A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale
Per comprendere meglio gli ultimi avvenimenti degli Stati Uniti, è cruciale assumere il fatto che Donald Trump non è un caso voluto accidentalmente dalla storia contemporanea. La sua rielezione, stavolta conseguita con maggioranza a pieni voti, è del tutto in linea con un profondo cambiamento strutturale attivo nell’attuale società americana, iniziato alla fine della Guerra Fredda.
A poco più di cento giorni dal suo ritorno alla Casa Bianca, appare abbastanza chiaro che qualcosa è cambiato anche in Donald Trump. Oltre ai toni nazionalisti e populisti simili a quelli del suo primo mandato, si intravede ora una deriva che sembra un po’ più autoritaria, priva di precedenti analoghi nella storia statunitense. Adotta infatti una visione a tinte “neoimperialiste” dell'economia, in un mondo che viene percepito come un gioco a somma zero, composto esattamente da vincitori e da vinti. La cooperazione sta svanendo a favore di una logica che sa piuttosto di dominio, nel quale contano solo il potere e l'accumulo di ricchezza.
Dopo essere sopravvissuto a due tentativi di impeachment, a molteplici processi giudiziari, ad attacchi politici e a due tentativi di assassinio, ora Trump governa con un potere assoluto ante litteram. Elevato a eroe, a martire , perfino a figura messianica dai suoi sostenitori, egli vede ormai la democrazia non come un quadro politico da rispettare dalle fondamenta ma come un semplice strumento per esaltare e legittimare la conquista del potere. La sua vittoria elettorale, stavolta avvenuta senza appello, serve da giustificazione tecnica e di vittoria del marketing, passante per il rifiuto di numerosi vincoli istituzionali.
Le basi strutturali della sua attuale governance appaiono fondamentalmente tre:
- L’estrema centralizzazione del potere esecutivo, basata secondo i politologi sulla controversa teoria dell’”esecutivo unitario”
- La politicizzazione del sistema giudiziario, utilizzato per “regolare i conti” con certi avversari
- La strumentalizzazione del potere federale per attaccare i contropoteri culturali, mediatici e educativi
La sua prassi politica sta nel creare artificialmente un clima di confusione: destabilizzare gli oppositori, saturare lo spazio mediatico, offuscare le virtù delle norme democratiche. Appare impulsivo, iper reattivo, a volte selettivo secondo i programmi di Fox News o le tendenze di “Truth Social” (la piattaforma di sua proprietà), The Donald ha fatto dell’”instabilità” un’imprevedibile arma politica, talvolta di pragmatico successo.
Donald Trump non è un incidente della storia
Come si diceva, Donald Trump non è un caso storico. Sebbene la sua elezione nel 2016 potesse sembrare improbabile, la sua rielezione è il segno di un concreto e profondo cambiamento strutturale che può essere fatto risalire alla fine della Guerra Fredda.
La scomparsa dell'Unione Sovietica (URSS), e quindi di un nemico esterno effettivamente strutturato, ha riorientato il confronto politico verso la designazione di un nemico interno. La guerra culturale è diventata la nuova matrice ideologica di questo conflitto interno.
Due dinamiche principali, spesso intrecciate, la alimentano.
Da un lato, esibisce una radicalizzazione religiosa alimentata da correnti nazionaliste cristiane – come la “Nuova Riforma Apostolica” – che rifiutano alcuni importanti quanto attuali sviluppi della società e invocano l’instaurazione quasi di una vera teocrazia. Dall'altro, la tensione razziale, alimentata dalla paura del declino demografico dei “bianchi (WHITE)” e ancora di più dei cittadini “anglo-saxon and protestant” (WASP) e dall'ostilità verso i progressi ottenuti nel campo dei diritti civili.
Si tratta di una guerra culturale?
Molto probabilmente sì, alcuni per la verità hanno preannunciata questo cambiamento già negli anni '90. Nel suo discorso pronunciato alla convention repubblicana del 1992, Trump affermò: «È in corso una guerra culturale per l'anima dell'America […] tanto cruciale quanto la Guerra Fredda stessa.» Evidentemente è una frase troppo radicale per la sua epoca. In quei tempi veniva asserita ancora una superiore “America bianca”, cristiana e conservatrice, in contrapposizione alle élite cosmopolite giudicate spietatamente come sconfitte e del tutto visionarie. Ma le stesse idee, all'epoca marginalizzate, prepararono il terreno a quello stesso trumpismo che oggi è salito al potere.
L’eminente uomo politico, Newt Gingrich, presidente repubblicano della Camera dei rappresentanti dal 1995 al 1999, ha avuto un ruolo centrale nella trasformazione del Partito conservatore USA (il GOP) e della vita politica americana. Con il suo movimento "Contratto con l'America" introdusse una strategia basata sullo “scontro permanente”. In particolare, distribuì a tutti i candidati repubblicani un esplicito opuscolo intitolato "Linguaggio: un meccanismo di controllo chiave", nel quale erano elencati i termini da utilizzare per descrivere positivamente se stessi, e altri invece fortemente dispregiativi - come "corrotto", "immorale" o "traditore" - da utilizzare per screditare strumentalmente gli avversari.
Questa retorica aggressiva ha contribuito a trasformare l'opposizione politica in un nemico, aprendo la strada a una destra in cui la ricerca della vittoria ha la precedenza sul rispetto delle norme democratiche.
Mondi paralleli di disinformazione e indignazione
Allo stesso tempo, l'emergere di un nuovo ecosistema mediatico ha amplificato queste tensioni. Con la creazione di Fox News nel 1996, l'esplosione di talk show conservatori, come quello del conduttore Rush Limbaugh negli anni '90, e poi dei social network negli anni 2000, la destra americana si è dotata di potenti strumenti per raggiungere e radicalizzare l'opinione pubblica verso la propria direzione e preferenze.
Le odierne bolle dell’informatica legata all’informazione, alimentate dalla applicazione di specifici algoritmi, hanno la possibilità di intrappolare i cittadini verso una sorta di mondi paralleli, dove la disinformazione e l'indignazione finiscono per prevalere sulla razionalità applicata al dibattito. Tale meccanismo ha contribuito alla polarizzazione del panorama politico e persino della società nel suo complesso. A questa ricomposizione ideologica e mediatica si aggiunge una crisi più ampia: quella del consenso neoliberista diffusamente adottato dopo la Guerra Fredda.
Le promesse di prosperità hanno ceduto il passo alla deindustrializzazione, alla crescente disuguaglianza e al profondo risentimento di alcuni strati della popolazione. Gli shock successivi – dall’11 settembre alla crisi finanziaria del 2008, fino alla pandemia di Covid-19 – e le guerre permanenti senza vere vittorie ottenute sul campo hanno rafforzato i sentimenti di sfiducia profonda nelle élite al potere.
La nostalgia per un'America bianca, cristiana e “maschia” trionfante
Trump incarna questa “rabbia” che aleggia da tempo tra larghe fasce della società americana. Promette la riconquista di un'America in forma idealizzata, la cancellazione di alcuni recenti progressi sociali e l'affermazione piuttosto di un'identità nazionale basata sui principi religiosi cristiani e sulla razza, possibilmente bianca. Il suo populismo è prima di tutto una risposta emotiva verso un sentimento di ingiustizia, umiliazione e perdita di orientamento, che però sono reali, non illusori.
Donald Trump non è solo un prodotto della crisi democratica degli Stati Uniti: ne è la spettacolare cristallizzazione.
Incarna la sintesi degli anni Novanta, il decennio fondativo del risentimento identitario, della guerra culturale e della deregolamentazione dei media troppo spesso presenti nelle posizioni della sinistra. Percepito come un outsider, non è mai stato giudicato come un politico tradizionale, ma come l'incarnazione di un "self-made man", un imprenditore di grande successo e star dei reality, secondo i più stretti canoni che descrivono la persona di successo negli USA. Le sue parole, trasgressive e provocatorie, funzionano come un ritorno del rimosso, compresa la crudeltà e l'umiliazione dell'avversario. È divertente per la sua base, perché sconvolge i codici, calpesta il politicamente corretto e lusinga la fantasia di una riconquista dell'identità. Il tutto secondo i consigli del marketing sulla sua persona. Trump promette potere, vendetta e nostalgia per un'America bianca, cristiana e maschile trionfante.
Questa storia non è scritta da nessuna parte
E Trump non è più solo. Il sostegno attivo di protagonisti economici e del mondo delle tecnologie come Elon Musk, divenuto ormai una figura chiave della destra radicalizzata sulla sua “Rete X”, rafforza sensibilmente questa dinamica culturale e procedurale.
Insieme, hanno tracciato i contorni di un nuovo potere autoritario, di natura culturale e digitale, nel quale il modo d’influenzare ha assunto la precedenza sulla forma e doveri istituzionali.
Riflessioni finali
Non si tratta solo di un uomo che l'America ha legittimamente rieletto. Si tratta di più, di uno stile inconsueto, un'epoca e una visione del mondo basati sul dominio, sulla rottura e sul rifiuto di alcune regole tradizionali, giudicate da Trump come “nemiche degli Stati Uniti d’America”. Tuttavia, la storia non è tutta scritta: lo attendono anni di Presidenza che non sarà facile da gestire specie nella risoluzione, anche parziale, delle varie quanto pericolose conflittualità armate che continuano a seminare morte e distruzione in numerose parti del mondo.