Norimberga - Venezuela

Quando il giudizio diventa potere

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  Jacopo Cantoni
  11 gennaio 2026
  4 minuti, 37 secondi

Possiamo affermarlo senza esitazioni: Norimberga è un evento fondativo della storia contemporanea, ed oggi è anche un film che torna a interrogare il presente. L’opera diretta da James Vanderbilt, alla sua seconda regia ma forte di una lunga esperienza come sceneggiatore, non si limita a ricostruire un passaggio cruciale del Novecento: ne riattiva le fratture. Le parole pronunciate dai protagonisti della pellicola non suonano come reperti storici, ma come frasi ancora pronunciabili, oggi, senza bisogno di cambiarne il tono. È questo cortocircuito temporale a rendere Norimberga disturbante.

Il processo che tra il 20 novembre 1945 e il 1° settembre 1946 mise per la prima volta sotto accusa i vertici di uno Stato per crimini contro l’umanità rappresentò una necessità storica, prima ancora che una costruzione giuridica compiuta. Fu un atto senza precedenti, nato in assenza di un diritto penale internazionale codificato, e proprio per questo destinato a fondarlo mentre lo esercitava. La figura del procuratore capo Robert H. Jackson – interpretato nel film da Michael Shannon – incarna questa ambiguità: non l’arbitrio puro, ma una giustizia esercitata in nome di valori universali che ancora non disponevano di un’autorità realmente universale. Norimberga fu dunque insieme giustizia e eccezione, fondamento e forzatura.

Guardare Norimberga nel 2025 significa farlo mentre gli Stati Uniti rivendicano ancora una volta il diritto di giudicare, colpire, catturare, intervenire. Dal banco degli imputati del Terzo Reich alla crisi venezuelana, il nodo non è l’equiparazione dei crimini – storicamente e moralmente incomparabili – ma la legittimità del giudizio. Stati che si arrogano il potere di processare altri Stati, leader o popoli, in assenza di un’autorità sovraordinata realmente riconosciuta. A Norimberga furono giudicati Hermann Göring, Adolf Hitler (post mortem) e l’intera architettura del nazismo per lo sterminio degli ebrei; oggi il governo dittatoriale del Venezuela viene trattato come un corpo deviato da correggere, fino alla cattura del suo presidente.

In entrambi i casi, il presupposto resta identico: noi possiamo, voi no. Ma il diritto internazionale, proprio perché incompiuto, non legittima questa asimmetria. Non esiste un tribunale davvero sovraordinato agli Stati. Ed è in questo vuoto che il giudizio, ancora una volta, rischia di trasformarsi in forza e prevaricazione, esercitate non in virtù di un diritto condiviso, ma della semplice superiorità del più forte.

Storicamente, quindi, il processo di Norimberga nasce come risposta a un vuoto giuridico senza precedenti. Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Unione Sovietica istituirono un Tribunale Militare Internazionale per giudicare i principali esponenti del regime nazista, ponendo le basi del diritto penale internazionale moderno. Crimini di guerra, crimini contro la pace, crimini contro l’umanità: categorie allora nuove, costruite mentre venivano applicate.

Norimberga fu giustizia, ma anche eccezione. Fu diritto scritto dai vincitori, amministrato dai vincitori, contro i vinti. Una necessità storica, ma non una soluzione definitiva. Le tensioni tra le potenze alleate, le divergenze procedurali e soprattutto l’assenza di una corte permanente capace di sopravvivere all’evento rivelano il limite strutturale di quell’esperienza. È da quella frattura che nasce l’attuale fragilità del diritto internazionale: uno strumento evocato quando serve e ignorato quando ostacola.

È proprio questa fragilità a rendere il parallelo con il presente tutt’altro che forzato. L’operazione statunitense che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro si colloca in una zona grigia del diritto internazionale che Norimberga aveva tentato, senza riuscirci pienamente, di illuminare. Come ha ricostruito Le Monde, l’uso della forza da parte degli Stati Uniti non è stato autorizzato né dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU né da un mandato internazionale condiviso, configurandosi come una violazione della sovranità statale secondo il diritto vigente. Le critiche non provengono soltanto dall’esterno: all’interno degli stessi Stati Uniti, giuristi, commentatori e rappresentanti politici hanno parlato apertamente di illegalità, sottolineando l’assenza di una dichiarazione di guerra del Congresso e il rischio di trasformare un’indagine penale in un’azione di regime change mascherata.

Le reazioni politiche e mediatiche statunitensi mettono a nudo la contraddizione. Da un lato, l’amministrazione Trump rivendica la legittimità morale dell’operazione, sostenendo che Maduro non fosse un presidente legittimo ma il capo di un’organizzazione criminale transnazionale. Dall’altro, figure come Kathy Hochul e Alexandria Ocasio-Cortez hanno denunciato l’azione come un atto di forza privo di base legale, capace di creare un precedente devastante. Se uno Stato si attribuisce il diritto di catturare un leader straniero accusandolo unilateralmente di crimini, cosa impedisce ad altre potenze di fare lo stesso? (Cina o Russia, per esempio). La domanda non è teorica: è lo stesso scenario che Norimberga cercava di evitare, fondando un principio universale che oggi appare di nuovo sospeso.

Il nodo, allora, non è stabilire se Maduro sia colpevole o innocente, né tantomeno assolvere una dittatura responsabile di repressione e collasso economico. Il nodo è un altro, ed è lo stesso di Norimberga: chi ha il diritto di giudicare. Senza un tribunale internazionale realmente sovraordinato agli Stati, il confine tra giustizia e forza resta instabile. A Norimberga quella instabilità fu accettata come prezzo da pagare per fermare l’orrore. Oggi rischia di diventare prassi. Ed è in questo passaggio che il diritto internazionale, da argine al caos, torna a essere ciò che era prima del 1945: una variabile subordinata alla volontà del più forte.

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L'Autore

Jacopo Cantoni

Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.

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Venezuela Maduro Trump Norimberga diritto internazionale processo Hermann Göring