Aristotele, il primo pensatore della democrazia

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  Redazione
  29 July 2025
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A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS

Alcuni politologi ritengono che la nostra democrazia sia in crisi. Come possiamo reinventarla o, se si preferisce, perfezionarla? Cosa possono insegnarci coloro che, nel corso dei secoli, ci hanno insegnato qualcosa su questo valore della politica, così tanto desiderato da tutti i popoli oppressi?

Le risposte possono venire anche da una serie di filosofi. Uno dei più accreditati è il greco Aristotele che, con la sua “politeia”, o governo costituzionale, stabilisce in sintesi che il potere deve essere distribuito su un gran numero di cittadini e servire sempre e comunque il bene comune.

E’ noto a tutti gli studiosi di storia classica - ovvero il DNA della nostra cultura occidentale - che l’antica società dei greci ha inventato il sistema del governo democratico. Questa affermazione deve essere accompagnata da diverse ipotesi, la più importante delle quali emerge dal censimento che, nel 317 a.C., attribuì ad Atene 21.000 cittadini, 10.000 meteci e 400.000 schiavi.

I meteci erano cittadini stranieri e liberi residenti in una polis (città-stato), che non godevano della cittadinanza, ma che avevano alcuni diritti e doveri. Tuttavia, meteci, schiavi e donne libere, che dovevano essere all'incirca altrettanto numerosi dei cittadini ordinari, furono esclusi dalla compagine della cittadinanza attiva. Sotto il profilo tecnico-giuridico, sarebbe quindi più corretto affermare che i Greci inventarono la città (polis), una forma di comunità in cui gli uomini considerati come cittadini godevano di pari dignità indipendentemente dalle loro differenze sociali (nascita, ricchezza, ecc.) e quindi partecipavano alle decisioni politiche della loro città ("politica" deriva da polis). Anche qui, con molteplici sfumature. Sebbene la città fosse presente a tutti i livelli della vita quotidiana dei Greci e nei testi che ci hanno lasciato, Aristotele è il primo a definire cos'è la città: la comunità perfetta in cui i cittadini, condividendo il potere, raggiungevano una realizzazione psicologica ed emotiva che Aristotele, come tutti i Greci, chiamava “felicità”.

La lettura della filosofia politica di Aristotele , dominante fino agli ultimi decenni del XX secolo, che lo rendeva un realista moderato che contrapponeva il "senso comune" alle tesi estremiste del "comunismo" platonico, aderisce parzialmente al vero. Aristotele attribuisce alla vita in città una destinazione anche etica e ciò che cerca è una forma eccellente di comunità che conduca i suoi cittadini a questa eccellenza che è la felicità. Egli propone una forma straordinaria di questo rapporto tra virtù e città dichiarando che la città è una comunità naturale (mentre un'alleanza militare, ad esempio, è un'associazione convenzionale) e che, secondo una formula molto famosa, "l'uomo è un animale politico per natura".

Ciò significa che gli uomini (qui dobbiamo intendere come greco e libero) sviluppano pienamente la loro natura solo essendo cittadini di una città virtuosa. Tuttavia questa situazione è paradossale perché Aristotele visse in un'epoca in cui la città stava perdendo la sua indipendenza a causa dell'imperialismo dei re di Macedonia e in particolare ad opera di Alessandro Magno, di cui per altro Aristotele era stato il precettore.

Politeia, o governo costituzionale

Se ci atteniamo alle parole così come egli le usa, Aristotele non è esattamente un democratico, perché ritiene che la “demokratia”, di cui Atene andava tanto orgogliosa, sia una forma deviata di costituzione, vale a dire che governa la città a beneficio non dell'intero corpo civico, ma di una particolare classe sociale, la massa dei cittadini poveri. Ovvero Aristotele accusa la Atene del suo tempo di essere un regime demagogico, che conduce, secondo la sua opinione, ad una forma di tirannia, in quanto molti tiranni provenivano proprio dalle classi lavoratrici.

Aristotele fu tuttavia il più convinto sostenitore, nell'antichità e forse anche oltre, di un regime popolare che noi chiameremmo democrazia e che lui chiama politeia , termine che, in greco, designa talvolta qualsiasi forma di costituzione e/o il fatto stesso di vivere in una città (polis).

Secondo il testo della “Politica”, ha reso la politeia come una forma di "governo costituzionale". Si tratta quindi di un regime che esercita il potere su un numero significativo di cittadini, appartenenti a tutte le classi della città, e che esercita tale potere a beneficio di tutti i cittadini, adoperandosi anche per il loro miglioramento etico.

La ragione principale dell'inclinazione di Aristotele verso il governo costituzionale è la relazione reciproca da lui scoperta tra un regime virtuoso e le virtù dei suoi cittadini: un tale regime non può funzionare se i suoi cittadini non condividono valori etici che li spingono a porre il bene della città al di sopra dei propri interessi personali, ma la vita nella città stessa sviluppa le virtù etiche dei cittadini: Aristotele insiste sul fatto che le virtù ci collegano agli altri (non siamo generosi con noi stessi) e che quindi le virtù che eserciteremo all'interno di questa comunità perfetta che è la città saranno virtù perfette. Pertanto, esercitando la funzione di cittadino, un uomo sarà più coraggioso in guerra, meno soggetto ai propri interessi privati, ecc. Ciò che è cruciale è che i cittadini che hanno potere, o che hanno più potere degli altri, siano sufficientemente virtuosi affinché il potere che insediano diffonda la virtù nel corpo civico. I regimi corretti, che possono essere monarchie o aristocrazie, tendono quindi verso un regime popolare corretto, la politeia.

Secondo Aristotele, esistono infatti tre regimi corretti: (1) la monarchia, quando il re è virtuoso e educa i suoi sudditi a diventare cittadini (cioè ad andare oltre la monarchia), (2) l'aristocrazia, quando solo un piccolo numero di cittadini è virtuoso, e (3) la politeia , alla quale a sua volta corrispondono tre regimi fortemente deviati: la tirannia, l'oligarchia e la democrazia nel senso che lo stesso Aristotele gli attribuisce.

Educare i cittadini attraverso le leggi

Il mezzo principale di questa educazione dei cittadini alla virtù sono le leggi: in tutto il mondo greco esisteva un’autentica venerazione per le leggi della loro città, che fece affermare come il patriottismo rivendicato ad esempio da Socrate, non lo legava tanto al territorio di Atene oppure ai suoi antenati, quanto alle leggi della città.

Nella mitologia greca la dea della giustizia è Temi, una delle Titanidi, figlia di Urano e Gea, e moglie dell’autorevolissimo Zeus, Re dell’Olimpo e di tutti i fenomeni meteorologici. Temi è spesso rappresentata con la bilancia e la spada in mano, simboli dell'equilibrio, dell'ordine sociale e della giusta punizione. A volte, la si vede anche con una benda sugli occhi, che simboleggia l'imparzialità nel giudizio. Quando obbediamo alle buone Leggi, si formano in ogni cittadino pensieri ed abitudini virtuose, ed è per questo che sono soprattutto i bambini a dover essere abituati a compiere azioni conformi a queste buone leggi.

La costrizione, se necessario

Abbiamo qui una catena di eventi che noi come società occidentale attuale, in possesso di una cultura mentale giudeo-cristiana, capiamo con minore facilità: l'obbedienza alle leggi ci costringe ad agire virtuosamente (a essere coraggiosi, generosi, ecc.), ma queste virtù sono, senza che ce ne rendiamo immediatamente conto, parte della nostra natura. In quanto prima o poi passiamo da quella che Aristotele chiama "continenza" alla virtù: affermiamo la verità perché abbiamo paura che la nostra eventuale menzogna venga scoperta e punita, fino al momento in cui dire la verità ci dà piacere. Il piacere che ne deriva è la prova che un'azione è virtuosa.

La sovranità della Legge

La legge deve essere imposta a tutti, e la prova più evidente che un regime è corrotto è che la legge non è più sovrana. Il tiranno è al di sopra della legge, e nei regimi demagogici il popolo decide che la sua volontà del momento prevale sulla legge. Oggi, i leader populisti chiedono che lo stato di diritto venga abbandonato, almeno parzialmente, a favore dei desideri popolari.

Ma per Aristotele, la legge non è immutabile.

Certamente, le modifiche legislative devono essere intraprese ma con estrema cautela, perché alla Legge deve essere dato il tempo che occorre per produrre effetti etici. Aristotele sostiene la necessità di modificare la legge quando questa non è più coerente con il regime (la costituzione). Pertanto, il codice d'onore che governa una società aristocratica non ha posto in un regime popolare. Ciò mostra un profondo sconvolgimento dei ruoli nella società, in particolare in relazione a Platone.

Per Aristotele, infatti, il filosofo non dovrebbe governare la città, e questo per una forte ragione dottrinale: l'eccellenza teorica del filosofo è diversa dall'eccellenza pratica del politico: quest'ultimo deve essere in grado di cogliere le occasioni favorevoli per assumere decisioni e intraprendere azioni benefiche per la sua città.

La funzione del filosofo politico sarà quindi quella di fornire una formazione teorica, non solo al politico, ma soprattutto all'uomo chiave della vita politica greca, ovvero il legislatore, colui che dà forma alla costituzione di una città e che poi cerca di correggere tale forma nel corso della storia di questa città. Quando l'equilibrio di potere in una città cambia, ad esempio a favore del popolo, il buon legislatore dovrà essere abbastanza sagace da comprendere che il regime deve evolversi cambiando a sua volta e che la sua legislazione deve adattarsi quam primum alla nuova situazione.

Posto in altri termini: “sono le leggi a dipendere dal regime” e non il contrario.

Aristotele e la lotta di classe

Aristotele si distinse radicalmente da tutti gli altri autori antichi su punti cruciali, che possono essere riassunti in tre tesi.

In primo luogo, Aristotele non sognava una città omogenea e immutabile, ma riconosceva che quella che in seguito sarebbe stata chiamata "lotta di classe" era naturale che avvenisse nella città. Per lui, ciò che è naturale è ciò che accade "sempre o per la maggior parte del tempo". Tuttavia, Aristotele vedeva chiaramente intorno a sé che il mondo delle città era composto quasi esclusivamente da regimi popolari demagogici e da regimi oligarchici basati magari sulla proprietà privata.

Diverse opere recenti hanno messo in luce la sua concezione assolutamente originale di “stasis” . Questo termine designa la discordia all'interno di una città, che a volte sfocia nella guerra civile. Per i Greci, questo era il crimine supremo, che Platone equiparava al parricidio e puniva con la morte. Aristotele osserva, non a caso, che la sedizione nasce dal fatto che il corpo civico è composto da classi antagoniste con interessi divergenti. Pertanto, la stasi, lungi dall'essere un'eccezione disastrosa, è altresì una condizione normale per le città. È semmai necessario che il legislatore proponga istituzioni che ne impediscano l'eccessiva diffusione e che la rendano vieppiù funzionale al miglioramento del regime esistente.

Da qui la seconda tesi: la lotta di classe non è solo naturale, ma è benefica per la città nella misura in cui, accanto al suo lato oscuro (i democratici vogliono fare un uso smodato del loro potere per depredare i ricchi; gli oligarchi cercano di monopolizzare il potere e vogliono arricchirsi senza limiti), ogni partito porta con sé valori positivi: il partito oligarchico si batte affinché il valore e la ricchezza siano presi in considerazione nella distribuzione del potere, e questo è un bene per la città, perché le persone di valore e i ricchi possono esserle utili.

Quanto al partito democratico, è giusto ricordare la caratteristica fondamentale di ogni città, ovvero che i suoi cittadini sono liberi e politicamente uguali. In quanto se vengono privati della loro libertà, i componenti del corpo civico non sono più cittadini.

Le lotte dei dominati portano progresso politico e sociale

La tendenza di fondo di ogni costituzione deviata ad assumere una forma sempre più estrema conduce inevitabilmente alla tirannia. Aristotele reintroduce quindi il ruolo delle classi dominate nella storia delle città, riconoscendo così, ben prima di Marx, che la lotta di classe è la forza motrice della storia, il che costituisce una terza tesi.

Si presentano due casi: o i dominanti, accecati dalla loro arrogante fiducia in se stessi, cercano di imporsi e rischiano di innescare una rivoluzione, oppure sono abbastanza intelligenti da cedere per tempo e giungere a un accordo con i dominati. È un'idea che condividiamo ancora oggi: sono le lotte delle classi dominate a determinare il progresso politico e sociale.

Il fatto che ogni città sia composta da classi in lotta (nella stragrande maggioranza dei casi, un partito oligarchico e un partito democratico), può portare alla catastrofe o all'eccellenza. Così il tiranno combina i lati negativi di entrambi i partiti accumulando una fortuna depredando i ricchi. Ma se un saggio legislatore combina i lati positivi di questi due partiti, il gusto per la libertà dei democratici e il riconoscimento dei talenti degli oligarchi, si ottiene una “politeia”.

La politeia , la migliore delle costituzioni, è pertanto composta da due costituzioni “viziate”: così che tutte le classi sociali possono trovare appagamento su uno o più punti, che è anche uno degli obiettivi delle democrazie moderne.

Ma Aristotele va oltre questa concezione: l'ideale sarebbe che tutti i cittadini fossero uomini eticamente eccellenti, ma forse è chiedere troppo.

Pertanto, per istituire una politeia , si può semplicemente mescolare un piccolo numero di cittadini virtuosi con una massa di altri meno virtuosi, senza tuttavia essere veramente viziosi. Ma, aggiunge Aristotele, l'esercizio collettivo delle funzioni insite nella cittadinanza permette di compensare le inadeguatezze di ciascun individuo. Per Aristotele, la deliberazione realizzata in comune ci eleva a un livello di eccellenza che non possiamo raggiungere da soli.

In questo potere del collettivo sta il fondamento del pensiero aristotelico, veramente democratico.

“Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.”

Aristotele

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