Senza un’analisi del ruolo del popolo curdo – una delle più grandi nazioni senza Stato al mondo - è difficile comprendere le dinamiche geopolitiche in Medio Oriente. In questo scenario in costante evoluzione, è il carattere distintivo delle donne curde a meritare una riflessione profonda: esse hanno trasformato il panorama politico regionale sfidando una duplice oppressione, quella etnica e quella di genere.
Le Unità di Protezione delle Donne (YPJ) rappresentano una delle forze militari più simboliche emerse durante la guerra civile siriana. Costituite come ala femminile delle Unità di Protezione Popolare (YPG), le YPJ operano all’interno delle Forze Democratiche Siriane (SDF), una coalizione militare a guida curda sostenuta dagli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS.
Questa formazione è stata impegnata attivamente nel contrasto ai gruppi jihadisti come lo Stato Islamico (ISIS) e nella salvaguardia dei territori a maggioranza curda lungo il confine settentrionale. Sebbene le loro abilità tattiche siano rinomate a livello internazionale, le YPJ non sono state soltanto un esercito: il loro progetto politico ha dichiaratamente mirato a trasformare le strutture patriarcali radicate nella società locale.
Dalla loro fondazione nel 2013, queste donne si sono battute per un nuovo contratto sociale. Durante il lungo conflitto civile siriano, hanno promosso riforme sociali ambiziose, tra cui sistemi di co-presidenza uomo-donna nelle istituzioni locali e una forte partecipazione femminile alla vita politica. Il loro approccio politico, sintetizzato dal celebre slogan “Jin, Jiyan, Azadi” (Donna, Vita, Libertà), ha dato priorità alla democrazia diretta e all'equilibrio ecologico, scardinando i modelli tradizionali di potere. Questo modello politico si ispira in parte alle teorie del confederalismo democraticosviluppate dal leader curdo Abdullah Öcalan, che promuovono autonomia locale, pluralismo etnico e centralità dell’emancipazione femminile.
Questo fenomeno non nasce dal nulla, ma è il frutto di una lunga tradizione rivoluzionaria. Tra i simboli di questa genealogia troviamo Leyla Qasim, attivista curda giustiziata nel 1974 dal regime baathista iracheno dopo un processo fortemente contestato. In tempi più recenti, la morte di Hevrin Khalaf, segretaria del Partito del Futuro Siriano e attivista per la coesistenza pacifica tra curdi, arabi e cristiani, ha tragicamente confermato la pericolosità di questa avanguardia politica, culminato nel suo assassinio nel 2019 durante l’offensiva turca nel nord-est della Siria, per mano di milizie siriane alleate di Ankara.
L'impegno femminile ha raggiunto l'apice mediatico e operativo nel 2014, durante la battaglia di Kobane (città assediata dalle forze dello Stato Islamico) quando le combattenti delle YPJ divennero un simbolo globale della resistenza contro l’ISIS. Mentre nel Rojava – l’amministrazione autonoma curda istituita nel nord-est della Siria durante la guerra civile - le YPJ guidavano i combattimenti in prima linea, nel Kurdistan iracheno le donne Peshmerga proteggevano con vigore la propria terra. Come dichiarato da molte di loro ai reporter sul campo, la durezza dell'addestramento era nulla in confronto alla volontà di difendere la propria dignità. In questo senso, l’impresa curda non può essere ridotta a una semplice operazione di antiterrorismo: è stata una posizione ideologica netta per la parità di genere.
Tuttavia, questo laboratorio sociale unico al mondo ha dovuto infine confrontarsi con il pragmatismo della sopravvivenza statale. Nel gennaio 2026, il progetto politico del Rojava sembra aver raggiunto una fase di trasformazione decisiva.
Secondo gli accordi annunciati all’inizio del 2026, i territori del nord-est dovrebbero progressivamente rientrare sotto la giurisdizione del governo centrale siriano. L'ingresso dei militari siriani in centri nevralgici come Qamishli, Hasakah e la simbolica Kobane è l'effetto dell'accordo siglato il 30 gennaio tra le Forze Democratiche Siriane (SDF) e l’amministrazione emersa dopo la guerra civile guidata ora da Ahmed al-Sharaa. Le bandiere dell’autogoverno sono state ammainate, segnando la fine di un'esperienza iniziata nel 2012.
L’intesa si articola su quattordici punti che cercano un equilibrio tra sovranità nazionale e specificità regionali. Le milizie curde, indebolite da anni di pressioni, verranno integrate nell’esercito regolare in una divisione dedicata, pur perdendo l’autonomia decisionale. In cambio, i curdi hanno ottenuto concessioni storiche sul piano dei diritti civili. Il curdo verrà riconosciuto ufficialmente come lingua nazionale accanto all’arabo, e i curdi apolidi otterranno il passaporto siriano. Anche il Newroz, il capodanno curdo, entra a far parte delle festività nazionali. Si tratta dei primi riconoscimenti formali dei diritti nazionali curdi dall’indipendenza della Siria nel 1946. Resta però aperto l’interrogativo sulla tenuta di queste concessioni nel tempo, in un Paese in cui le promesse di inclusione delle minoranze sono spesso state subordinate a esigenze di controllo politico.
Il passaggio di consegne a Damasco e la fine dell’esperienza autonoma del Rojava non significano necessariamente la scomparsa della rivoluzione sociale promossa dalle donne curde. Sebbene le YPJ vengano progressivamente integrate nelle forze armate siriane e l’autonomia territoriale sia destinata a ridursi, l’impronta culturale lasciata da oltre un decennio di autogoverno appare difficile da cancellare. Il riconoscimento della lingua curda, la cittadinanza per migliaia di apolidi e l’ingresso del Newroz tra le festività nazionali rappresentano risultati simbolici e politici che riflettono anche la mobilitazione delle donne curde negli anni della guerra contro l’ISIS.
La vera sfida per la Siria che emerge dal dopoguerra sarà ora trasformare queste concessioni in un nuovo patto politico inclusivo. Se le promesse di pluralismo resteranno sulla carta o diventeranno la base di una convivenza multietnica stabile dipenderà dalla capacità delle nuove istituzioni di integrare davvero le minoranze nel progetto statale. In questo senso, l’esperienza del Rojava non rappresenta soltanto un capitolo chiuso della guerra siriana, ma un precedente politico destinato a influenzare a lungo il dibattito sul futuro della Siria e sul ruolo delle donne nei processi di trasformazione del Medio Oriente.
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2026.
Share the post
L'Autore
Alice Balan
Categories
Tag
Rojava Siria