Il 22 luglio 2026, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno firmato un accordo di cooperazione nucleare civile, presentato come l’inizio di una partnership energetica e tecnologica a lungo termine.
L’intesa potrebbe consentire a Riad di sviluppare un programma nucleare nazionale con il supporto di imprese e tecnologie statunitensi. Tuttavia, il nodo centrale riguarda quali capacità l’Arabia Saudita potrà acquisire lungo il ciclo del combustibile. Un programma basato sull’acquisto di reattori e combustibile dall’estero presenta infatti implicazioni ben differenti rispetto allo sviluppo di competenze autonome nell’arricchimento dell’uranio: una tecnologia che può essere impiegata sia per la produzione di combustibile civile sia, a livelli più elevati, per la realizzazione di materiale fissile ad uso militare.
In questo scenario, una maggiore autonomia tecnologica ridurrebbe la distanza tecnica da un’eventuale capacità bellica, rafforzando il potere negoziale dell’Arabia Saudita. Nei dodici mesi successivi alla firma, fino all’estate 2027, la pubblicazione delle clausole complete, l’esame del Congresso e la definizione dei protocolli di verifica determineranno se l’accordo manterrà il programma saudita entro limiti stringenti o se ne favorirà una graduale autonomia nucleare.
Il nucleare saudita tra autonomia strategica e competizione regionale
La posizione saudita inserisce il nucleare nella più ampia strategia di diversificazione energetica ed economica del Regno. In tale contesto, la cooperazione con Washington è finalizzata a facilitare l’accesso alle tecnologie, formazione di competenze e sviluppo di una filiera civile. Tuttavia, a differenza delle fonti rinnovabili, il nucleare richiede infrastrutture complesse e conoscenze specialistiche, elementi che si traducono anche in prestigio geopolitico.
Poiché il nucleare può rafforzare l’autonomia e la capacità di influenza di un Paese, il valore strategico del programma saudita emerge soprattutto nel confronto con l’Iran. L’avanzamento del programma iraniano non implica una corsa immediata di Riad all’arma atomica, ma accresce l’interesse saudita per l’acquisizione di competenze e infrastrutture proprie.
In questo ambito, gli interessi sauditi e statunitensi convergono solo parzialmente: Washington mira a mantenere il programma entro un quadro tecnologico e normativo su cui esercitare influenza, mentre il Regno cerca di acquisire tecnologia senza rinunciare a maggiori margini di autonomia, facendo leva anche sulla disponibilità di fornitori alternativi, in primis la Cina. Pechino può infatti offrire cooperazione tecnica, ma non è in grado di garantire lo stesso ombrello di protezione politica e di sicurezza fornito dagli Stati Uniti.
L’accordo dovrà quindi tradurre questo equilibrio tra l’accesso alla tecnologia e il controllo del programma in vincoli concreti.
Architettura istituzionale e vincoli di attuazione
Il 123 Agreement, denominato in riferimento alla sezione 123 dell’Atomic Energy Act statunitense, costituisce il quadro giuridico indispensabile affinché Washington possa autorizzare il trasferimento di materiali, componenti e tecnologie nucleari verso un Paese terzo. La firma non implica automaticamente la costruzione di centrali, ma pone le condizioni per una cooperazione industriale, scientifica e tecnica.
Nel caso saudita, il pacchetto include l’intesa principale, un accordo sulle salvaguardie, due side letters e un documento relativo a misure aggiuntive di verifica. Poiché i testi completi non sono ancora stati resi noti, rimane però irrisolto il fulcro dell’intesa: perciò ad oggi non è possibile stabilire quali limiti siano stati posti all’arricchimento dell’uranio e al riprocessamento del combustibile esaurito, le due attività più sensibili in materia dal punto di vista della non proliferazione.
A questa incertezza sui contenuti si aggiungono le incognite sull’attuazione, dato che il pacchetto dovrà essere sottoposto all’esame del Congresso. Il percorso è ulteriormente complesso dalla condizione politica posta da Donald Trump, secondo cui Washington non procederà senza l’adesione saudita agli Accordi di Abramo; dal canto suo, Riad continua a subordinare la normalizzazione dei rapporti con Israele al riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente.
La cooperazione nucleare risulta così intrecciata non soltanto a questioni tecniche e normative, ma anche all’evoluzione dei più ampi equilibri politici regionali.
Latenza nucleare e stabilità regionale
Il concetto di "latenza nucleare" permette di analizzare l’accordo senza confondere l’acquisizione di capacità con la decisione politica di costruire un’arma. Uno Stato può sviluppare competenze, infrastrutture ed accesso a materiali sensibili rimanendo formalmente entro un programma civile; ciò che varia è il tempo necessario per convertire tali risorse in una capacità militare, qualora la leadership decida di farlo.
La latenza descrive dunque una condizione intermedia, in cui le possibilità tecniche si ampliano mentre le finalità dichiarate del programma restano civile e gli obblighi internazionali vengono formalmente rispettati. La vera questione non riguarda le intenzioni attuali, ma le opzioni future che il Paese si assicura.
Questa ambiguità emerge direttamente dal possibile contenuto dell’intesa. Secondo Reuters, l’accordo con Riad non conterrebbe la rinuncia formale all’arricchimento e al riprocessamento prevista invece nell’intesa con gli Emirati Arabi Uniti; includeranno inoltre uno studio biennale di fattibilità sull’arricchimento. Donald Trump ha però dichiarato che tale attività non sarà consentita: Finché i testi ufficiali non saranno pubblicati, resterà incerto se l’arricchimento sia stato escluso, rinviato o subordinato a condizioni specifiche.
Da questa incertezza deriva il potenziale valore strategico della latenza saudita. Se Riad mantenesse aperta la possibilità di sviluppare in futuro capacità più sensibili senza superare la soglia militare, il programma assumerebbe le caratteristiche di una strategia finalizzata a preservare un’opzione nucleare futura. Le verifiche internazionali diventerebbero quindi decisive non solo per accertare il rispetto degli obblighi, ma anche per chiarire quali capacità siano state effettivamente acquisite e ridurre così l’ambiguità percepita dagli altri attori regionali. La credibilità di tali verifiche determinerà quanto chiaramente sarà possibile distinguere un programma civile avanzato da una postura capace di influenzare gli equilibri di sicurezza del Medio Oriente.
Tre possibili evoluzioni
Le ambiguità dell’intesa non determinano un esito univoco. Nei prossimi dodici mesi, la gestione dell’arricchimento, l’estensione delle verifiche e la stabilità politica dell’accordo potrebbero delineare tre possibili traiettorie.
La prima ipotesi è quella di una cooperazione controllata. Una volta superati l’esame del Congresso e gli ostacoli politici, le fasi più sensibili del ciclo del combustibile vengono escluse o rinviate, mentre Riad acquisirebbe tecnologie, competenze e assistenza per sviluppare il programma civile. Verifiche più rigorose permetterebbero a Washington di mantenere la propria influenza sul programma ed evitare rischi proliferativi.
Una seconda traiettoria prevederebbe una graduale autonomia saudita. La cooperazione inizierebbe nei settori meno sensibili senza risolvere definitivamente la questione dell’arricchimento; nel frattempo, personale specializzato, infrastrutture e alcune fasi del ciclo del combustibile rafforzerebbe le capacità nazionali. Questo scenario non comporterebbe una proliferazione immediata, ma accentuerebbe la latenza e il potere negoziale di Riad, consolidando l'opzione atomica in chiave anti-iraniana.
Infine, vi è l’ipotesi dello stallo politico. L’opposizione del Congresso, il disaccordo sull’arricchimento o il blocco sul nodo Israele-Palestina potrebbero bloccare l’attuazione dell’accordo. In tal caso, Riad sarebbe incentivata a rivolgersi ad altri fornitori, in particolare alla Cina, riducendo la capacità degli Stati Uniti di influenzare il programma. Tuttavia, la disponibilità di tecnologie alternative non sostituirebbe le garanzie politiche e di sicurezza offerte da Washington.
Implicazioni per l’equilibrio regionale
L’accordo rappresenta più di un’intesa energetica: è un banco di prova della capacità statunitense di accompagnare lo sviluppo del programma nucleare civile saudita senza rinunciare ad orientare il quadro tecnologico e normativo. Per Riad, la cooperazione offre invece l’opportunità di rafforzare il proprio peso regionale, ampliando i margini di manovra nella competizione con l’Iran e nei rapporti con i diversi fornitori internazionali.
Il significato dell’intesa dipenderà quindi meno dall’eventualità immediata di una proliferazione che dal modo in cui saranno conciliati il sostegno statunitense, le ambizioni saudite e le esigenze di non proliferazione. Se il programma verrà inserito entro un sistema credibile di vincoli e verifiche, Washington potrà consolidare la propria influenza e contenere il rischio di nuove dinamiche competitive. Se, al contrario, l’ambiguità resterà irrisolta, la latenza nucleare potrebbe trasformarsi in una leva negoziale e in una fonte permanente di incertezza, rendendo più fragile l’ordine di sicurezza mediorientale.
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ®2026
Condividi il post
L'Autore
Tommaso Ravizza
Categorie
Tag
Stati Uniti Arabia Saudita Nucleare Medio Oriente autonomia strategica