Siria, la fragile tregua tra Damasco e i curdi rischia il collasso

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  Francesco Cannizzaro
  14 maggio 2025
  4 minuti, 26 secondi

Siria, la fragile tregua tra Damasco e i curdi rischia il collasso

Dopo l’accordo storico siglato a marzo tra il governo ad interim di Damasco e l’Autorità curda nel nord-est della Siria, la tregua sembra oggi in bilico. Le recenti tensioni politiche e militari, culminate con la conferenza curda di Qamishli e la dura reazione di Damasco, mettono a rischio un’intesa che aveva aperto una finestra di speranza per la stabilità in una delle aree più strategiche e turbolente del Medio Oriente.

L’accordo di marzo: una significativa. L’11 marzo 2025, il presidente ad interim siriano Ahmed al-Sharaa e il comandante delle Forze Democratiche Siriane (SDF), Mazloum Abdi, avevano firmato un accordo definito “storico”. L’intesa prevedeva un cessate il fuoco immediato e l’integrazione progressiva delle istituzioni civili e militari curde nell’amministrazione centrale siriana. Tra i punti principali, il riconoscimento dei diritti costituzionali della minoranza curda, l’uso della lingua curda, la partecipazione politica e il controllo condiviso di infrastrutture strategiche come giacimenti petroliferi, aeroporti e posti di frontiera.

L’accordo rappresentava un passo avanti rispetto a decenni di conflitti e marginalizzazione, e veniva visto come un possibile modello di riconciliazione nazionale dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. In questo contesto, l’integrazione delle SDF nell’esercito siriano e la garanzia di diritti culturali e politici erano elementi chiave per un futuro di pace e unità.

I primi segnali di attuazione erano stati incoraggianti: l’SDF aveva iniziato a ritirarsi da alcune zone urbane chiave, consegnando il controllo della sicurezza al governo di Damasco, e le parti avevano avviato uno scambio di prigionieri.

La conferenza di Qamishli e la frattura politica. Tuttavia, la tregua ha subito un duro colpo con la conferenza curda tenutasi a Qamishli il 26 aprile, che ha riunito oltre 400 rappresentanti curdi da tutta la Siria. Il documento finale ha ribadito la richiesta di una Siria “democratica e decentralizzata” che garantisca i diritti nazionali del popolo curdo, suscitando sospetti a Damasco.

Nonostante le rassicurazioni di Mazloum Abdi, che ha escluso intenti separatisti, il governo siriano ha risposto con un netto rifiuto. Il 27 aprile, la presidenza ad interim ha condannato la conferenza come un tentativo di “imporre una realtà separatista”, riaffermando che “l’unità della Siria è una linea rossa” e che non sarà tollerata alcuna autonomia che minacci la sovranità nazionale.

La tensione sul terreno: controllo delle risorse e presenza militare. Le tensioni politiche si sono tradotte rapidamente in azioni concrete. L’esercito siriano ha rafforzato la propria presenza attorno alla diga di Tishrin, un’infrastruttura idrica strategica che era sotto il controllo delle SDF. Questo movimento è stato interpretato come un tentativo di Damasco di riaffermare la propria autorità sulle risorse vitali del nord-est, in particolare petrolio e acqua, fondamentali per la ricostruzione del paese.

In parallelo, ex comandanti dell’Esercito Nazionale Siriano, ora integrati nelle forze governative, hanno assunto ruoli di comando, alimentando i timori curdi di possibili repressioni. Questi ufficiali sono noti per il loro passato conflittuale con le milizie curde e sono sotto sanzioni internazionali per violazioni dei diritti umani.

Il ruolo degli Stati Uniti e il rischio di instabilità. Gli Stati Uniti mantengono una presenza militare limitata nel nord-est siriano, con forze speciali impegnate nel contrasto allo Stato Islamico, che continua a rappresentare una minaccia concreta. Le prigioni e i campi gestiti dalle SDF ospitano migliaia di detenuti jihadisti, e un collasso dell’accordo potrebbe favorire fughe e una nuova ondata di violenza.

Washington si trova così in una posizione delicata, cercando di mediare tra le parti per evitare un’escalation che metterebbe a rischio la stabilità regionale e i progressi nella lotta al terrorismo.

Prospettive incerte per la Siria nord-orientale. Il futuro del dialogo tra Damasco e i curdi rimane incerto. La nuova costituzione siriana, proposta dal presidente ad interim, centralizza il potere e non prevede un ruolo significativo per i curdi, che chiedono invece partecipazione e riconoscimento. Ilham Ahmed, leader curda di spicco, ha dichiarato che “la costruzione di una Siria unita passa per la partecipazione di tutte le sue componenti, inclusi i curdi”.

Se l’accordo di marzo dovesse definitivamente naufragare, il rischio è un ritorno alle ostilità aperte, con ripercussioni non solo sul piano interno ma anche sulla stabilità geopolitica del Medio Oriente.

Cosa aspettarsi? La tregua tra Damasco e i curdi siriani rappresentava una speranza concreta di stabilità e riconciliazione dopo anni di guerra civile. Tuttavia, le recenti tensioni politiche e militari mettono in discussione la tenuta di questo fragile equilibrio. Il controllo delle risorse strategiche, le divergenze politiche sulla natura dello stato siriano e le pressioni internazionali rendono il futuro incerto.

La comunità internazionale, in particolare gli Stati Uniti, continuerà a svolgere un ruolo cruciale per evitare un’escalation e favorire un dialogo inclusivo che possa garantire pace e stabilità in una regione da troppo tempo martoriata dal conflitto.

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Francesco Cannizzaro

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