Come Masoud Pezeshkian potrebbe apportare un cambiamento in Iran

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  Redazione
  02 August 2024
  11 minutes, 52 seconds

A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS

Nel 2021, le élite intransigenti dell’Iran hanno trionfato. Il candidato da loro scelto, Ebrahim Raisi, aveva vinto le elezioni attentamente organizzate del paese con un consenso di oltre il 70 percento dei voti. I conservatori avevano il controllo del parlamento iraniano e ricevevano la loro piena attenzione del leader supremo, Ali Khamenei. L’obiettivo primario era quello di controllare tutte le leve del potere del paese per fare del fervore rivoluzionario islamista il proprio perpetuo pilastro.

Ma alla fine dell’anno successivo, era chiaro che l’ambizioso programma tanto proclamato nella propaganda elettorale si trovava in seria difficoltà di realizzazione: i finanziamenti e l’economia in primis erano in caduta libera e gli intransigenti stavano fallendo nei compiti fondamentali della più ampia governance. Il dominio nel quale apparivano più forti ed efficaci, ovvero l’obbligo del velo per le donne, aveva ormai reso lo Stato profondamente impopolare. Quando poi una giovane donna di nome Mahsa Amini morì per mano delle sevizie da parte della polizia “morale” nel settembre 2022, dopo essere stata arrestata per non aver indossato correttamente l’hijab, l’Iran venne travolto da vivaci ed estese proteste di piazza, specie da parte dalle fasce più giovani della società.

Le donne iraniane fecero capire chiaramente di essere stanche di questa sorta di vessatorio ed insopportabile “dress code” imposto dallo Stato e dal violento controllo “legale” sui loro corpi. L’inflazione che raggiunge livelli sconcertanti e le opportunità economiche in sensibile calo fecero ulteriormente infuriare gli iraniani, giovani e anziani. Il gruppo degli intransigenti sembrava aver trasformato il dissenso assillante in una rivolta aperta. E così a maggio, dopo che Raisi morì traumaticamente in un incidente in elicottero, Khamenei vide la possibilità di correggere la rotta politica della nazione. A differenza del 2021, Khamenei permise a un riformista, il parlamentare Masoud Pezeshkian, di candidarsi alla presidenza. Khamenei sapeva che qualora i riformisti fossero stati esclusi, l’affluenza alle urne sarebbe stata fortemente anemica, portando a un ulteriore ondata di controllo unificato e duro che avrebbe eroso la legittimità della Repubblica islamica stessa. Pertanto, Pezeshkian è riuscito a ottenere una vittoria sufficientemente comoda.

Nonostante i fallimenti accaduti negli anni di Raisi, questa vittoria è stata una sorpresa. La maggior parte degli analisti si aspettava che il leader supremo e i suoi alleati avrebbero manovrato per garantire che un conservatore vincesse la carica questa volta. Nonostante ciò, per molti commentatori, la vittoria di Pezeshkian appare di scarsa importanza. Pezeshkian, si sostiene, non andrà lontano nel promuovere la causa delle riforme sociali perché sarà troppo debole e sostanzialmente limitato nella sua azione riformatrice dall’attuale leader supremo, che gli è superiore costituzionalmente.

Gli USA non cambiano la loro posizione

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha liquidato con pochi tratti la vittoria di Pezeshkian giudicandola come “irrilevante”. Nulla era cambiato, ha dichiarato formalmente il Dipartimento, in quanto le elezioni non sono state libere ed eque e in ragione che un numero significativo di iraniani si era astenuto dal partecipare al voto. In un certo senso, questa conclusione suona non molto distante dalla verità: basta il fatto che a molti candidati è stata impedita la candidatura stessa. Khamenei ha avuto l’ultima parola nella maggior parte delle politiche interne e internazionali dell’Iran, e sembra invece in gran parte impegnato nella difesa degli ideali dell’Islam più radicale e conservatore nel sociale. Inoltre, i sostenitori della linea dura conservano ancora un potere significativo nella maggioranza parlamentare, nei media e in varie istituzioni statali tra le più rilevanti. Ed è certo che useranno nel tempo questo potere per resistere ad ogni cambiamento fondamentale.

Infine, il presidente entrante sembra formalmente disinteressato a una trasformazione radicale in senso moderato: a differenza dei precedenti leader riformisti, ha giurato fedeltà personale a Khamenei e alla sua agenda. Senza la guida suprema, ha detto Pezeshkian, non credo che nome sarebbe uscito facilmente da queste urne elettorali. Eppure, gli storici del futuro potrebbero ancora considerare le elezioni del 2024 come il momento nel quale la Repubblica islamica ha cambiato il proprio sistema decisionale, non perché Pezeshkian abbia perseguito riforme radicali, ma perché è riuscito a forgiare un regime islamista più moderato. Allontanandosi sia dalle riforme radicali che dall’idealismo rivoluzionario, Pezeshkian ha dimostrato come ci sia spazio in Iran per una coalizione di governo composta da riformisti moderati e conservatori moderati (in contrapposizione ai conservatori intransigenti), ancorata a un governo più pragmatico.

Nella sua campagna elettorale, Pezeshkian si è concentrato su piccole riforme sociali ed economiche progettate per migliorare la vita quotidiana delle persone, la maggior parte delle quali sono più concretamente realizzabili. In politica estera, la sua volontà per una rinnovata e virtuosa diplomazia con gli Stati Uniti sarà più difficile da far passare, ma può convincere Khamenei a sostenere i colloqui e forse anche ad approvare un modesto accordo almeno sul nucleare.

Potrebbe, in altre parole, portare l’Iran oltre le battaglie ideologiche che hanno definito la sua storia post-rivoluzionaria.

Serviva un candidato di compromesso

Al di là delle analisi e commenti vari sulla sua politica, oggi l’Iran si trova all’apice della sua influenza a livello internazionale. Il paese e la sua rete di milizie alleate stanno suscitando una ritrovata paura e attenzione in Medio Oriente. L’intensa opposizione di Teheran a Israele gli sta facendo guadagnare il sostegno politico di quasi tutti i gruppi radicali di tale vasta regione. Il programma nucleare del governo è al suo punto di maggiore espansione e lo Stato sta cercando di costruire accordi con la Cina Popolare e la Federazione Russia per contrastare l’Occidente.

Il consenso sociale che manca

Questi successi, tuttavia, contrastano nettamente con la disperazione provata da molti iraniani. L’economia del paese continua ad essere in difficoltà, afflitta dalle sanzioni statunitensi e occidentali, dalla cattiva gestione amministrativa, dalla crescente corruzione e dalla disuguaglianza fra i generi. La popolazione è sempre più oltraggiata da questa leadership conservatrice e profondamente clericale. Tale malcontento spiega perché la morte della giovane Amini ha provocato proteste di massa e perché le manifestazioni si sono rivelate difficili da reprimere.

La gente ha marciato in tutto il paese per mesi e mesi fino a quando finalmente, attraverso una violenza incessante, Teheran ha represso violentemente la rivolta. Ciononostante, le persone continuano a ribellarsi in modi di minore clamore. Così, ad esempio, tante donne continuano a violare l’obbligo dell’hijab del paese, tanto che lo Stato ha constatato come questa regola così retrograda sia quasi impossibile da far rispettare al completo.

Per Khamenei – così come per numerosi della sua cerchia ristretta – le proteste sono sicuramente servite come un campanello d’allarme. Esse hanno ancora una volta dimostrato che i sostenitori della linea dura hanno nettamente fallito e che la loro leadership è risultata impopolare e profondamente destabilizzante. Permettere a Pezeshkian di candidarsi, a quanto pare, come sperava Khamenei, avrebbe potuto aiutare a dare alla Repubblica islamica una nuova prospettiva di speranza e di vita, dimostrando un certo grado di apertura senza rappresentare una minaccia per l’ordine al potere.

Dopotutto, pochi si aspettavano che vincesse

A quel tempo, Pezeshkian era un membro del parlamento relativamente oscuro, anche all’interno della già marginale circoscrizione riformista. Il blocco moderato iraniano presentava altri candidati più popolari che volevano correre per la presidenza. Ma sono stati tutti squalificati dal “Consiglio dei Guardiani”, il gruppo nominato dal leader supremo che controlla ogni candidatura in completa autocrazia.

Pezeshkian si è dimostrato il candidato in grado di unire gli iraniani?

Le risposte non sono univoche, ma il suo Curriculum Vitae è sicuramente di prim’ordine. Una volta iniziata la campagna elettorale, Pezeshkian ha trovato il modo di far valere le sue ragioni al popolo. Ha una storia di vita avvincente che è diventata parte gradevole ed integrante della sua campagna: è un valente cardiochirurgo che non si è mai risposato dopo che sua moglie è morta traumaticamente a seguito di un incidente d'auto e che ha cresciuto i suoi figli da solo. Pezeshkian è stato in precedenza presidente della sua università e ministro della salute prima di diventare membro del parlamento. Eppure, a differenza di altri funzionari di lunga data, ha la reputazione di essere competente, pio e esente da sospetti di corruzione.

Di origine in parte curda e in parte azera, Pezeshkian è stato in grado di aiutare a colmare le fratture etniche che affliggono la società iraniana, promettendo di affrontare le lamentele di lunga data dei gruppi minoritari. Durante le proteste del 2022, le province iraniane del Baluchistan e del Kurdistan sono state epicentri del dissenso e teatro di alcune delle repressioni più sanguinose. Secondo valutazioni più razionali, Pezeshkian si dimostrò in quel momento tra i pochissimi candidati in grado di unire iraniani con le loro diverse convinzioni ideologiche.

Il leader titolare dei riformisti, Azar Mansoori, ha inaspettatamente incoraggiato la gente a votare per Pezeshkian. Allo stesso tempo, Pezeshkian ha guadagnato terreno tra alcuni conservatori giurando fedeltà a Khamenei e promettendo di non cercare di cambiare l'identità fondamentale della Repubblica islamica. Invece, ha detto propagandisticamente che il suo obiettivo era semplicemente quello di migliorare la vita quotidiana degli iraniani riducendo l’inflazione, migliorando la governance, facilitando l'accesso a Internet e non imponendo più rigide restrizioni sull’abbigliamento femminile.

Ha tentato con scarso successo di convincere gli iraniani a considerare questo pragmatismo d’intenti sia come una virtù religiosa che come una necessità politica. Pezeshkian, naturalmente, era ancora in ritardo tra i conservatori nella competizione. Ma ha beneficiato di una spaccatura tra i conservatori più pragmatici e moderati e i dogmatici intransigenti che avevano formato il precedente governo Raisi. Durante il primo turno delle elezioni, i conservatori moderati hanno sostenuto la candidatura di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento ed ex comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC). Durante il primo turno, gli scontri tra i conservatori moderati e i sostenitori della linea dura di Jalili sono stati spesso caustici e con violenti attacchi personali.

Il regno del possibile

In definitiva la vittoria di Pezeshkian non è stata mai messa in gioco. Infatti, ha sconfitto Jalili superandolo di dieci punti percentuali e ottenendo un’affluenza record alle urne. La bassa affluenza alle urne è stata in gran parte dovuta alle donne iraniane scontente, molte delle quali hanno chiesto il boicottaggio delle elezioni. Ma una vittoria è pur sempre una vittoria, e Pezeshkian potrebbe non aver bisogno di un grande mandato popolare per portare avanti il suo programma. Sin dalla sua elezione, ha chiarito che le sue priorità sono il buon governo e la costruzione di ponti, nessuno dei quali richiede riforme politiche trasformative.

Il team di Pezeshkian sembra anche aver dato priorità all’aumento della diversità in seno al governo. Secondo quanto raccontano i media regionali, il nuovo presidente ha stabilito criteri di selezione che stabiliscono che il 20% dei membri del gabinetto saranno donne, il 60% dovrà avere meno di 50 anni e il 60% non dovrà aver precedentemente ricoperto il ruolo di ministro. Si vedrà poi il risultato concreto di tali promesse avanzate in campagna elettorale. Infine, Pezeshkian vuole che il suo governo sia composto sia da riformisti che da conservatori. Mantenere quest’ultima promessa potrebbe rivelarsi difficile. Una volta che il suo governo si sarà insediato, Pezeshkian sarà sotto pressione immediata per migliorare i parametri fondamentali dell’economia. Per ottenere ciò, ha promesso di cambiare le pratiche che hanno provocato i vari deficit nel bilancio statale, irregolarità finanziarie, scarsità economiche e carenze aggravate di acqua e terreni coltivabili, come i sussidi che confluiscono a determinati interessi costituiti. A tal fine, si è anche impegnato ad affrontare le potenti reti di corruzione istituzionalizzata, che metteranno alla prova il suo coraggio come leader. Il paese ha anche un disperato bisogno di investimenti, che non sono possibili a meno che l’Occidente non allenti le sue sanzioni. A tal fine, Pezeshkian ha fortemente sostenuto un serio impegno diplomatico con gli Stati Uniti, sostenendo quanto un riavvicinamento con gli USA sia necessario per migliorare l’economia iraniana.

Il cambiamento, anche se non radicale, può comunque essere

consequenziale. Cambiare la politica estera dell’Iran sarà molto più difficile per Pezeshkian, dato che le relazioni internazionali sono state finora in massima parte di competenza del leader supremo e dell’IRGC. Pezeshkian non sarà certamente in grado di districare il nodo gordiano che sono le politiche nucleari dell’Iran, le attività regionali e i legami con Cina e Russia. Ma ciò non significa che non possa avere alcun impatto sulla politica estera, soprattutto quando si tratta di diplomazia nucleare. Sebbene Khamenei abbia dato il via libera all’espansione del programma nucleare iraniano, non è contrario ai negoziati sulla sua portata, a condizione che riducano la pressione delle sanzioni sull’Iran. Un accordo che porrebbe fine al programma nucleare iraniano potrebbe non essere nelle carte, ma un accordo pragmatico che scambierebbe restrizioni verificabili sul programma in cambio di un significativo allentamento delle sanzioni è molto immaginabile.

L’esito del possibile cambio di rotta di Pezeshkian dipenderà anche, ovviamente, dal fatto che gli Stati Uniti accetteranno di impegnarsi con il presidente entrante. Dovrebbe, in parte per testare quanta libertà di manovra ha Pezeshkian e in parte per vedere quanto lontano potrebbe arrivare un accordo nucleare. Il sostegno di Khamenei al governo neoeletto, ovviamente, serve anche a ricordare che Pezeshkian è una creatura della Repubblica islamica. Non si metterà contro il leader supremo e il suo obiettivo dichiarato è quello di creare un centro politico stabile e produttivo. È quindi comprensibile il motivo per il quale un gran numero di iraniani rimanga scettico nei confronti di Pezeshkian e del suo programma. Ma il cambiamento, anche se non sarà radicale, potrà comunque avere qualche conseguenza positiva. Ad esempio, potrebbe rendere il paese più funzionale, più prospero e più pacifico, un fatto che molti attivisti veterani conoscono bene. Secondo la maggior parte degli analisti, dopo le varie azioni repressive avvenute negli ultimi anni di fronte alle legittime proteste e alla crescente forza dell’Iran nella regione, non dobbiamo aspettarci chissà quale cambiamento, almeno nell’immediato. Quel che i cittadini si aspettano, questo sì e celermente, è quello di cambiare le poche cose capaci di rendere le loro vite più facili nella semplicità quotidiana di ognuno.

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