Dieci anni dopo la Brexit è possibile per il Regno Unito ricongiungersi all’Unione Europea?

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  Redazione
  07 July 2026
  7 minutes, 37 seconds

A cura del dott. Pierpaolo Piras


Il 23 giugno ricorre il decimo anniversario del votoreferendario del Regno Unito per l'uscita dall'Unione Europea. L'anniversario giunge in un momento in cui il Paese è immerso nel "rimpianto di Bregret", un rimpianto più o meno diffuso per una decisione che prometteva di riacquistare il controllo ma che ha invece lasciato un'economia più debole e una società divisa.

Un evento altamente simbolico è alle porte.

In aggiunta, il 22 luglio Bruxelles ospiterà il secondo vertice tra le due parti, UE e Londra.

La domanda che aleggia sull'anniversario è se questo incontro potrà rappresentare un punto di svolta in grado di rivitalizzare le relazioni o se si ridurrà a una mera formalità di accordi tattici. Il contesto geopolitico sembra indicare una ripresa, ma la politica britannica rimane irta di difficoltà.

Le ragioni di questo rilancio sono di primaria importanza.

La seconda presidenza di Donald Trump ha minato la fiducia nella volontà degli Stati Uniti di difendere i propri alleati europei. Il momento è particolarmente delicato per il continente, con la guerra in Ucraina che dura ormai da oltre quattro anni e l'autonomia europea in materia di difesa ancora in fase di costruzione.

Oltre alla sicurezza, c'è l'economia. Il Centre for European Reform stima che la Brexit abbia ridotto le esportazioni britanniche verso l'UE del 12% e attribuisce la maggior parte di questo danno all'uscita dal mercato unico, piuttosto che alle barriere doganali. L'impatto sul PIL è stimato tra il 4% e l'8%.

La terza ragione è rappresentata dall'opinione pubblica

Un decennio dopo il referendum, il sentimento è cambiato: il trionfalismo del 2016 ha lasciato il posto a una sobrietà quasi contabile.

La Brexit, venduta come una promessa di emancipazione nazionale, viene oggi misurata in punti di PIL mancanti, investimenti rinviati, esportatori scoraggiati, piccole imprese sommerse da moduli e certificazioni, università meno attrattive e famiglie alle prese con salari reali compressi. Il lessico eroico e supponente del “take back control” si è trasformato oggi in una grammatica decisamente più prosaica: costi di conformità, frizioni regolatorie, barriere non tariffarie, perdita in termini di scala commerciale.

La perdita lenta

Il punto cruciale è che la Brexit non ha prodotto un singolo trauma spettacolare, ma una perdita lenta ecumulativa. Non è stata una porta sbattuta, bensì una corrente fredda entrata ogni giorno dagli spifferi della nuova frontiera economica.

L'autorevole Office for Budget Responsibility continua a incorporare nelle proprie previsioni l'ipotesi che la nuova relazione commerciale con l'UE riduca nel lungo periodo la produttività britannica di circa il 4% e che esportazioni e importazioni risultino intorno al 15% inferiori rispetto allo scenario di permanenza nell'Unione.

Sono cifre aride ma solo in apparenza: dietro di esse ci sono meno concorrenza, minore specializzazione, catene del valore accorciate, investimenti più prudenti e una capacità di crescita strutturalmente indebolita.

Le stime più recenti convergono su un quadro economico severo

Analisi accademiche e istituzionali indicano che, entro il 2025, il PIL pro capite britannico sarebbe stato inferiore di circa il 6-8% rispetto a un Regno Unito rimasto nell'UE; gli investimenti aziendali sarebbero risultati più bassi del 12-18%, mentre occupazione e produttività avrebbero perso tra il 3% e il 4%.

Questi numeri vanno letti non come esercizi di nostalgia statistica, ma come il prezzo di una scelta che ha aumentato l'incertezza e ridotto l'orizzonte decisionale delle imprese. Quando un'impresa non sa quali regole varranno, quali certificazioni saranno riconosciute, quali costi doganali dovrà sostenere o quanto tempo perderà alla frontiera, non investe: allora aspetta. E l'attesa, in economia, è spesso un altro nome della temuta decadenza.

La ferita più visibile resta il commercio con l'Europa.

L'Unione Europea rimane il principale partner del Regno Unito, ma la relazione è stata resa più costosa proprio nel momento in cui l'economia globale premia integrazione, rapidità e prevedibilità.

Il Centre for European Reform stima che le esportazioni britanniche verso l'UE siano oggi depresse di circa il 12% per effetto della Brexit e che il ritorno a una semplice unione doganale recupererebbe solo una parte limitata del danno.

La ragione è essenziale: il cuore del problema non è soltanto la dogana, ma l'uscita dal mercato unico. Per un'impresa, il mercato unico non era una bandiera blu con stelle dorate; era la possibilità concreta di vendere, assumere, certificare, spedire e integrare produzione senza trasformare ogni passaggio in un piccolo negoziato amministrativo.

Va da sé che le piccole e medie imprese sono state le più esposte

Le multinazionali possono assumere consulenti, aprire filiali, riorganizzare magazzini e assorbire i costi fissi della burocrazia. Il produttore artigianale, l'azienda alimentare regionale, il fornitore di componenti o il laboratorio specializzato non hanno lo stesso margine.

Per loro, un certificato sanitario in più, una regola d'origine da dimostrare, un ritardo alla frontiera o un contratto europeo perduto possono significare la rinuncia all'export. È qui che la Brexit ha mostrato la sua natura più irrazionale e regressiva: ha promesso sovranità e ha consegnato complessità; ha invocato il dinamismo del commercio globale e ha appesantito proprio chi aveva meno strumenti per navigarlo.

Sul fronte degli investimenti, il danno è più silenzioso ma forse più grave

Il capitale non fugge sempre con clamore: spesso semplicemente non arriva. Stabilimenti che avrebbero potuto essere ampliati vengono rinviati, centri di ricerca scelgono altre piazze europee, start-up preferiscono insediarsi dove il passaporto regolatorio è più ampio e i mercati sono più accessibili. Londra rimane una grande capitale finanziaria e culturale, ma la Brexit ne ha incrinato la posizione di piattaforma naturale tra Europa e mondo. Il risultato è un'economia ancora ricca, ancora sofisticata, ma meno magnetica di quanto avrebbe potuto essere.

Anche la finanza pubblica ne risente

Un'economia più piccola significa entrate fiscali più deboli e meno spazio per finanziare sanità, infrastrutture, difesa e transizione energetica. In questo senso, il costo della Brexit non è soltanto privato, ma collettivo: si traduce in bilanci pubblici più stretti, servizi sotto pressione e promesse politiche più difficili da mantenere.

Il paradosso è evidente: una decisione presentata come recupero di sovranità ha finito per ridurre la capacità materiale dello Stato di agire. La sovranità nominale è aumentata; quella effettiva, misurata in risorse disponibili, è diminuita.

Naturalmente, non tutto ciò che affligge il Regno Unito deriva dalla Brexit: la pandemia, la guerra in Ucraina, l'inflazione energetica e il rallentamento della produttività hanno colpito molte economie avanzate. Ma la Brexit ha aggiunto un vincolo specificamente britannico a una stagione già difficile. Mentre altri Paesi cercavano di ricostruire catene di fornitura e attrarre investimenti, Londra doveva gestire un divorzio complesso dal suo mercato più vicino. La differenza non è tra crisi e assenza di crisi, ma tra affrontare una tempesta con vele spiegate o con una parte del sartiame tagliata per scelta.

Il vertice di Bruxelles del 22 luglio va dunque letto alla luce di questa aritmetica politica

Un riavvicinamento pragmatico può produrre benefici: accordi veterinari, riconoscimento di qualifiche, semplificazioni doganali, cooperazione energetica, mobilità giovanile e maggiore coordinamento industriale potrebbero ridurre parte dell'attrito. Ma nessuna toppa tecnica può replicare integralmente la profondità del mercato unico senza accettarne regole, istituzioni e vincoli. Qui sta il dilemma britannico: desiderare i vantaggi dell'integrazione senza riaprire la battaglia identitaria sull'appartenenza.

Per Keir Starmer, o per qualunque governo britannico voglia stabilizzare i rapporti con Bruxelles, il margine politico è stretto. Spingersi troppo poco significherebbe confermare la mediocrità del “reset”: un lessico nuovo per una sostanza modesta.

Spingersi troppo oltre significherebbe riaprire la faglia culturale che attraversa il Paese dal 2016. La Brexit, infatti, non è soltanto una politica pubblica fallita o riuscita; è una memoria emotiva, un'identità, una ferita di classe e territorio. Per questo la riconciliazione con l'Europa richiede non solo negoziati tecnici, ma una pedagogia politica capace di dire la verità senza umiliare chi votò Leave.

Dieci anni dopo, la lezione è limpida: l'interdipendenza non si abolisce per decreto.

Si può uscire da un trattato, non dalla geografia; si può cambiare cornice giuridica, non cancellare la densità degli scambi, delle filiere, delle carriere e delle aspettative costruite in quasi mezzo secolo.

La Brexit ha dimostrato che il costo della separazione non si paga una volta sola, come un biglietto d'uscita, ma a rate: nei margini delle imprese, nei salari mancati, negli investimenti evaporati, nella produttività che non cresce, nelle opportunità che scelgono altrove.

Il decimo anniversario non dovrebbe quindi essere celebrato né rimosso, ma compreso 

Se il Regno Unito vuole davvero voltare pagina, dovrà riconoscere che la prosperità non nasce dall'isolamentoper quanto ben raccontato, bensì dall'accesso intelligente ai mercati, dalla stabilità delle regole e dalla fiducia degli investitori.

La riconciliazione con l'Europa non cancellerà le perdite già accumulate, ma può impedire che diventino una condanna permanente. La Brexit ha tolto ricchezza al Paese; la politica, se saprà essere meno teatrale e più adulta, può almeno smettere di produrne altra...!

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