La cancellazione improvvisa della visita del ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul a Pechino segna un nuovo capitolo nelle già complesse relazioni tra Germania e Cina. Il viaggio, previsto per domenica 26 ottobre, avrebbe dovuto rappresentare il primo contatto diretto tra il nuovo Governo di Friedrich Merz e la leadership cinese, ma si è trasformato in un caso diplomatico che riflette le tensioni crescenti tra l’Europa e la seconda potenza mondiale.
La missione di Wadephul, programmata da settimane, doveva concentrarsi su tre temi strategici: le restrizioni imposte da Pechino all’esportazione di terre rare e semiconduttori, il ruolo cinese nella guerra in Ucraina e la stabilità dell’Indo-Pacifico. Questi dossier, già al centro del dibattito economico tedesco, toccano direttamente i settori più vulnerabili dell’industria nazionale: automotive, difesa e tecnologia avanzata.
Tuttavia, a poche ore dalla partenza, il ministero degli Esteri di Berlino ha annunciato la cancellazione della visita, motivandola con l’impossibilità di ottenere ulteriori incontri di rilievo oltre a quello con il ministro Wang Yi. Una giustificazione diplomatica che, secondo diverse fonti europee, cela un messaggio politico: la Cina avrebbe volutamente ridotto il livello del dialogo, in segno di irritazione verso la linea più assertiva assunta da Berlino negli ultimi mesi.
Secondo Politico, la decisione è stata interpretata come “un’umiliazione per la diplomazia tedesca”. La Cina, dicono gli analisti, avrebbe scelto di manifestare il proprio disappunto evitando di concedere al ministro tedesco una piattaforma diplomatica di alto profilo.
Il contesto economico accentua la portata dell’incidente. Da tre anni la Germania attraversa una fase di stagnazione, con una perdita costante di competitività industriale e migliaia di posti di lavoro a rischio. La concorrenza cinese, alimentata da politiche di sussidio statale e da un controllo capillare delle catene di approvvigionamento, ha messo in difficoltà i tradizionali campioni del "made in Germany". Al tempo stesso, Berlino non può rinunciare al mercato cinese, primo sbocco per le esportazioni di auto e macchinari.
Proprio questo dualismo tra dipendenza economica e diffidenza politica costituisce l’asse su cui si muove oggi la diplomazia tedesca. Da un lato, Merz ha più volte definito la Cina parte di un’“asse di autocrazie”, insieme alla Russia e all’Iran; dall’altro, le imprese tedesche, da BASF a Volkswagen, continuano a investire miliardi nel Paese asiatico, considerandolo ancora un mercato irrinunciabile.
Questione cruciale è quella di Taiwan. In un’intervista a Reuters, il ministro aveva ribadito la fedeltà di Berlino alla “One-China policy”, ma aveva precisato che ciò vale solo finché Pechino non tenta di modificare lo status quo con la forza. Aveva inoltre sottolineato l’importanza di garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Taiwan, ricordando che un conflitto in quella regione avrebbe “ripercussioni dirette sulla prosperità mondiale”.
Le tensioni non sono solo teoriche. Lo scorso luglio, il ministero degli Esteri tedesco aveva convocato l’ambasciatore cinese dopo che un aereo di sorveglianza tedesco era stato colpito da un laser nel Mar Rosso, episodio attribuito a una nave militare cinese. Durante una successiva visita di Wang Yi a Berlino, Wadephul aveva criticato la politica cinese sulle terre rare, osservando che “l’incertezza mina l’immagine della Cina come partner commerciale affidabile”.
Il rinvio della visita è quindi più di un episodio isolato: esso rappresenta il sintomo di una relazione in rapido deterioramento. Pechino percepisce la nuova strategia tedesca, in particolare il piano europeo di de-risking, come una forma di contenimento economico, segnando la fine di un’epoca in cui Berlino poteva contare su Pechino come partner economico privilegiato, separando l’economia dalla geopolitica.
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