Come la guerra scalda l’artico: tra energia e difesa

Le conseguenze globali della Guerra in Medio Oriente raggiungono anche il Grande Nord, essenziale per l’estrazione di gas naturale e centrale per gli interessi militari dell’alleanza atlantica.

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  Cristel Vinciguerra
  23 March 2026
  10 minutes, 5 seconds

Per dieci giorni, a partire dal 9 marzo, più di 30.000 soldati appartenenti alle forze militari di 14 Paesi membri della NATO hanno portato avanti le operazioni nell’ambito della Cold Response, una delle più grandi esercitazioni svolte annualmente nell’ambito di cooperazione dell’alleanza atlantica.

L’esercitazione è stata svolta in gran parte sul suolo norvegese, coinvolgendo anche parte del territorio della Finlandia, con l’obiettivo di testare l’interoperabilità delle capacità militari dei Paesi NATO, messe alla prova in un ambiente estremo come quello artico.

L’incontro del Primo Ministro norvegese Jonas Støre con il PM canadese Mark Carney ed il Cancelliere tedesco Friedrich Merz avvenuto a margine dell’esercitazione ha contribuito a dare maggiore rilievo politico all’esercitazione, soprattutto in seguito alla recente crisi della NATO scatenata dalle dichiarazioni di Donald Trump riguardo il possibile controllo statunitense della Groenlandia, e riguardo le effettive capacità di difesa dell’Artico da parte dei Paesi NATO.

Il lancio dell’operazione di vigilanza Arctic Sentry nel mese di febbraio aveva già segnalato l’interesse dei Paesi Artici, ed in particolare di quelli europei, di contribuire con maggiori risorse e impegno al rafforzamento della presenza della NATO nell’Artico, mentre un allentamento delle tensioni tra Danimarca e Stati Uniti riguardo la questione Groenlandia è stato permesso anche grazie allo svolgimento, nell’ultima settimana di febbraio, delle esercitazioni militari Arctic Edge, condotte dalle forze militari statunitensi anche sul suolo groenlandese; l’approvazione delle autorità danesi della presenza militare statunitense sul suolo groenlandese ha segnato un’inversione nei rapporti tra le due parti, soprattutto considerando che fino al mese di gennaio, la Danimarca si stava preparando a respingere una potenziale invasione statunitense in Groenlandia. 

Mentre in parte la riduzione della pressione statunitense sull’Artico e sulla sua difesa dei Paesi NATO è conseguenza del rafforzamento della cooperazione militare nella regione, è lo scoppio della guerra in Medio Oriente ad aver portato la questione della Groenlandia a fuori dalle attuali priorità dell’agenda politica degli Stati Uniti, e non solo.

Il protrarsi del conflitto, scatenato da attacchi Israeliani e Statunitensi sull’Iran lo scorso 28 febbraio, ha rapidamente portato allo scoppio di una nuova crisi petrolifera, seguita alla chiusura del traffico attraverso lo stretto di Hormuz; per i Paesi NATO, lo scoppio della guerra ha portato a dover monitorare e rispondere questioni ben più imminenti, soprattutto in seguito al lancio di droni iraniani sulle basi militari britanniche nell’Isola di Cipro ed all’intercettazione da parte delle forze NATO di missili iraniani nello spazio aereo Turco.

La guerra in Medio Oriente ha inoltre già influito sulla difesa dell’Artico, sia a causa di una massiccia diversione delle risorse militari statunitensi verso l’Iran (portando anche ad un ritiro di caccia e forze militari che avrebbero dovuto prendere parte alla missione NATO Cold Response), ma anche a causa dell’aumentata allerta nel Mediterraneo, che ha portato Francia ed Italia a modificare la composizione delle unità presenti in Norvegia per favorire il monitoraggio della situazione marittima in seguito agli attacchi che hanno interessato le basi di Cipro.

Eppure, le conseguenze della guerra in Medio Oriente sulla regione artica potrebbero essere molto più estese e significative nel tempo. Con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e le conseguenti sanzioni dell’Unione Europea sull’acquisto di fonti energetiche provenienti dalla Russia (con un divieto totale di acquisto di gas russo previsto per il 2027 ), i Paesi UE hanno trovato soprattutto nei Paesi del Golfo, come il Qatar, nuovi fornitori di gas naturale liquefatto. Il blocco dello stretto di Hormuz e l’impennata globale dei prezzi di olio e gas hanno però portato nuovamente i Paesi UE a dover affrontare il dilemma riguardante l’approvvigionamento di petrolio e gas; mentre da una parte gli Stati Uniti hanno risposto con una deroga alle sanzioni sull’acquisto di petrolio russo, la maggior parte dei Leader europei ha dichiarato non possibile il ritorno ai fornitori russi, nonostante la crisi energetica in corso ed i possibili rischi di lungo termine su economia e sviluppo.

In questo contesto, il ruolo dell’Artico risulta fondamentale nell’offrire ai Paesi Europei sul versante NATO una valida alternativa sia all’approvvigionamento extra-UE, sia all’acquisto di combustibili fossili russi; si stima che l’Artico ospiti circa il 22% delle risorse totali di petrolio e gas non ancora estratte. Già a partire dall’imposizione di sanzioni nei confronti del gas russo, la Norvegia si è già rivelata un partner fondamentale per garantire il rifornimento dei mercati europei, ai quali fornisce circa il 30% del gas totale ed il 10% del petrolio. L’aumento della domanda di petrolio e gas nel Paese ha inoltre portato al rilascio di licenze estrarre combustibili da nuovi giacimenti, permettendo così di sostenere la domanda europea anche nei prossimi anni.

Lo scioglimento dei ghiacci perenni conseguente al surriscaldamento globale ha inoltre aperto la possibilità di nuove e più accessibili rotte marittime attraverso l’artico, che renderebbero la regione strategicamente importante per i commerci marittimi e per le esportazioni di combustibili fossili.

In un contesto internazionale segnato da crisi interconnesse e crescente competizione tra potenze, l’Artico emerge come uno spazio strategico imprescindibile per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica. La sua rilevanza non si limita alla dimensione energetica, ma si estende alla capacità di garantire resilienza alle catene di approvvigionamento e credibilità alla deterrenza NATO. Di fronte al rischio che la crisi mediorientale e l’eventuale allentamento delle sanzioni rafforzino la posizione della Russia, il controllo e la difesa della regione artica assumono un valore ancora più cruciale. Per l’Unione Europea, investire nell’Artico significa non solo consolidare la cooperazione transatlantica, ma anche avanzare verso una reale autonomia strategica, riducendo vulnerabilità strutturali in un sistema internazionale sempre più instabile e competitivo.

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Cristel Vinciguerra

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