Metalupi e ingegneria genetica: la de-estinzione è davvero possibile?

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  Jacopo Biagi
  30 May 2025
  4 minutes, 39 seconds

Chiunque abbia visto il film “Jurassic Park”, l’opera di Steven Spielberg del 1993, sarà certamente rimasto impressionato dalla suggestiva idea di un parco naturale in cui gli esseri umani sono stati in grado di riportare in vita delle creature prestoriche estinte ormai da milioni di anni. Ci si potrebbe chiedere se si tratti davvero di un film di fantascienza o se una cosa del genere, con le tecnologie scientifiche odierne, possa essere davvero realizzata.

A questa domanda sembra aver trovato una risposta la Colossal Biosciences, un’azienda statunitense di biotecnologia e ingegneria genetica che da anni sta conducendo attività di ricerca sulla de-estinzione. Qualche mese fa, infatti, l’azienda ha annunciato di essere stata in grado di riportare in vita con successo tre esemplari di enocione (Aenocyon dirus), conosciuto anche come metalupo. L’azienda che ha presentato al pubblico i tre cuccioli chiamati Romolo, Remo e Khaleesi li ha definiti come i “primi metalupi” del nostro tempo. Tuttavia, non si tratterebbe effettivamente di esemplari di enocione, bensì di lupi grigi (Canis lupus) modificati geneticamente per assomigliare il più possibile alla specie ormai estinta.

Che cos'è stato davvero creato

Secondo i dati diffusi da Colossal e confermati da alcuni scienziati coinvolti nel progetto, il programma di de‐estinzione parte dall’analisi dell’antico DNA estratto da fossili risalenti circa al periodo tra 13.000 e 72.000 anni fa. Da questi reperti i ricercatori hanno estratto il materiale genetico del metalupo che un tempo dominava sul territorio nordamericano e, dopo averlo confrontato con il DNA del lupo grigio, hanno individuato le caratteristiche genetiche dell’enocione. Successivamente, con l’utilizzo del sistema di editing genetico CRISPR/Cas9, il team di scienziati ha apportato circa 20 modifiche in 14 geni selezionati nel genoma del lupo grigio con l’obiettivo di ottenere un DNA completo con caratteristiche simili a quelle del metalupo originale. Il risultato di questa selezione genetica sono tre cuccioli che presentano tratti distintivi della specie estinta come un mantello di colore chiaro, una struttura fisica aumentata e una muscolatura potenziata.

L’entusiasmo iniziale per l’annuncio della società è stato seguito da una pioggia di critiche provenienti soprattutto da parte della comunità scientifica. Se l’intento dell’azienda, infatti, era quello di enfatizzare l’idea di una “resurrezione”, per molti esperti la comunicazione di Colossal è stata eccessivamente enfatica e fuorviante dal momento che le tre creature sono degli ibridi ottenuti modificando geneticamente un animale attualmente in vita. Il DNA dei cuccioli è costituito prevalentemente da quello del lupo grigio a cui sono state integrate solo piccole porzioni provenienti dai fossili.

Le possibili applicazioni e i rischi

Il traguardo raggiunto dalla società americana rappresenta un trionfo scientifico impressionante soprattutto considerando le limitazioni tecniche e l’approccio innovativo e senza precedenti. La capacità di replicare alcuni tratti genetici di una specie estinta da migliaia di anni potrebbe spianare la strada a nuove modalità di conservazione della biodiversità e al ripristino di ecosistemi storici ormai quasi perduti. Infatti, questa tecnologia, che l’azienda vorrebbe impiegare in futuro anche per altre specie estinte come il mammut lanoso o il dodo, potrebbe essere impiegata per la salvaguardia di animali in via di estinzione

Tuttavia, non mancano le perplessità dal punto di vista etico e scientifico. Una delle maggiori sfide tecniche rimane la qualità del DNA da utilizzare. Infatti, il materiale genetico recuperato dai fossili è spesso frammentato e danneggiato e deve essere ricostruito utilizzando campioni ottenibili dai discendenti della stessa specie come nel caso del metalupo. Questo limite suscita forti dubbi all’interno della comunità scientifica che ha sottolineato il fatto che una vera e propria de estinzione richiederebbe una clonazione totale del genoma originale, un’impresa che con le attuali capacità tecnologiche risulta ancora impossibile.

Un altro aspetto controverso è quello delle ripercussioni che si potrebbero avere sugli ecosistemi. Se davvero fossimo in grado di “resuscitare” un animale estinto, infatti, ci si dovrebbe interrogare su come questo essere possa integrarsi negli ecosistemi moderni. Le condizioni climatiche, così come la flora e la fauna, sono profondamente mutate da quando questi esseri erano in vita, e la reintroduzione di una specie artificiale e ormai estranea potrebbe avere conseguenze imprevedibili sulle dinamiche ecologiche locali.

Inoltre, se da una parte questa tecnologia permette di modificare geneticamente specie esistenti al fine di renderle più resistenti e resilienti, dall’altra c’è il rischio che questo strumento innovativo possa essere utilizzato come soluzione per annullare e ripristinare la perdita di biodiversità dovuta a una eventuale riduzione delle regolamentazioni per la tutela della natura e degli ecosistemi.

Il caso del metalupo è solamente l’inizio di un dibattito più ampio in tema di ingegneria genetica. Una tecnologia come il CRISPR e la manipolazione del DNA potrebbero essere impiegate per rafforzare la resistenza di specie in via di estinzione e potrebbero contribuire all’introduzione di geni resistenti alle malattie comuni o che permettano un migliore adattamento al cambiamento climatico.

Tuttavia, c’è il rischio concreto che la narrazione sulla capacità di riportare in vita creature scomparse da migliaia di anni induca a pensare che l’estinzione non sia più definitiva incentivando comportamenti sbagliati e trascurando la salvaguardia delle specie viventi. Infine, bisogna considerare anche il fatto che ci si sta muovendo in un campo inesplorato e “giocare a fare Dio” potrebbe avere anche gravi conseguenze inaspettate.

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Jacopo Biagi

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