«War. War never changes.» Così si apre Fallout 4 (2015), ambientato in un mondo devastato da una catastrofe nucleare: il progresso tecnologico ha accresciuto la capacità distruttiva delle armi senza porre fine alle rivalità per il potere e le risorse. La tensione fra strumenti che cambiano e conflitti che si ripresentano richiama Carl von Clausewitz, che descriveva la guerra come qualcosa di più di un camaleonte, capace di assumere forme diverse secondo le circostanze. Le sue parole invitano a distinguere la trasformazione dei mezzi dalla natura del fenomeno: armi, protagonisti e modalità del combattimento possono mutare profondamente, mentre rimane aperta la questione di ciò che permette di riconoscere una guerra. Al centro di questa distinzione si trova il rapporto fra violenza e politica.
La guerra tra violenza e politica
Nel trattato Della guerra, Clausewitz definisce la guerra come un atto di violenza fisica attraverso il quale si cerca di imporre la propria volontà all'avversario. La forza ne costituisce quindi un elemento essenziale, ma il suo impiego acquista significato alla luce degli scopi perseguiti e dei rapporti politici in cui si inserisce. La celebre formula della guerra come continuazione della politica con altri mezzi esprime proprio questo legame: le ostilità non sospendono la vita politica, che continua a orientarne l'andamento e viene a sua volta modificata dai combattimenti. Gli obiettivi bellici risentono dunque anche delle lotte per il potere e dei conflitti di interesse che attraversano le società, andando oltre le sole decisioni dei governi. Questa relazione fra forza e politica non esaurisce però ciò che condiziona l'andamento della guerra. Per spiegarne la variabilità, Clausewitz introduce la «trinità», un modello fondato sull'interazione di tre tendenze: le passioni e l'ostilità, il caso e la probabilità, la razionalità degli scopi politici. L'autore le associa prevalentemente al popolo, all'esercito e al governo, senza identificarle rigidamente con questi soggetti. Il peso di ciascuna varia secondo le circostanze, poiché le decisioni politiche possono orientare l'impiego della forza senza controllare le passioni dei protagonisti o gli imprevisti del combattimento. La teoria individua così elementi ricorrenti, la cui diversa combinazione contribuisce a spiegare il carattere mutevole della guerra.
Nuove guerre e coercizione politica
Alcune guerre si protraggono anche perché la loro prosecuzione può favorire gli interessi di chi combatte. È uno dei meccanismi messi in luce dal modello delle «nuove guerre», sviluppato dopo la Guerra fredda per analizzare conflitti spesso interni agli Stati, nei quali operano anche gruppi armati non statali. In questi contesti, mantenere viva la contrapposizione con un nemico può rafforzare identità collettive e legittimare chi esercita il potere. La violenza contro i civili alimenta paura e polarizzazione, consolidando le divisioni su cui alcuni gruppi costruiscono la propria influenza. A questi vantaggi politici possono aggiungersi quelli economici, quando il controllo delle risorse garantisce entrate legate alla prosecuzione delle ostilità. Se il potere e i guadagni di determinati attori dipendono dalla durata del conflitto, la sua conclusione può mettere a rischio entrambi. Questa interpretazione mette in discussione una componente della teoria di Clausewitz: la «tendenza agli estremi», secondo cui il confronto fra volontà contrapposte genera una pressione reciproca verso un impiego crescente della forza. Quando la prosecuzione della guerra diventa essa stessa vantaggiosa, questa pressione non basta a spiegare l'andamento delle ostilità. La critica riguarda dunque la capacità della logica degli estremi di interpretare la persistenza di alcuni conflitti, senza negare il loro carattere politico.
Le difficoltà interpretative non riguardano soltanto l'andamento delle guerre, ma anche la possibilità di distinguerle dalle altre forme di pressione politica. Operazioni informatiche, misure economiche e campagne di disinformazione possono infatti sostenere un'offensiva militare, contribuendo a indebolire la capacità di resistenza dell'avversario, oppure essere impiegate per influenzare le decisioni di un governo al di fuori di un conflitto armato. Gli stessi strumenti possono quindi perseguire finalità politiche in situazioni differenti, rendendo meno immediato stabilire quale ruolo svolgano nel confronto fra i contendenti. Questa difficoltà aumenta quando mezzi diversi vengono coordinati all'interno di una stessa strategia. La loro combinazione è spesso associata all'espressione «guerra ibrida», il cui utilizzo può però generare confusione se comprende indistintamente attività che accompagnano un conflitto armato e pressioni esercitate al di fuori di esso. Per interpretare queste situazioni occorre considerare come le diverse pratiche si rapportino alla violenza organizzata, anziché dedurne la natura dai soli strumenti impiegati. Il problema riguarda dunque il significato assunto dalle attività nel contesto in cui vengono utilizzate, e pone una questione ulteriore sulla capacità delle categorie teoriche precedenti di comprendere la guerra contemporanea.
Le trasformazioni alla prova della teoria
Le difficoltà emerse non rendono necessariamente obsolete le categorie di Clausewitz. Anche nei conflitti prolungati, infatti, il vantaggio che alcuni attori traggono dalla durata delle ostilità non elimina l'incertezza sulle capacità e sulle intenzioni dell'avversario. Il timore di subire un attacco può continuare a spingerli verso un maggiore impiego della violenza. Tuttavia, quando le forze sono frammentate o militarmente diseguali, la pressione a prevalere sull'avversario incontra limiti concreti: chi non dispone delle risorse necessarie per ottenere una vittoria decisiva può ricorrere ad alleanze mutevoli, strategie opportunistiche e attacchi circoscritti. La tendenza agli estremi può quindi manifestarsi anche attraverso modalità che contribuiscono alla prosecuzione delle ostilità, anziché tradursi in un'escalation continua verso la sconfitta definitiva del nemico. Il rischio di considerare inevitabile una determinata evoluzione emerge anche nelle previsioni sul futuro dei combattimenti. La diffusione di operazioni indirette e pratiche coercitive ambigue aveva alimentato l'idea che gli scontri convenzionali su larga scala sarebbero diventati progressivamente marginali. L'invasione russa dell'Ucraina, nel febbraio 2022, ha mostrato i limiti di questa previsione: combattimenti intensi, mobilitazione di uomini e mezzi e contesa del territorio hanno confermato l'importanza della forza militare convenzionale. Le strategie indirette continuano a essere impiegate, ma possono accompagnare combattimenti aperti quando la posta politica spinge gli Stati a mobilitare grandi forze. La persistenza delle ostilità e l'evoluzione delle modalità di combattimento sollevano questioni differenti, ma entrambe mostrano come le trasformazioni della guerra non comportino necessariamente la scomparsa delle dinamiche e delle forme precedenti. Rimane allora da chiarire quale contributo interpretativo possiamo ancora ricavare dal rapporto fra forza e politica.
Il rapporto fra forza e politica conserva una capacità interpretativa proprio perché attraversa modalità di guerra molto diverse. Durante le ostilità, la violenza organizzata non si limita a dare esecuzione a decisioni già prese: modifica gli equilibri di potere, può ridefinire gli interessi dei contendenti e influisce sulle scelte successive. La competizione politica si sviluppa quindi anche attraverso il combattimento, mentre questo continua a essere orientato dalle finalità dei protagonisti. Questa relazione reciproca permette di comprendere sia guerre convenzionali sia conflitti frammentati, senza presupporre un'unica modalità di impiego della forza. Il carattere politico della guerra, tuttavia, non rende ogni pratica coercitiva parte di un conflitto armato. Anche pressioni economiche, informative o diplomatiche possono perseguire obiettivi politici senza accompagnarsi alle ostilità. La prospettiva di Clausewitz rimane quindi utile per esaminare il ruolo assunto dalla violenza organizzata nel confronto fra volontà contrapposte, pur senza fornire una risposta automatica a ogni situazione controversa.
«War never changes» coglie solo una parte del problema: le modalità della guerra cambiano e gli strumenti della pressione politica possono somigliare a quelli impiegati durante un conflitto armato. Questa somiglianza, tuttavia, non cancella la differenza fra la guerra e le altre forme di competizione politica. Riconoscerla richiede quindi di guardare oltre i singoli strumenti, considerando come la violenza organizzata si inserisca nel confronto fra i contendenti. È in questa possibilità di interpretare le trasformazioni senza confondere ogni antagonismo con una guerra che rimane utile la prospettiva di Clausewitz.
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L'Autore
Tommaso Ravizza
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Clausewitz Guerra Contemporanea guerra ibrida Teoria della guerra conflitti armati