L’8 dicembre 2024, mentre Ahmad al-Sharaa e i miliziani di HTS (Hay'at Tahrir al-Sham, Organizzazione per la liberazione del Levante) conquistavano Damasco, un aereo stava già trasportando Bashar al-Assad al sicuro verso Mosca. “La Russia non abbandona mai i suoi” era la linea ufficiale del Cremlino. Preoccupato e indebolito dall'invasione su larga scala dell’Ucraina, Putin non fu in grado di salvare l'alleato di lunga data Assad quando il suo regime crollò improvvisamente un anno fa. All'ex dittatore siriano è stata però garantita protezione: Bashar al-Assad sarebbe stato più volte avvistato nella capitale russa, dove disporrebbe di residenze lussuose e una vita agiata.
Nuovi equilibri e alleanze storiche
Mosca e Damasco hanno legami amichevoli e consolidati. Ma la Russia è oggi un posto diverso rispetto a quello che era quando la guerra in Siria è cominciata. Allora l'intervento di Mosca ribaltò le sorti della guerra civile a favore di Assad, consentendogli di continuare il suo brutale governo decennale – ereditato dal padre, il generale Hafez al-Assad – e la spietata repressione del popolo siriano. Le truppe russe entrarono nel conflitto frontalmente, bombardando città e villaggi siriani, causando decine di migliaia di vittime.
Il sostegno russo al regime di Assad ha garantito a Mosca una presenza militare duratura nel Mediterraneo, oltre a riaffermarne lo status di potenza capace di operare ben oltre la sua sfera d'azione immediata. Le basi sul territorio siriano hanno fornito alla Russia i suoi unici punti di scalo per aerei e navi in viaggio da e per l'Africa, dove ha tutt'ora molti interessi strategici.
La Federazione russa vuole quindi mantenere le sue basi militari nel Paese: Hmeimim nella provincia di Latakia, una più piccola nel nord-est di Qamishli e la base navale di Tartus. La Siria offre un importante potenziale di investimento per gli interessi economici della Russia. E Mosca è un fornitore affidabile di armi.
Da quando ha offerto rifugio ad Assad, le cose sono però peggiorate per Vladimir Putin. La guerra in Ucraina, che sta per entrare nel suo quarto anno di combattimento, si trascina lasciando la Russia sempre più isolata sulla scena mondiale, priva di denaro e uomini da inviare sul campo di battaglia. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, dopo l'inconcludente incontro in Alaska ad agosto, è sempre più frustrato dalla controparte russa e dalla sua apparente indifferenza nel fermare la guerra. In Ucraina, la Russia non ha ancora il pieno controllo delle regioni che ha formalmente rivendicato nella sua costituzione. Inoltre, l'influenza nel suo stesso campo d'azione – in Armenia, Azerbaijan e in alcune parti dell'Asia centrale – sta diminuendo.
Dalla Russia agli USA
La recente visita di Al-Sharaa a Washington – la prima volta di un presidente siriano alla Casa Bianca – segna il consolidamento di un nuovo ordine sunnita in Medio Oriente. Ispirato dall’Arabia Saudita, il nuovo ordine dovrebbe sorgere a spese dell’influenza dell’Iran sciita, oltre a rappresentare un ostacolo all’egemonia israeliana pianificata da Benjamin Netanyahu dopo le operazioni militari degli ultimi anni.
Il cambio di rotta di Damasco è già in atto: lo dimostrano due importanti decisioni prese durante la visita di Al-Sharaa negli Stati Uniti. La sospensione parziale per 180 giorni del Caesar Syria Civilian Protection Act è un primo segnale di apertura. La normativa del 2019 è stata un elemento centrale della politica statunitense per esercitare pressioni sul regime di Assad: le sanzioni imposte da Washington hanno bloccato gli investimenti internazionali e le transazioni economiche che coinvolgevano il governo siriano e i suoi affiliati.
E di non secondaria importanza è il fatto che la Siria dovrebbe rientrare ufficialmente nella coalizione contro lo Stato islamico (IS), di cui fanno parte una trentina di Paesi arabi e occidentali. L’esercito siriano ha già condotto decine di operazioni per contrastare il tentativo di Daesh di ricostituire un bastione sul territorio siriano, otto anni dopo la caduta di Raqqa, la capitale del califfato in Siria.
La lunga lotta contro lo Stato islamico
Ma le sfide della nuova Siria non finiscono qui. Secondo l'agenzia di stampa Reuters, sarebbero già due i falliti tentativi di uccidere il presidente Al-Sharaa. Mentre l'ex combattente jihadista cerca di ripristinare l'immagine internazionale della Siria e rompere la bolla isolazionista che ancora paralizza l'economia di Damasco, i miliziani islamici che hanno combattuto al suo fianco fino al 2016 lo considerano un traditore e rifiutano la politica moderata e internazionalista del nuovo Al-Jolani.
Il ministero dell'informazione siriano ha rifiutato di commentare i complotti specifici, citando ragioni di sicurezza, ma ha affermato che l'IS continua a rappresentare “una vera minaccia per la sicurezza della Siria e della regione”.
Da questa delicata fase di transizione della Repubblica siriana Mosca esce sconfitta e indebolita, mentre Washington guadagna influenza e potere. Gli Stati Uniti si stanno preparando a stabilire una presenza militare in una base aerea a Damasco per contribuire a realizzare un patto di sicurezza che Washington sta mediando tra Siria e Israele: una zona demilitarizzata nell'ambito di un accordo di non aggressione.
I piani statunitensi per la presenza nella capitale siriana rappresentano un segnale del riallineamento strategico di Damasco con Washington dopo la caduta di Bashar al-Assad, storico alleato dell'Iran. Gli Stati Uniti si presentano ora in Siria come garanti di un nuovo fragile equilibrio.
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L'Autore
Giuliana Băruș
Studi in Giurisprudenza e Diritto Internazionale a Trieste.
Oltre che di Diritto (e di diritti), appassionata di geopolitica, giornalismo – quello lento, narrativo, che racconta storie ed esplora mondi – fotoreportage, musica underground e cinema indipendente.
Da sempre “permanently dislocated – un voyageur sur la terre” – abita i confini, fisici e metaforici, quelle patrie elettive di chi si sente a casa solo nell'intersezionalità di sovrapposizioni identitarie: la realtà in divenire si vede meglio agli estremi che dal centro. Viaggiare per scrivere – soprattutto di migrazioni, conflitti e diritti – e scrivere per viaggiare, alla ricerca di geografie interiori per esplorarne l’ambiguità e i punti d’ombra creati dalla luce.
Nel 2023, ha viaggiato e vissuto in quattro paesi diversi: Romania, sua terra d'origine, Albania, Georgia e Turchia.
Affascinata, quindi, dallo spazio post-sovietico dell'Europa centro-orientale; dalla cultura millenaria del Mediterraneo; e dalle sfaccettate complessità del Medio Oriente.
In Mondo Internazionale Post è autrice per la sezione “Organizzazioni Internazionali”.
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