Oltre la “War on Drugs”: la nuova architettura del potere nel Mar dei Caraibi

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  Federica Placidi
  23 novembre 2025
  9 minuti, 33 secondi

La crisi USA–Venezuela entra in una nuova fase: tra guerra alle “drug boats”, strategie di potenza e rischio di escalation regionale

Nel Mar dei Caraibi si sta delineando un quadro ben più complesso di una semplice operazione di contrasto al narcotraffico. L’intensificarsi delle azioni militari statunitensi contro presunte imbarcazioni coinvolte nel traffico di droga, unito alla crescente presenza della Marina USA e alle reazioni di Nicolás Maduro, suggerisce che la crisi tra Stati Uniti e Venezuela stia entrando in una fase più instabile e potenzialmente esplosiva.

Sebbene la Casa Bianca continui a presentare la campagna come un’estensione della “war on drugs”, molti degli elementi che la circondano rivelano una dinamica diversa: una riorganizzazione della strategia statunitense nell’emisfero occidentale, una competizione più serrata con potenze extra-regionali e un rinnovato tentativo di Washington di riaffermare la propria centralità in un’area in cui, negli ultimi anni, Russia, Cina e Iran hanno acquisito un’influenza crescente.

Un’operazione controversa: 70 morti e molte ombre

I numeri forniti dal Dipartimento della Difesa statunitense indicano che l'ultimo attacco del 10 novembre contro una presunta imbarcazione dei narcotrafficanti ha provocato tre vittime, portando il totale dei morti a circa settanta dall’inizio della campagna, avviata a settembre. Finora sono state distrutte diciotto imbarcazioni, tra cui semplici barche e un semisommergibile.

La narrazione ufficiale sostiene che tali unità fossero legate a “Designated Terrorist Organizations”, ma nessuna prova pubblica è stata presentata per confermare questa versione. Tale mancanza di trasparenza solleva scetticismo tra osservatori regionali e spinge alcuni analisti a ipotizzare che si tratti di operazioni extragiudiziali condotte ai margini ,o oltre, del concetto di “legittima difesa preventiva”.

Ulteriori elementi di ambiguità emergono dalle testimonianze provenienti da comunità locali e governi dell’area, secondo cui parte delle vittime sarebbero pescatori civili. Questo alimenta timori che l’operazione stia replicando schemi storici di intervento unilaterale statunitense nel continente.

Una presenza militare senza precedenti dagli anni ’80

L’operazione navale va interpretata all’interno di un quadro strategico più ampio. Gli Stati Uniti hanno dispiegato sei navi della Marina nei Caraibi, caccia F-35 a Porto Rico, il Carrier Strike Group della USS Gerald R. Ford — la più grande portaerei al mondo — e bombardieri strategici impegnati in “show of force” nelle vicinanze delle coste venezuelane.

Una simile postura non si osservava dai giorni dell’invasione di Panama nel 1989. Il parallelo è significativo: allora come oggi, Washington costruì una narrativa centrata sul tema del narcotraffico per giustificare una pressione crescente su un leader latinoamericano.

Sul piano politico interno statunitense, il Congresso ha avuto un ruolo rilevante. Il Senato ha respinto una risoluzione che avrebbe limitato l’azione del presidente Trump, permettendo così alla Casa Bianca di proseguire senza ulteriori autorizzazioni. Nel frattempo, sono stati richiesti nuovi pareri legali per ampliare l’ambito dei bersagli delle operazioni, segnale che la cosiddetta “drug boat war” potrebbe rappresentare solo l’inizio di un disegno più ambizioso.

Il contro-messaggio di Maduro: “Peace, yes. War, no. Never”

In risposta all’escalation, Maduro ha adottato una strategia comunicativa peculiare. Nel suo programma televisivo del 17 novembre ha parlato in inglese rivolgendosi direttamente al pubblico internazionale e allo stesso Donald Trump, dichiarando:

“Dialogue, yes. Peace, yes. War, no. Never, never war.”

Questa scelta mira a presentare Caracas come parte lesa, accerchiata da una pressione militare ingiustificata. Sul piano operativo, però, il governo ha mobilitato circa 200.000 soldati, preparando il Paese a una possibile guerra di resistenza qualora si verificasse un conflitto aperto.

La “war on drugs” come strumento geopolitico

L’operazione “Southern Spear” si inserisce nella tradizione statunitense di utilizzare il contrasto al narcotraffico come cornice narrativa per iniziative strategiche più ampie, un approccio già evidente negli anni di Ronald Reagan. Per questo numerosi analisti interpretano la retorica anti-narcotici come un pretesto.

Le rotte del fentanyl, la droga oggi più letale negli Stati Uniti, non passano infatti dai Caraibi ma principalmente dal Messico e dal Pacifico. Da qui i dubbi sulla reale coerenza tra obiettivi dichiarati e teatro operativo. A ciò si aggiungono le dichiarazioni della presidente messicana Claudia Sheinbaum, che già ad agosto aveva espresso scetticismo rispetto alle prove statunitensi contro Maduro, fermando che il suo governo non ha indizi riguardo legami del Presidente del Venezuela con il cartello di Sinaloa.

Russia, Cina e Iran: il triangolo che preoccupa Washington

La crisi attuale non può essere letta senza considerare la progressiva erosione dell’influenza americana in America Latina. Il Venezuela rappresenta un punto nevralgico di questa trasformazione. La Russia continua a essere il principale fornitore di armi del Paese e, con l’avvio della produzione locale di sistemi militari, la sua presenza è divenuta strutturale. La Cina ha investito miliardi nel settore energetico venezuelano, assicurandosi un ruolo centrale nelle infrastrutture strategiche e fornendo equipaggiamenti militari, compresi sistemi radar. L’Iran, infine, ha contribuito allo sviluppo del programma di droni venezuelani, offrendo competenze industriali e di addestramento. Il rafforzamento di questi legami è il risultato diretto di anni di sanzioni statunitensi e isolamento economico. Per Washington, il Venezuela sta così assumendo il ruolo di nodo strategico in una competizione globale più ampia.

Cosa voglio davvero gli USA?

In questo contesto di crescente tensione militare, è cruciale identificare gli autentici obiettivi strategici perseguiti da Washington. L'azione contro il Venezuela si fonda su tre pilastri principali che trascendono la retorica del narcotraffico.

Primo, l'obiettivo è di contenere l'espansione geopolitica di Pechino e Mosca, ostacolando la loro proiezione di potenza in un'area marittima considerata vitale per la sicurezza statunitense. Secondo, vi è un pressante interesse a riaffermare il primato globale del dollaro: parte consistente del mercato petrolifero venezuelano è stata dirottata verso scambi denominati in Yuan cinese, un'erosione diretta del sistema del petrodollaro che Washington cerca disperatamente di invertire. Terzo, lo scopo ultimo rimane la destabilizzazione e la sostituzione del regime di Nicolás Maduro con un governo più malleabile e allineato agli interessi statunitensi. L'imponente strategia navale e sanzionatoria non è che un mezzo per domare questo "ribelle" del continente, la cui ricchezza petrolifera ed è il fulcro della contesa.

Le riserve venezuelane, le più grandi al mondo, sono infatti il cuore di un circuito energetico che collega Cina, Russia e Iran, bypassando l'influenza del dollaro. Le sanzioni e le operazioni di blocco marittimo mirano direttamente a paralizzare le esportazioni verso questi paesi, in un tentativo a lungo termine di riportare l'intero mercato petrolifero sotto l'egida della valuta americana, restaurando l'ordine finanziario in vigore sin dagli Anni Settanta.

Nuovi scenari: tre traiettorie possibili della crisi attuale

1. Militarizzazione prolungata e “normalizzazione dell’anomalo”

La prima traiettoria non prevede necessariamente un conflitto aperto, ma la trasformazione dell’attuale mobilitazione in una condizione quasi permanente.

La presenza della USS Gerald R. Ford, dei bombardieri strategici e degli F-35 a Porto Rico, unita alla distruzione di diciotto imbarcazioni e a un bilancio di circa settanta vittime, suggerisce che Washington potrebbe puntare a una pressione costante, calibrata per erodere progressivamente le capacità del Venezuela senza superare la soglia del casus belli.

Questa “militarizzazione prolungata” consoliderebbe una nuova normalità nel Mar dei Caraibi: operazioni continue, margini crescenti di discrezionalità legale, espansione dei target autorizzabili (già in fase di valutazione da parte dei legali dell’amministrazione USA), e una graduale accettazione internazionale dell’idea che il Venezuela rappresenti un teatro operativo stabile contro il narcotraffico, anche in assenza di prove pubbliche.

Per Caracas, ciò significherebbe vivere in un perenne stato di allerta, con costi economici e politici elevati, e un impatto diretto sulla popolazione già provata dalla crisi.

2. Regionalizzazione della crisi in assenza di conflitto diretto

Un secondo scenario ipotizza una progressiva regionalizzazione della crisi, non attraverso l’apertura di ostilità dirette, ma mediante un coinvolgimento indiretto dei Paesi vicini, principalmente sul piano diplomatico e istituzionale. In questo contesto, la postura del Messico, critico rispetto alla mancanza di evidenze conclusive sulle accuse rivolte al governo Maduro, potrebbe contribuire alla formazione di uno spazio negoziale più ampio, potenzialmente in grado di rendere la gestione della crisi meno circoscritta alla dimensione bilaterale tra Stati Uniti e Venezuela.

La dinamica regionale potrebbe quindi articolarsi attraverso:

  • richieste di maggiore trasparenza e accountability sulle operazioni statunitensi;
  • iniziative volte a promuovere consultazioni multilaterali;
  • l’apertura di un dibattito più strutturato nelle organizzazioni regionali competenti.

Il risultato sarebbe una crisi “regionalizzata”, nella quale Washington potrebbe incontrare crescenti difficoltà nel costruire un consenso politico robusto attorno alla propria linea d’azione, pur mantenendo un ampio margine di libertà operativa sul piano militare. Per contro, il Venezuela potrebbe beneficiare di un relativo ampliamento del proprio spazio diplomatico, senza tuttavia attenuare la sua vulnerabilità strategico-militare.


3. Resilienza interna venezuelana e conflitto simbolico a lungo termine

Il terzo scenario è meno immediato sul piano militare, ma molto significativo su quello politico. La mobilitazione di 200.000 soldati da parte di Maduro, unita alla scelta di rivolgersi in inglese al pubblico internazionale con messaggi come “Peace, yes. War, no. Never”, suggerisce che il governo venezuelano stia preparando un doppio binario: deterrenza interna e costruzione di un racconto internazionale alternativo.

In questo scenario la crisi assumerebbe la forma di un lungo conflitto simbolico, combattuto per immagini, narrazioni e percezioni:

• Washington presenterebbe l’operazione come missione di sicurezza, ampliando progressivamente gli obiettivi militari.

• Caracas cercherebbe di delegittimarla come aggressione ingiustificata contro civili e pescatori, soprattutto in assenza di prove pubbliche sulle presunte “Designated Terrorist Organizations”.

Un equilibrio del genere potrebbe protrarsi nel tempo, senza una risoluzione chiara: niente guerra aperta, nessuna distensione, ma una lunga contesa di legittimità politica, diplomatica e morale.

Un equilibrio sempre più fragile e un continente che non accetta più automatismi

La nuova fase della crisi USA–Venezuela non si limita a riproporre vecchi schemi di interventismo o retorica anti-narcotici: li aggiorna, li intensifica e li colloca in un ambiente regionale profondamente mutato.

Gli Stati Uniti hanno mostrato una determinazione rara negli ultimi decenni nel dispiegare mezzi militari strategici nell’emisfero occidentale, sostenuti da un Congresso che, respingendo le limitazioni al potere presidenziale, ha di fatto autorizzato una linea d’azione più ampia.

Il Venezuela, dal canto suo, non è più un attore isolato, ma un nodo dentro reti politico-militari che coinvolgono Russia, Cina e Iran: una triangolazione che complica ogni scenario di pressione.

La crisi, per ora, non si dirige verso una guerra, ma nemmeno verso una soluzione. Si muove piuttosto in una zona grigia in cui la logica dell’“eccezione permanente” ,operazioni extragiudiziali, espansione legale dei target, mobilitazioni simboliche, tende a sostituire i meccanismi diplomatici tradizionali.

Il continente, infine, non reagisce più come un tempo. Paesi caraibici e latinoamericani mostrano una crescente autonomia decisionale e non accettano automaticamente la narrativa statunitense. Questo dato, forse più di ogni altro, segna la vera trasformazione strategica: gli Stati Uniti non possono più dare per scontato un consenso regionale e il Venezuela, nonostante la sua fragilità, riesce a sfruttare le crepe aperte nel sistema interamericano.

Il risultato è un equilibrio sempre più instabile, in cui ogni incidente — una barca affondata, un’escalation retorica, un errore di calcolo — può trasformarsi nel punto di rottura. Non una guerra annunciata, ma un rischio permanente che si espande silenziosamente, insieme alla nuova architettura del potere nel continente americano.

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Federica Placidi

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