È stata emanata il 5 giugno la sentenza del Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite contro lo stato del Guatemala, ritenuto responsabile della violazione dei diritti umani di Fátima, una ragazza sopravvissuta a violenza sessuale e costretta a proseguire la gravidanza a soli 13 anni.
Quella di Fátima è la storia tragica di una ragazza che ha subito, tra il 2009 e il 2010, molteplici violenze da parte di un insegnante e funzionario dell'organizzazione incaricata della protezione dell'infanzia. Fu costretta a portare avanti la gravidanza, e il sistema la deluse più volte: il personale sanitario la incolpò della gravidanza, il sistema giudiziario non riuscì nei nove anni di processo penale a condannare l’aggressore, il quale con la famiglia minacciò la ragazza, e fu costretta a lasciare gli studi nonostante fosse tra le prime della classe perché "cosa avrebbe detto la società di avere una ragazza incinta in istituto?"
È una decisione a cui si è giunti grazie a una strategia di contenzioso internazionale simultaneo finalizzata alla prevenzione del ripetersi di questi casi e per ottenere i relativi risarcimenti, avviata nel 2019 dal movimento ‘’Son Niñas, No Madres’’ (sono ragazze, non madri).
Questo movimento guatemalteco lotta per difendere i diritti delle ragazze e sottolinea il principio che nessuna bambina dovrebbe essere forzata a portare avanti una gravidanza dopo aver subito una violenza sessuale. Negli ultimi anni si è impegnato nei casi di Norma, Susana e Lucía, le cui storie simili a quella di Fátima hanno avuto come risultato l’emissione questo scorso 20 gennaio da parte dell’UNHCR di sentenze contro l'Ecuador e il Nicaragua, sentenze che hanno riconosciuto che negare l’aborto ad una bambina non è solo una negazione di scelta ma soprattutto un'imposizione di gravidanza e di maternità che sconvolge in modo irreversibile la sua salute e il suo percorso di vita.
L’organizzazione, fondata dalla coalizione tra Planned Parenthood Global, Amnesty International, il Gruppo di Informazione per la Riproduzione Elegida (GIRE), il Consorzio Latino americano Contro l'Aborto Insicuro (CLACAI) e Women Transforming The World, ha come obiettivo informare sulle conseguenze della violenza sessuale e della maternità forzata sulle ragazze in tutta la regione americana e a livello globale.
Il caso di Fatima riflette un quadro più ampio di violenza sessuale nel Paese, un problema pervasivo e sistemico, in quanto in Guatemala è consentito l'aborto terapeutico solo in casi in cui vi sia un rischio per la vita della donna incinta. Le ragazze, però, spesso non vengono informate del loro diritto ad accedere a questa assistenza, negando quindi loro il supporto necessario.
Secondo il Registro Nazionale delle Persone (RENAP) tra il 2018 e il 2024 il numero di ragazze sotto i 14 anni che sono diventate madri si aggira attorno a 14.696, nella maggior parte dei casi contro la loro volontà, e tra gennaio e marzo 2025 sono 556 le nascite, come ha dimostrato l'Osservatorio sulla Salute Sessuale e Riproduttiva del Guatemala (OSAR).
Si può quindi dire che in Guatemala una mamma su quattro è adolescente: nel 90% dei casi il padre del bambino è un parente e, tra questi, nel 30% dei casi la gravidanza è frutto di una violenza da parte del padre.
A causare ciò è una visione machista della società, principalmente nella comunità indigena in cui la donna è vista solo come un oggetto, una proprietà. È qui che è più diffuso questo fenomeno, soprattutto in condizioni più povere e con meno accesso all'istruzione.
Ad aggravare la situazione è la legge guatemalteca che pone a 14 anni l'età del consenso ai rapporti e del matrimonio con consenso dei genitori.
Il Comitato ha definito questa violazione del diritto a vivere con dignità e autonomia riproduttiva delle ragazze come un trattamento paragonabile alla tortura, tanto che il trauma della violenza e del parto hanno causato a Fátima sofferenze tali da giungere a due tentativi di suicidio.
È stato a causa dell'impossibilità di ottenere giustizia in Guatemala che la ragazza si è rivolta al Comitato sostenendo che erano stati violati i suoi diritti garantiti dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR).
L’UNHCR ha concluso che lo Stato ha violato dei diritti sanciti in due articoli del Patto, rispettivamente l’articolo 6, in cui si sottolinea che il diritto alla vita si riferisce anche al diritto di godere di una vita dignitosa e richiede quindi agli stati di adottare misure volte alla piena realizzazione del diritto di tutti alla salute sessuale riproduttiva, e l'articolo 7 che proibisce la tortura e i trattamenti crudeli, disumani e degradanti, fisicamente e psicologicamente.
Misure richieste dal Comitato
Tra le misure richieste allo stato del Guatemala ci sono:
- Garantire l'accesso ai servizi di salute riproduttiva eliminando qualsiasi barriera e rafforzare i protocolli esistenti sull'aborto terapeutico.
- Creare un registro nazionale che documenti tutti i casi di violenza sessuale di gravidanze forzate con il fine di elaborare politiche pubbliche efficaci.
- Fornire una formazione obbligatoria al personale sanitario giudiziario e scolastico sulle questioni di genere, d'infanzia e sui diritti umani.
- Intraprendere azioni per prevenire la violenza sessuale, compreso l'accesso a un'educazione sessuale completa, al momento carente nel paese.
- Adottare misure di risarcimento per tutte le sopravvissute alla violenza sessuale, alla gravidanza giovanile e alla maternità forzata che comprenda istruzione, sostegno psicosociale e sanitario (nel caso di Fátima è richiesto di farle completare gli studi superiori).
La sentenza ha segnato una svolta storica non solo per le sopravvissute rappresentate dal Movimento Son Niñas, No Madres che hanno ottenuto giustizia davanti agli organismi internazionali, ma anche per la garanzia dei diritti umani a livello globale, obbligando il Guatemala e gli altri 170 stati firmatari del Patto a modificare le proprie leggi in modo da garantire l’interruzione volontaria di gravidanza.
"Nessuna ragazza al mondo dovrebbe mai essere costretta a diventare madre. Le nostre ragazze sono nate per imparare, per giocare, per sognare un futuro luminoso, non per essere madri o subire le conseguenze della violenza. La maternità forzata è una forma di tortura. L'ONU lo ha stabilito. È dovere degli Stati agire di conseguenza per sradicare la violenza sessuale, garantire servizi sanitari essenziali e garantire la tutela dei diritti delle ragazze, incluso il diritto di decidere del proprio corpo e dei propri progetti di vita. Oggi, in onore del coraggio di Fátima, ricordiamo al mondo intero una verità fondamentale: sono ragazze, non madri", ha dichiarato Catalina Martínez Coral, Vicepresidente per l'America Latina e i Caraibi del Center for Reproductive Rights.
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L'Autore
Anna Pasquetto
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