi crimini di guerra.

Questo viene poi esacerbato da un'ulteriore problematica: la carenza di personale medico, per via di oltre 1.900 attacchi armati alle strutture sanitarie, con conseguente arresto e persecuzione del personale. La situazione diventa ancora più complessa se si considera che dal 2021 il Myanmar è stato colpito da gravi calamità naturali, come il terremoto del 2025. In quell'occasione, sebbene la comunità internazionale avesse inviato aiuti umanitari, questi vennero strumentalizzati dalla giunta, che ne impedì l'accesso ai territori non controllati dalle proprie forze.

Le conseguenze del conflitto continuano ad avere ripercussioni sulle quotidianità degli individui, esacerbando le condizioni di vita delle categorie più vulnerabili — soprattutto delle donne, più o meno giovani. Come riporta OCHA, si è recentemente assistito ad un costante aumento di fenomeni come matrimoni forzati, tratta di esseri umani e abusi sessuali, poi ulteriormente acuiti dal collasso economico.

La situazione è stata resa ancora più delicata dall'introduzione della leva obbligatoria nel 2024, e dall'estensione di questa alla popolazione femminile. Ciò ha portato l* cittadin* più giovan* a chiedersi se fuggire verso gli Stati limitrofi fosse la soluzione, oppure se fosse necessario piegarsi ad una vita in clandestinità, o ancora se arruolarsi e combattere per l'esercito oppressore.

La fame come arma e la crisi dei Rohingya

Circa 12,4 milioni di persone — circa un cittadino su quattro — si trovano in una situazione di grave insicurezza alimentare. Di queste, circa un milione vive a un passo dalla carestia. Oltre 400.000 donne e bambini vivono, invece, in condizioni di grave malnutrizione e sopravvivono esclusivamente grazie ad alimenti e pasti come riso bianco e porridge. Il razionamento del cibo è ormai una realtà per quasi il 50% della popolazione, e per questo il lavoro minorile, i matrimoni precoci e la prostituzione sono sempre più spesso visti come gli unici mezzi di sopravvivenza. La fragilità delle dinamiche politiche interne e della precarietà del contesto geopolitico internazionale, l'impossibilità di praticare l'agricoltura ha provocato un forte aumento dei costi del carburante e dei fertilizzanti.

Nello Stato di Rakhine, detto anche Arakan, la situazione si è particolarmente aggravata. Questo è, infatti, di uno dei principali centri della resistenza, che controlla 14 dei 17 distretti del Paese. Il conseguente isolamento del territorio per volere della giunta militare ha poi lasciato la popolazione locale in condizioni di carestia. Ad oggi, vi si trovano trovano circa 500.000 sfollati. 200.000 di essi appartengono all'etnia Rohingya, una minoranza musulmana, nonché delle comunità più colpite dalla crisi.

In passato, i Rohingya sono stati vittime di forti discriminazioni e di gravi pulizie etniche — una ferita ancora aperta nella storia del Paese. Inoltre, a seguito della legge sulla cittadinanza del 1982, molti Rohingya sono stati privati della cittadinanza, diventando una delle più grandi comunità apolidi del Pianeta. Le persecuzioni continuano, ed è per questo molti di loro cercano rifugio all'estero, seppur consapevoli della vulnerabilità della loro condizione negli Stati limitrofi. 

Il Myanmar, diventato indipendente dal Regno Unito nel 1948, aveva vissuto per decenni sotto una dittatura militare fino al 2011, quando sembrava aver finalmente intrapreso un percorso verso un'apparente transizione democratica. Oggi, invece, il Paese è nuovamente precipitato in una crisi profonda, segnata da un conflitto che continua ad aggravare le condizioni della popolazione civile, il cui futuro appare sempre più incerto.

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L'Autore

Angela Sartori

Angela Sartori si è laureata in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES) presso l'Università di Bologna. Le tematiche che ha affrontato durante il suo corso di studi si sono concentrate principalmente sui fenomeni migratori e sulle problematiche legate alle minoranze etniche, nonché sulle relazioni lasciate dall'eredità sovietica in particolare in Ucraina, nella Federazione Russa e negli stati del Caucaso meridionale.

Categorie

Diritti Umani

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myanmar Guerra civile sfollati Rohingya golpe crisi umanitaria Crisi alimentare