Fin dalla metà del Novecento, gli Stati Uniti hanno interpretato lo sviluppo economico non solo come motore di crescita, ma anche come strumento di sicurezza nazionale. Promuovere modernizzazione, stabilità istituzionale e progresso tecnologico nei paesi a basso reddito è stato visto come un modo per contenere minacce globali, prima durante la Guerra Fredda, poi nel contesto della War on Terror.
Questa visione ha dato origine a quello che viene definito nesso sicurezza–sviluppo: un approccio integrato alla politica estera in cui la cooperazione allo sviluppo diventa parte di una più ampia strategia di sicurezza.
Ma quanto ha davvero funzionato questo modello, e a quale prezzo?
Ma cos'è il Security-Development Nexus?
Il nesso sicurezza–sviluppo è stato centrale nella politica estera degli Stati Uniti dalla metà del XX secolo. Esso implica l’esistenza di un legame diretto tra lo sviluppo economico e il livello di sicurezza all’interno di un paese. Divenne un concetto fondamentale nella politica estera dopo la Seconda guerra mondiale, quando il presidente statunitense Harry Truman decise di presentare la povertà globale come una minaccia alla sicurezza internazionale. Nel suo Discorso Inaugurale del 1949, espose il cosiddetto Fourth Point: un invito ad avviare un nuovo e ambizioso programma per rendere i benefici dei progressi scientifici e dell’industrializzazione disponibili al miglioramento e alla crescita delle aree sottosviluppate. La sua retorica sottolineava la convinzione che la crescita economica e il progresso tecnologico avrebbero contrastato l’espansione dell’ideologia comunista. E nel contesto della Guerra Fredda tale retorica risultava particolarmente persuasiva per il blocco occidentale.
Durante la Guerra Fredda, il nesso iniziò a incorporare il concetto di state-building, poiché gli Stati Uniti intensificarono gli sforzi di modernizzazione nel Sud-est asiatico. Dopo la svolta della Cina verso il comunismo, gli Stati Uniti avevano bisogno di paesi alleati in Asia, mentre si combatteva la battaglia ideologica. La Corea del Sud rappresentava il candidato ideale agli sforzi statunitensi di sviluppo, come affermato nel celebre Tasca Report: finché le ostilità continueranno in Corea, è essenziale che la nostra posizione militare non sia compromessa da disordini civili o sovversione interna. In caso di tregua e in assenza di unificazione, sarà importante per la nostra sicurezza avere un governo amico in Corea del Sud con un’economia in grado di sostenere forze armate conformemente al programma approvato dal NSC.
Il nesso sicurezza–sviluppo venne fortemente riaffermato anche alla luce di sviluppi più recenti. Nel corso del secolo il concetto si era evoluto e, alla fine degli anni ’90, la necessità di includere riforme del settore sicurezza negli interventi di sviluppo era ampiamente riconosciuta. A livello internazionale si era concordato che il state-building e il consolidamento delle capacità di uno Stato afflitto da conflitti avrebbero aiutato i paesi a uscire dal loro stato di sottosviluppo. Nel 2005, il Vertice Mondiale delle Nazioni Unite rafforzò questa convinzione quando il Segretario Generale Kofi Annan dichiarò: in un mondo sempre più interconnesso, i progressi nello sviluppo, nella sicurezza e nei diritti umani devono procedere di pari passo. Non ci potrà essere sviluppo senza sicurezza, né sicurezza senza sviluppo.
Dopo l’11 settembre ebbe inizio la Guerra al Terrore, che rappresenta pienamente una nuova espressione del nesso sicurezza–sviluppo. Secondo la “9/11 Commission”, i regimi del Medio Oriente non erano riusciti a creare economie stabili in grado di soddisfare i bisogni della popolazione. Ciò favorì l’emergere di una giovane generazione incapace di resistere alle ideologie estremiste. Questo ragionamento portò a una revisione del tradizionale nesso alla luce di minacce nuove e spesso sconosciute. Per illustrarlo si può considerare la Strategia di Sicurezza Nazionale del 2002 dell’amministrazione Bush. La NSS sottolinea i forti legami tra economie stabili, governi stabili e democrazia, e il fatto che le nazioni lacerate dai conflitti possano essere potenziali fonti di perturbazione della pace internazionale.
Il contesto della Guerra Fredda spostò il campo di battaglia nel Terzo Mondo: la guerra ideologica tra Stati Uniti e URSS diede legittimità all’impresa della modernizzazione e dello sviluppo. Ciò permise a entrambe le parti di estendere la propria influenza politica e culturale. Si credeva che la tecnologia avrebbe creato le condizioni per un ambiente politico più stabile, favorendo al contempo il progresso materiale.
E cos'è la Modernization Theory?
Il presidente Kennedy si basò sulle teorie di W.W. Rostow, economista e funzionario governativo. Nel suo libro The Stages of Economic Growth: A Non-Communist Manifesto (1960), identificò cinque stadi della modernizzazione: 1) società tradizionale, 2) prerequisiti per il decollo, 3) decollo, 4) spinta verso la maturità, e 5) era del consumo di massa. Mentre gli Stati Uniti e gli Stati occidentali avevano raggiunto l’ultimo stadio, i paesi del Terzo Mondo si trovavano ancora nelle fasi iniziali del processo. Rostow sosteneva che il percorso potesse essere accelerato grazie all’esposizione ai progressi tecnologici occidentali, agli investimenti esteri e ai cambiamenti culturali. Come suggeriva il titolo, questo “manifesto non comunista” rappresentava l’opportunità per promuovere la modernizzazione nei paesi sottosviluppati e, al tempo stesso, prevenire la diffusione dell’ideologia comunista.
Alla luce dei cambiamenti di potere in corso durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti compresero quanto il “Resto del Mondo” fosse importante per i propri obiettivi. Di fronte all’espansione del comunismo, al progressivo deterioramento delle condizioni di vita e all’aumento preoccupante delle popolazioni, la direzione che questi paesi avrebbero scelto di imboccare avrebbe dipeso in larga misura da un intervento urgente e senza precedenti. Gli Stati Uniti, dal canto loro, avevano già completato questo percorso ed erano diventati una democrazia pienamente sviluppata (secondo la loro stessa narrazione). Di conseguenza, la politica estera americana fu permeata da una visione ottimista secondo cui i paesi poveri avrebbero prima o poi raggiunto la modernizzazione e si sarebbero orientati verso un sistema capitalistico, lontano dalla “malattia comunista”. Le precedenti esperienze di pianificazione sociale, come il New Deal, avevano mostrato la possibilità di facilitare tale processo. E, date le basi teoriche, sembrava quasi naturale perseguire programmi di aiuto estero volti a promuovere questa modernizzazione.
Conclusione
Guardando all’evoluzione del nesso sicurezza–sviluppo, emerge chiaramente come gli Stati Uniti abbiano interpretato lo sviluppo come una componente essenziale della loro strategia internazionale. Non solo un mezzo per promuovere crescita economica, ma anche uno strumento per orientare la stabilità politica, prevenire conflitti e sostenere governi considerati fondamentali per l’equilibrio globale.
Dalla Guerra Fredda alla War on Terror, questo approccio ha spesso privilegiato obiettivi di sicurezza a breve termine, innestandosi in processi di modernizzazione complessi e non sempre compatibili con i contesti locali. Rimane però un dato centrale: nella visione americana, sicurezza e sviluppo non sono mai stati ambiti separati, ma due dimensioni intrecciate, capaci di influenzare profondamente sia le priorità interne sia le modalità di intervento all’estero.
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L'Autore
Livia Marini
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