Patto per il Mediterraneo

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  Tiziano Sini
  22 ottobre 2025
  2 minuti, 52 secondi

Come anticipato qualche mese fa, la Commissione europea, dopo lunghi e tortuosi lavori negoziali, durati circa un anno, è finalmente giunta alla definizione conclusiva del nuovo Patto per il Mediterraneo, che diventerà operativo proprio nel trentesimo anniversario della Dichiarazione di Barcellona.[1]

Uno sforzo che rientra fra le priorità individuate all’inizio del mandato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, le quali evidenziavano il ruolo strategico del Mediterraneo nella politica estera europea. Esigenza diventata ancora più rilevante con gli avvenimenti che hanno caratterizzato gli ultimi anni, come la caduta del regime in Siria ed il conflitto a Gaza.

A questo proposito, come illustrato durante la presentazione dei lavori della Commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica e ribadito anche dall’Alta Rappresentante dell’Unione europea Kaja Kallas, lo sforzo che è stato promosso va incontro alle esigenze reali dell’area, in un momento di forti cambiamenti e incertezza geopolitica, attraverso un processo che non è solamente economico, ma soprattutto politico e civile, come testimonia lo sforzo di incanalare sinergie dal basso, da parte appunto della società civile, di think tank ed università, per da vita ad un vero e proprio partenariato fra pari. Cercando di superare quindi le solite logiche, che vedono la promozione di iniziative istituzionali calate dall’alto.

Parole, che, tuttavia, solo in parte però rispecchiano la realtà, come evidenziato da alcuni attivisti ed ONG, i quali hanno sollevato delle critiche proprio sul processo partecipativo in fase negoziale. Secondo le prime valutazioni, infatti, il processo di consultazione è stato estremante limitato, lasciando fuori di fatto molte delle vittime della repressione dei Paesi partner e concentrando gli sforzi sull’ambito economico e degli investimenti. Un aspetto non secondario quest’ultimo, anche alla luce del fatto che, per il momento, non sono stati assunti impegni rigidi sull’adozioni di riforme democratiche e diritti umani, legati alla dimensione economica, come era stato concepito nel Processo di Barcellona del 1995 (l’embrione di questo progetto)[2].

Venendo però ai contenuti dell’iniziativa, sappiamo con certezza che la finalità è di allargare il bacino dei partner, seguendo un po' l’idea di Mediterraneo allargato, coinvolgendo Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Tunisia e Siria, ma anche partner del Golfo, Mauritania, Senegal, Turchia, Balcani occidentali e Paesi della regione del Mar Nero.

Il Patto si articola su tre pilastri: persone al primo posto, economie più forti e integrate, e sicurezza, resilienza e gestione della migrazione: tutti elementi strettamente interconnessi. L’obiettivo di fondo è creare una piattaforma di cooperazione in una zona strategica, seppur frammentata e instabile. La promozione di una maggiore integrazione commerciale, la gestione condivisa delle migrazioni e delle frontiere, la cooperazione energetica e l’approvvigionamento strategico di materie prime e fertilizzanti dovrebbero contribuire a uno sviluppo più equilibrato, rafforzando la stabilità dell’area in un contesto internazionale sempre più complesso.

Adesso, dopo anni di lavori, dall’ambiziosa Dichiarazione di Barcellona, all’Ue spetta la sfida più difficile: riuscire a trasformare un documento programmatico a vera e propria piattaforma di cooperazione, garantendone piena efficacia nel raggiungimento degli obiettivi per cui era stata concepita[3].


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Tiziano Sini

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