No women, no growth: in che modo la supply chain favorisce l'empowerment femminile

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  13 June 2022
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Il policy paper ha come finalità l’analisi dell’empowerment femminile e il ruolo che la supply chain riveste. La discriminazione femminile e la conseguente sottorappresentazione nel mercato del lavoro è un dato oggettivo che ancora oggi colpisce oltre che l’Italia, tutto il resto del mondo. Le logiche e tradizioni patriarcali affondano le loro radici nel passato, è, dunque, complicato attuare un cambiamento, seppur necessario, di stampo culturale, specie nella classe dirigente legata al mantenimento dello status quo. Le donne rivestono un ruolo marginale all’interno della sfera lavorativa, tanto da necessitare di politiche ad hoc volte a favorire il loro empowerment.

Utilizzando un approccio comparativo tra le diverse realtà, il policy conterrà una descrizione del fenomeno che ha causato la necessità di sviluppo di tali politiche di genere, e verranno stipulate delle proposte al fine di migliorare e implementare la partecipazione femminile al mercato del lavoro, che porti ad una conseguente autonomia ed empowerment.

DI COSA PARLEREMO IN BREVE?

1. DISCRIMINAZIONI DI GENERE E RIPERCUSSIONI SUL MONDO DEL LAVORO

1.1 La supply chain come soluzione per l’empowerment femminile

2. EMPOWERMENT FEMMINILE: COME

3. CRITICITÀ E RISORSE



  1. DISCRIMINAZIONI DI GENERE E RIPERCUSSIONI SUL MONDO DEL LAVORO

La discriminazione o disuguaglianza di genere è definita come un fenomeno sociale in cui vi è una differenziazione tra le persone in base al genere che è stato assegnato loro alla nascita, o più semplicemente significa che gli individui vengono giudicati in base ad alcune caratteristiche fisiche o del gruppo di appartenenza, in questo caso il gruppo maschi o femmine. Il trattamento può derivare, quindi, da distinzioni biologiche, psicologiche o dalle norme culturali prevalenti nella società.

In Italia, l’articolo 25 del Decreto Legislativo 198/2006 del Codice delle Pari Opportunità tra uomo e donna differenzia tra discriminazione di genere diretta e indiretta. La prima viene definita come “qualsiasi atto, patto o comportamento che produca un effetto pregiudizievole discriminando le lavoratrici o i lavoratori in ragione del loro sesso e, comunque, il trattamento meno favorevole rispetto a quello di un'altra lavoratrice o di un altro lavoratore in situazione analoga”. Come, per esempio, quando un uomo viene preferito ad una donna per il semplice fatto che essa è incinta. Complementarmente, la discriminazione è da considerarsi indiretta quando “una disposizione […] o un comportamento apparentemente neutri mettono o possono mettere i lavoratori di un determinato sesso in una posizione di particolare svantaggio rispetto a lavoratori dell'altro sesso, salvo che riguardino requisiti essenziali allo svolgimento dell'attività lavorativa, purché l'obiettivo sia legittimo e i mezzi impiegati per il suo conseguimento siano appropriati e necessari”. Come, per esempio, quando viene previsto l’accesso ad un’indennità economica solo per chi lavorasse a tempo pieno, indirettamente escludendo tutte le persone che lavorano in part-time.

Facilitare, o più semplicemente, permettere al genere femminile di accedere al mondo del lavoro ed a tutte le opportunità che permettano di avanzare e migliorare la propria posizione professionale è importante per diversi motivi. Ha infatti un impatto positivo sia sulla società, che sulle aziende e organizzazioni, e infine, sulla vita dei cittadini stessi. Combattere le discriminazioni di genere sul luogo di lavoro ha prima di tutto un effetto positivo sulla vita degli individui. Permette di accedere ad un reddito sicuro e dignitoso, e ad uno sviluppo personale e professionale. Inoltre, promuove e favorisce la creazione di una società più inclusiva rafforzando la copertura e l’effettività della protezione sociale per tutte le persone lavoratrici.

Proprio per rispondere alla necessità di contrastare la discriminazione di genere nel mondo del lavoro, una parte del PNRR verrà devolto alla imprenditorialità femminile. I finanziamenti destinati al Fondo ammontano a 400 milioni, di questi 160 saranno dedicati al Fondo Impresa Donna che ha l’obiettivo di supportare l’avvio ed il rafforzamento dell’imprenditoria femminile, attraverso contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati. Questa strategia prevede la distribuzione dei fondi su due azioni principali definite: Linea A e Linea B. La prima riguarda gli incentivi per la nascita e lo sviluppo delle imprese femminili costituite da meno di 12 mesi. La seconda, invece, riguarda gli incentivi per lo sviluppo e il consolidamento delle imprese femminili costituite da almeno 12 mesi.

Queste misure hanno lo scopo di:

  1. Rimodulare gli attuali sistemi di sostegno all’imprenditoria femminile per aumentare la loro efficacia.
  2. Agevolare la realizzazione di progetti imprenditoriali già stabiliti e operanti.
  3. Supportare le startup femminili attraverso attività di mentoring e assistenza tecnico-manageriale.
  4. Creare con una mirata attività comunicativa un clima favorevole all’imprenditorialità femminile.

1.1 La supply chain come soluzione per l’empowerment femminile

Uno dei metodi risultati più efficaci per combattere la discriminazione di genere e favorire l’empowerment femminile è rappresentato dall’inserimento delle donne nella supply chain, cioè nelle catene produttive.

Secondo uno studio della FAO, esiste un legame diretto tra l’empowerment femminile e il miglioramento delle condizioni di vita di un’intera famiglia. È innegabile che le donne tendano ad avere più difficoltà rispetto agli uomini ad accedere agli asset necessari per assicurarsi capitale e credito, sia a livello personale che professionale. Queste condizioni radicate nella società creano una reazione a catena che indebolisce ulteriormente il ruolo delle donne nel settore lavorativo. Nel settore agricolo, per esempio, le donne hanno meno probabilità di essere proprietarie di appezzamenti di terreno. Le mancanze e debolezze del sistema diminuiscono la probabilità che le donne possano differenziare le loro colture. Per questo, la resa di queste ultime è più bassa. Se il gap di accesso a questo tipo di informazioni e agli strumenti economici necessari da parte del genere femminile fosse colmato, il rendimento delle colture gestite da donne potrebbe aumentare del 20-30%, diminuendo di circa il 20% anche l’insicurezza alimentare.

Diversi studi confermano inoltre che questo tipo di strategia non ha un effetto positivo sull’economia locale, nazionale e globale. Nel 2015, per esempio, uno studio condotto dal McKinsey Global Institute aveva affermato che mentre molte aziende affrontano il tema della parità di genere all'interno delle proprie attività, molte meno si occupano di incrementare le prospettive economiche delle donne all'interno delle loro catene di produzione, nonostante l’impatto fosse più positivo. Le stime presentate nello stesso studio infatti dimostrano che se tutti gli individui partecipassero, senza discriminazione alcuna, all'economia, il PIL globale annuo potrebbe aumentare esponenzialmente nel giro di dieci anni.

2. EMPOWERMENT FEMMINILE: COME

L’analisi proposta precedentemente si è focalizzata sul tema delle discriminazioni di genere vigenti nel mondo del lavoro, considerando l’empowerment femminile come la chiave necessaria allo sviluppo di realtà locali, nazionali e sovranazionali. I principali enti internazionali, come FAO, IFAD, ILO, sostengono la tesi secondo cui siano le donne i soggetti portanti al fine di garantire la sicurezza alimentare e di conseguenza lo sviluppo concreto di un dato paese. In questa sezione verranno proposte alcune realtà, sia nazionali che internazionali, in grado di fondere un maggior empowerment femminile, con lo sviluppo di una rete di produzione e commercio locale.

L’attenzione sempre più frequente alla qualità dei prodotti, che essi siano d’abbigliamento o gastronomici, sta rivoluzionando la filiera di mercato, proponendosi come una nuova opportunità in grado di creare relazioni fiduciarie tra consumatori e produttori. Le donne, o soggetti che si identificano come tali, si inseriscono sempre più spesso in questi settori innescando un’innovazione sociale.

L’Italia è famosa in tutto il mondo per il settore tessile e la qualità degli artigiani che vi lavorano. Negli ultimi anni il marchio ‘Made in Italy’ ha rappresentato un attestato di qualità e lusso nel campo della moda, ed è in questo settore che molte donne stanno trovando la loro dimensione, sviluppando nuove forme di empowerment.

Nel 2019, l’azienda Kering (operante nel settore del lusso, possedendo moltissimi marchi quali ad esempio Gucci, Balenciaga, Alexander McQueen), in collaborazione con la Camera Nazionale della Moda Italiana, svolse un’indagine per comprendere il ruolo delle donne all’interno della filiera del lusso italiana. Sono state esaminate le politiche e le pratiche inerenti alla parità di genere di quattro operatori, situati in Italia, della filiera di Kering. Dalla ricerca emerse che la stessa azienda promuove ideali di sostenibilità sociale ed ambientale, tanto da incentivare -all’interno della stessa- l’equità, l’inclusione e la diversità, aderendo alla Carta dei Principi di Empowerment delle Donne redatta da UN Women e dell'UN Global Compact. L’attenzione dimostrata nei confronti della parità di genere e del progressivo empowerment femminile, lo si nota persino all’interno dei colossi della moda sottostanti a Kering. Nel 2018, Gucci sostenne il progetto “I Was a Sari”, avente lo scopo di aiutare donne indiane in condizioni di precarietà o povertà, offrendo loro il lavoro di artigiane così da favorire l’empowerment, elemento necessario per rimuoverle dal vortice vizioso della dipendenza economica. Lo scopo del progetto, oltre a favorire l’occupazione femminile, si basa sulla creazione dell’economia circolare, creando valore da sari di seconda mano. I Was a Sari essendo fondato su partnership locali raffigura un modello ottimo di economia circolare e inclusività, garantendo oltre che una posizione lavorativa, una crescita personale e professionale.

Il settore del lusso non è l’unico ad occuparsi di buone pratiche di empowerment femminile attraverso la filiera corta, infatti il settore agricolo gioca in quest’ottica un ruolo fondamentale, sia in Italia, che all’estero.

Un esempio concreto è rappresentato da “La Ginestra”, un’azienda agricola situata a Sorrento, Italia. Un’azienda interamente al femminile, composta da sette donne (investitrici e lavoratrici), ideata nel 1997. La sua fondatrice creò La Ginestra nel tentativo di promuovere un modello nuovo, in contrapposizione alla coltivazione intensiva; i valori cardine si basano su un approccio sostenibile preferendo la qualità invece che la quantità dei prodotti, evitare l’utilizzo di OGM o altre sostanze chimiche, promuovendo la coltivazione naturale, ed infine instaurare un rapporto diretto con i consumatori e altri produttori della zona. La Ginestra, oltre a svolgere il suo ruolo di produttore sostenibile, nel corso degli anni è diventata un’azienda agricola educativa, cercando di diffondere sia agli adulti che ai più piccoli l’importanza dell’agricoltura facendo riscoprire il legame tra esseri umani e natura.

A livello internazionale, specie nei paesi in via di sviluppo, è possibile trovare delle realtà di riappropriazione e empowerment di tutta la comunità, attraverso la mercificazione e valorizzazione dei prodotti locali. I seguenti casi studio rappresentano due modelli di empowerment femminile e comunitario, ed entrambi sono stati finanziati da enti internazionali: il settore dell’ananas del Suriname e quello delle arachidi e sesamo del Sud Sudan.

Il primo progetto riguarda il commercio sostenibile dell’ananas del Suriname. Il paese gode al suo interno di una vasta gamma di varietà di ananas oltre che a diversi metodi di produzione, eppure i competitori internazionali non permettono ai coltivatori locali di accedere al mercato estero. Lo scopo del progetto, oltre che aumentare la produzione, la competitività e l’accesso al mercato del frutto tropicale, consiste nella creazione di una catena sostenibile, assicurando l’emancipazione non solo degli agricoltori e lavoratori, bensì delle comunità indigene, donne e giovani. Il commercio del frutto tropicale è necessario al fine di implementare i servizi e le infrastrutture, migliorando la qualità della vita, avviando processi virtuosi nei confronti delle comunità rurali favorendo sempre più l'assunzione di manodopera femminile.

Il secondo progetto preso in esame è il WOSA (Women empowerment e Sviluppo agricolo sostenibile per il raggiungimento della sicurezza alimentare in Sud Sudan) ideato dall’associazione VIDES e creato nel 2017. Lo scopo primario è il rafforzamento della sicurezza alimentare e il miglioramento della qualità della vita della popolazione rurale della contea di Juba, quest’ultimo è reso possibile dall’implementazione della commercializzazione dei prodotti agricoli e l’aumentare i redditi delle donne coinvolte nell’iniziativa. WOSA si fonda sul concetto di sostenibilità, proponendo buone pratiche agricole e gestione sostenibile delle acque sotterranee, offrendo dei corsi di formazione, principalmente alle donne, che comprendano tutti i processi, dalla coltivazione alla vendita dei prodotti, così da rendere le comunità indipendenti e autosufficienti, innescando processi di sviluppo.

Dagli esempi sopra riportati emerge come le donne offrano un enorme contributo nei vari settori, sottolineando la loro capacità di essere multifunzionali e aumentando conseguentemente l’offerta produttiva.

3. CRITICITÀ E RISORSE

L’uguaglianza di genere negli ultimi decenni ha acquisito una sempre maggior rilevanza nell’agenda politica sia nazionale che internazionale, tanto da rappresentare formalmente uno degli SDGs 2030 proposti dalle Nazioni Unite, ossia: parità di genere. La politica inclusiva promossa dalle Nazioni Unite, è alimentata - e a sua volta alimenta - la strategia europea, rappresentando per quest'ultima uno dei valori fondamentali e fondanti. L’UE, dunque, si impegna ad attuare politiche antidiscriminatorie in qualunque ambito della società, compreso il settore pubblico, e mostrandosi come buona pratica da emulare per gli Stati membri. Nonostante essa sia parte dell’identità europea, la politica egualitaria di genere non gode di una effettiva tutela, in quanto non esiste alcun organo istituzionale che si occupa dell’esecuzione pratica e messa a punto delle strategie volte all’ottemperamento delle discriminazioni di genere nei singoli Stati membri. Pertanto, si riscontra una notevole differenza legislativa e culturale all’interno del territorio europeo, basti pensare che nel 2020 il Gender Equality Index EU registrava in Svezia l’83.8%, mentre in Grecia -il paese con il tasso più basso- il 52.2%. Il Gender Equality Index mostra una media europea del 67.9% e esso è formato da un serie di dati come l’accesso alla salute, all’educazione, ai diritti politici ed economici.

Nonostante l’Unione Europea rappresenti una delle realtà positive per la gender equality, il raggiungimento della stessa necessita dell’implementazione di ulteriori programmi e strategie da attuare, tanto che la stessa Presidentessa della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, lo ha dichiarato nello scorso gennaio in un’intervista per il Financial Times. La Commissione Europea, perciò, ha ideato il progetto Gender Equality Strategy 2020-2025 avente lo scopo di guidare le azioni degli Stati membri verso l’effettiva parità di genere. Le azioni concrete proposte dalla Commissione riguardano tutti gli aspetti della vita, comprendendo l’abbattimento degli stereotipi e la lotta alla violenza di genere; un focus particolare è stato dedicato all’empowerment femminile e al settore economico, promuovendo tre strategie:

  • Parità salariale tra donne e uomini presentando delle misure vincolanti sulla trasparenza di retribuzione.
  • Equilibrio tra lavoro e vita privata supportando le politiche di congedo parentale.
  • Servizi di assistenza all’infanzia garantendo la Child Guarantee.

La Commissione Europea, come il Parlamento Europeo dettano le linee guida che ogni Stato membro dovrebbe attuare all’interno del proprio territorio. L’approccio europeo alle tematiche di genere risulta essere limitato, essendo politiche di soft law (non vincolante), impedendo, dunque, a tali strategie di trasformarsi in azioni concrete.

L’Europa, attraverso il Next Generation EU, ha stanziato dei fondi per la ripartenza europea, tra cui è possibile ricavare una sezione dedicata alla gender equality. Tale strategia, come già anticipato nella prima sezione, è stata disciplinata anche all'interno del PNRR italiano, istituendo un fondo dal valore di 400 milioni € all’interno della sezione “Inclusione e Coesione” nella dicitura Creazione di imprese femminili. La maggior parte dei fondi è destinata al Fondo impresa femminile e alle azioni ad esso legate, la restante parte è ripartita tra gli interventi a favore delle imprese femminili a valere sulla misura NITO-ON e a valere sulla misura Smart&Start Italia e le azioni di monitoraggio.

Da questa analisi si evince come le istituzioni sovranazionali, comunitarie e nazionali si impegnino formalmente nell’attuazione di una piena gender equality, disponendo, dunque, di svariati strumenti; ciò che è emerso è una fondamentale mancanza nell’approccio culturale. Per poter ottemperare alle discriminazioni di genere è necessario, non solo, incentivare la proliferazione dell’imprenditoria femminile, il riconoscimento dei diritti sociali, economici, e politici, favorendo una work-life balance, e promuovendo l’empowerment femminile, bensì è indispensabile che si intervenga nel sistema scolastico per diffondere e divulgare la cultura della parità di genere.

Per poter attuare questo piano, i governi nazionali dovrebbero investire nel proprio apparato educativo nazionale, formando i professori e sovvenzionano iniziative - promosse da associazioni sia interne alle scuole che esterne - che abbattano gli stereotipi di genere e promuovano l’uguaglianza.

FONTI

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