L’isola caraibica di Cuba rischia di trasformarsi nei prossimi giorni da paradiso naturale a inferno socioeconomico. Il recente embargo sugli idrocarburi imposto da Washington e lo spezzarsi delle vie di approvvigionamento provenienti dal Venezuela, stanno lentamente ma inesorabilmente preannunciando una crisi politica volta a far crollare il regime comunista dell’isola. Blackout prolungati, paralisi dei servizi e stop della rete di trasporti sono solo alcuni degli effetti iniziali che la stretta americana ha causato.
In seguito all’arresto e deportazione del leader venezuelano Nicolás Maduro, avvenuto a seguito dell’ormai famosa operazione Absolute Resolve il 3 gennaio scorso, gli scambi economici, e in particolare quelli energetici, tra Caracas e L’Avana hanno subito un’interruzione improvvisa imposta. Il paese sudamericano forniva all’isola fino a 70 mila barili di greggio al giorno, arrivando a coprire oltre due terzi del fabbisogno interno dell’isola. Con la decapitazione del vertice politico venezuelano e il controllo sulle licenze di esportazione, gli USA stanno cercando di massimizzare i propri vantaggi strategici e usarli per indebolire il regime cubano.
Oltre al dirottamento dei flussi tra Venezuela e Cuba, gli Stati Uniti hanno annunciato sanzioni economiche in forma di dazi ai paesi terzi che intendessero rifornire l’isola di carburante. Ciò è stato indirizzato principalmente ad attori minori ma influenti come Messico e Algeria, fondamentali per i rifornimenti energetici dell’isola. Alleati storici e ideologici maggiori come Russia e Cina hanno criticato duramente la linea di Washington, sottolineando come tali azioni deliberate risultino in contrasto con le norme internazionali e rischino di causare ripercussioni gravi sulla popolazione civile del paese insulare. Oltre al pieno appoggio morale da parte di Pechino e Mosca, questi hanno promesso di supportare l’isola con ogni mezzo possibile, ma è proprio nelle capacità reali dei due attori orientali che fanno affidamento gli Stati Uniti: nonostante le relazioni diplomatiche tra Cuba e le potenze euroasiatiche siano più che consolidate, il reale scambio economico e lo spazio di manovra che queste hanno nella regione sono quasi nulli. Il controllo quasi esclusivo che la Casa Bianca esercita con la nuova Dottrina Donroe permette una gestione totale della regione a favore degli interessi statunitensi.
Negli ultimi giorni la presidente messicana Sheinbaum ha cercato di proporre il proprio paese come ponte diplomatico tra Washington e L’Avana, dichiarando che una normalizzazione dei rapporti tra i due paesi è essenziale per la stabilità regionale e la salvaguardia della popolazione cubana, reale vittima delle sanzioni. In attesa di ricevere una risposta concreta dalle parti ha annunciato che il Messico coordinerà una catena di aiuti alla popolazione tramite corridoi umanitari per il rifornimento di aiuti essenziali nell’isola, come forniture mediche, generi alimentari e beni di prima necessità. Nel frattempo, anche il presidente cileno uscente, Gabriel Boric, ha annunciato nell’ultimo Consiglio dei ministri di valutare misure atte all’aiuto della popolazione cubana.
Nell’ultima settimana il blocco navale ha iniziato a produrre le prime conseguenze tangibili. Oltre ai consueti blackout, a cui il paese era in realtà già abituato, si sono registrati disservizi direttamente collegati alla recente crisi energetica. Il 10 febbraio le autorità aeronautiche cubane hanno comunicato che il rifornimento di carburante per gli aeromobili non sarà più garantito negli aeroporti dell’isola, con pesanti ripercussioni per compagnie aeree e viaggiatori e un conseguente calo degli arrivi turistici, fondamentali per l’economia nazionale. Anche il sistema dei trasporti è stato fortemente ridimensionato, con una riduzione degli spostamenti interni e ricadute sui prezzi dei beni. Infine, nel settore pubblico, la carenza di carburante ha costretto l’amministrazione pubblica a ridurre al minimo gli orari di ospedali, università e altre strutture statali, provocando gravi disagi per la cittadinanza.
Nello scenario attuale, il futuro dell’isola non sembra essere legato alle capacità di resilienza interne al paese, bensì agli equilibri geopolitici esterni. La pressione statunitense mira chiaramente ad assoggettare la direzione politica cubana ai propri interessi, e nonostante non sia esplicitamente dichiarato dall’establishment, la ricerca di un regime change sembra essere la finalità che la Casa Bianca stia cercando di ottenere. Il rischio più concreto è che gli effetti più immediati possano ricadere sulla popolazione prima che sul sistema politico. Al momento Cuba si trova al centro di una partita strategica più ampia: è chiaro che la nuova dottrina geopolitica americana voglia consolidare un predominio continentale, dimostrando alle grandi potenze concorrenti che il proprio spazio esclusivo non è condivisibile.