Come anticipato qualche mese fa, la Commissione europea, dopo lunghi e tortuosi lavori negoziali, durati per circa un anno, è finalmente giunta alla definizione conclusiva del nuovo Patto per il Mediterraneo, che diventerà operativo proprio nel trentesimo anniversario della Dichiarazione di Barcellona[1].
Uno sforzo che rientra fra le priorità individuate all’inizio del proprio mandato dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che evidenziavano il ruolo strategico del Mediterraneo nella politica estera europea. Esigenza diventata ancora più rilevante con gli avvenimenti che hanno caratterizzato gli ultimi anni, come la caduta del regime in Siria ed il conflitto a Gaza.
A questo proposito, come definito durante la presentazione dei lavori della Commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica e ribadito anche dall’Alta Rappresentante dell’Unione europea Kaja Kallas, lo sforzo che è stato promosso va incontro alle esigenze reali dell’area, in un momento di forti cambiamenti e incertezza geopolitica, attraverso un processo che non è solamente economico, ma soprattutto politico e civile, come testimonia lo sforzo di incanalare sinergie dal basso, da parte appunto della società civile, di think tank ed università, per da vita ad un vero e proprio partenariato fra pari. Cercando di superare quindi le solite logiche, che vedono la promozione di iniziative istituzionali calate dall’alto.
Parole, che solo in parte però rispecchiano la realtà, come evidenziato da alcuni attivisti ed Ong, che hanno sollevato delle critiche proprio sul processo partecipativo in fase negoziale. Secondo le prime valutazioni, infatti, il processo di consultazione è stato estremante limitato, lasciando fuori di fatto molte delle vittime della repressione dei Paesi partner e concentrando gli sforzi sull’ambito economico e degli investimenti. Un aspetto non secondario quest’ultimo, anche alla luce del fatto che, per il momento, non sono assunti impegni rigidi sull’adozioni di riforme democratiche e diritti umani, legati alla dimensione economica, come era stato concepito nel Processo di Barcellona del 1995 (l’embrione di questo progetto)[2].
Tornando però ai contenuti dell’iniziativa, sappiamo con certezza che la finalità è di allargare il bacino dei partner, seguendo un po' l’idea di Mediterraneo allargato, coinvolgendo Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Tunisia e Siria, ma anche partner del Golfo, Mauritania, Senegal, Turchia, Balcani occidentali e Paesi della regione del Mar Nero.
Il Patto è, inoltre, sviluppato il tre pilastri: persone al primo posto, economie più forti e integrate, e sicurezza, resilienza e gestione della migrazione; tutti aspetti strettamente interconnessi. Come è possibile intuire, infatti, il principio che muove l’iniziativa è proprio quello che creare una piattaforma di cooperazione, in una zona strategica, per quanto estremamente frammentata ed instabile. Sviluppo e sinergie su una maggiore integrazione commerciale, sulla gestione delle migrazioni e delle frontiere, sulla cooperazione in ambito energetico e l’approvvigionamento strategico di materie prime e fertilizzanti, dovrebbero proprio generare un miglioramento economico, garantendo il raggiungimento di un maggiore equilibrio in un momento di estrema frammentazione, nell’area e a livello internazionale.
Adesso, dopo anni di lavori, dall’ambiziosa Dichiarazione di Barcellona, all’Ue spetta la sfida più difficile riuscire a trasformare un documento programmatico a vera e propria piattaforma di cooperazione, garantendone piena efficacia nel raggiungimento degli obiettivi per cui era stata concepita[3].
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L'Autore
Tiziano Sini
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