Gli accordi di Abramo: il nuovo asse strategico tra irreversibilità economica e fragilità politica

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  Chiara Bertolotto
  13 October 2025
  14 minutes, 42 seconds

Normalizzazione e l'emergere di un nuovo paradigma regionale

Gli Accordi di Abramo, sottoscritti a partire dal 2020 con la mediazione degli Stati Uniti, hanno rappresentato uno spartiacque cruciale nelle dinamiche geopolitiche del Medio Oriente. Tali intese, che hanno condotto alla normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Israele e quattro Stati arabi—gli Emirati Arabi Uniti (EAU), il Bahrain, il Marocco e il Sudan—hanno rimodellato l'architettura strategica della regione, distinguendosi nettamente dai precedenti sforzi di pacificazione.

A differenza dei Trattati di pace con l'Egitto (1978) o con la Giordania (1994), gli Accordi di Abramo non costituiscono, nella maggior parte dei casi, autentici trattati di pace. Salvo parziale eccezione del Sudan, i Paesi firmatari non erano mai stati formalmente in stato di guerra con lo Stato ebraico; al contrario, avevano mantenuto per decenni una "condizione conflittuale, non strettamente militare", che ne precludeva la normalizzazione. Questi accordi hanno sancito una nuova dottrina strategica, promossa dalla Destra israeliana e nota come "pace in cambio di pace", la quale ha di fatto disgiunto il processo di normalizzazione araba dalla risoluzione della questione palestinese.

L'impianto che ne è derivato è più appropriatamente definito "Sistema di Abramo", una complessa struttura di atti di diversa natura e accordi bilaterali, basata sull'unica Dichiarazione Congiunta degli Accordi di Abramo, un manifesto di intenti strategici.

La struttura del "Sistema di Abramo" e la dimensione Popolo-a-Popolo (P2P)

L'obiettivo esplicito di questo sistema negoziale trascendeva la mera diplomazia intergovernativa. L'intento a lungo termine era quello di dissolvere un "conflitto etnico/culturale fra popoli" (ECC) che aveva coinvolto storicamente l'identità di Israele e del mondo arabo-islamico. Per perseguire questo obiettivo nel medio-lungo periodo, gli Accordi hanno posto al centro la dimensione Popolo-a-Popolo (P2P), mirando alla creazione di profonde "dinamiche integrative".

Questa enfasi sulla cooperazione P2P—che comprende scambi commerciali, tecnologici, scientifici, culturali e interreligiosi—rappresenta l'elemento più distintivo e ambizioso degli Accordi di Abramo rispetto ai precedenti accordi con Egitto e Giordania, i quali si erano concentrati quasi esclusivamente sul coordinamento politico-strategico a livello di governo.

Ciononostante, un'analisi strutturale dei legami evidenzia un dilemma fondativo. Sebbene l'aspirazione sia di natura ideologica e culturale, l'attuazione degli Accordi è stata prevalentemente determinata da fattori transazionali e di sicurezza. Le nazioni firmatarie sono state motivate dalla comune preoccupazione strategica per l'assertività dell'Iran e da diretti interessi economici (EAU/Bahrain) o da specifiche concessioni politiche, quali il sostegno statunitense e israeliano alla sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale. In tale ottica, la retorica P2P, pur essendo fondamentale, funge in larga misura da legittimazione ideologica per intese essenzialmente verticali (o top-down) e basate sulla realpolitik. La conseguenza di questo modello è una vulnerabilità politica strutturale: l'integrazione è estremamente solida a livello delle élite governative e militari, ma estremamente fragile a livello delle popolazioni, esponendo l'intero sistema a perturbazioni esogene.

Il propulsore geo-economico: l'irreversibilità dell'integrazione strategica

Il fattore che più ha garantito la continuità degli Accordi, persino in momenti di crisi, è l'integrazione geo-economica in settori nevralgici. I Paesi sottoscrittori hanno rapidamente istituito una rete di cooperazione che ha generato benefici tangibili e ha reso eccessivamente oneroso il costo di un eventuale recesso politico. Nonostante le crescenti tensioni regionali, l'integrazione commerciale ha continuato a manifestare una notevole resilienza. I volumi di scambio tra Israele e gli Stati del Golfo hanno raggiunto livelli inimmaginabili prima del 2020.

Il caso degli Emirati Arabi Uniti (EAU) è esemplare. Il commercio bilaterale ha toccato i $1,7 miliardi nei primi sette mesi del 2025. Sebbene le tensioni seguite al conflitto di Gaza abbiano causato un rallentamento, con una flessione del 12% nel commercio bilaterale nello stesso periodo rispetto al 2024, i volumi assoluti rimangono significativi. Le esportazioni israeliane verso gli EAU sono dominate da prodotti ad alto valore, in particolare i diamanti ($458M nel 2023), consolidando il ruolo di Abu Dhabi e Dubai quali poli finanziari e commerciali globali. Per il Bahrain, pur partendo da una base inferiore, la crescita è stata esponenziale, un chiaro segnale di accelerazione post-accordo. Nei primi sei mesi del 2024, il commercio bilaterale ha registrato un aumento notevole dell'879% rispetto al 2023, raggiungendo $70,5 milioni. Gli scambi vedono il Bahrain esportare materie prime come l'alluminio grezzo e i blocchi di ferro, mentre Israele esporta diamanti e strumenti medici. Anche con il Marocco, gli scambi sono cresciuti in modo stabile. Nei primi sette mesi del 2025, il commercio bilaterale ha totalizzato $71 milioni, in aumento del 7% rispetto al 2024.

Gli Accordi hanno dischiuso un vasto potenziale nel settore energetico, percepito come un fattore di stabilità regionale. L'intenzione esplicita era quella di "collegare reti elettriche, sviluppare l'economia del gas naturale, esportare gas in Europa". L'integrazione più rilevante riguarda il gas naturale. Nel settembre 2021, la compagnia emiratina Mubadala Petroleum ha acquisito una quota del 22% nel giacimento di gas israeliano Tamar. Questa operazione non solo costituisce un investimento strategico, ma rafforza la presenza degli EAU nel dossier energetico del Mediterraneo Orientale e li avvicina a organismi regionali chiave come l'East Mediterranean Gas Forum (EMGF). Sul fronte delle infrastrutture logistiche, è stato stipulato l'accordo tra la Eilat Ashkelon Pipeline Company (EAPC) e la MED-RED Land Bridge, inteso a veicolare petrolio dagli EAU all'Europa, offrendo una potenziale alternativa strategica al Canale di Suez. Sebbene questo progetto sia al momento sospeso a causa della ferma opposizione del Ministero israeliano per la protezione ambientale, esso evidenzia l'ambizione di creare corridoi logistici integrati che connettano il Golfo al Mediterraneo. Inoltre, il "Sistema di Abramo" si interseca con progetti di connettività di più ampio respiro, come l'India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), che prevede un circuito integrato di trasporti, energia e digitale che include EAU, Israele e Giordania. Questo corridoio ha acquisito una cruciale importanza strategica a seguito degli attacchi Houthi nel Mar Rosso, i quali hanno reso gli snodi commerciali attraverso Israele e il Golfo vitali per la sicurezza delle catene di approvvigionamento.

La cooperazione si è estesa oltre le fonti convenzionali, focalizzandosi sulla tecnologia come soluzione alle sfide climatiche e ambientali condivise. Gli EAU hanno prontamente assunto un ruolo di catalizzatore finanziario e tecnologico nella transizione ecologica. Abu Dhabi, tramite il suo fondo Masdar, ha annunciato investimenti iniziali nelle energie rinnovabili in Israele, sostenendo l'obiettivo israeliano di ricavare il 30% del proprio fabbisogno energetico da fonti rinnovabili entro il 2030. L'iniziativa trilaterale Energy for Water (EFW), siglata tra Giordania, Israele ed EAU nel 2021, rappresenta l'apice dell'integrazione strutturale. L'EFW combina due progetti complementari: Prosperity Green, che prevede la costruzione di un impianto fotovoltaico da 600 MW in Giordania, e Prosperity Blue, che comporta la costruzione di un impianto di desalinizzazione sulle coste mediterranee di Israele, con l'obiettivo di fornire annualmente 200 milioni di metri cubi d'acqua dolce alla Giordania. Il ruolo degli EAU è operativo e finanziario, con Masdar incaricata della costruzione in Giordania entro il 2026. Questa concentrazione sulla tecnologia per la scarsità idrica si estende al settore AgriTech. Israele è all'avanguardia in tecnologie per l'irrigazione e il trattamento delle acque. Le startup emiratine, come Pure Harvest Smart Farms (specializzata in agricoltura idroponica verticale a basso consumo idrico), stanno espandendo i loro modelli in tutta la regione, incluso il Marocco, per far fronte alla crescente domanda di sicurezza alimentare in contesti aridi.

L'analisi dimostra che l'integrazione in questi settori critici (acqua, energia pulita, sicurezza alimentare) non è facilmente reversibile. Quando un Paese dipende dalla tecnologia o dalla rete logistica di un partner per la sua sicurezza idrica o energetica, il costo di una rottura politica diviene proibitivo. Questa tecnodipendenza reciproca è il fattore primario che spiega la notevole, benché inattesa, resilienza degli Accordi, fungendo da ancoraggio strutturale che perdura anche nelle peggiori crisi politiche.

L'architettura di sicurezza e i vantaggi geopolitici

La dimensione della sicurezza è stata, sin dall'inizio, il principale catalizzatore degli Accordi di Abramo. La normalizzazione ha fornito il quadro necessario per istituzionalizzare una collaborazione militare e di intelligence focalizzata sulla deterrenza congiunta nei confronti dell'Iran. Gli Accordi sono emersi sulla scia di una cooperazione non ufficiale sviluppatasi durante il decennio 2010, alimentata dalla crescente e condivisa preoccupazione di Israele e degli Stati arabi sunniti (in particolare il Golfo) per l'assertività militare regionale dell'Iran e le sue potenziali ambizioni nucleari. Questa percezione di una minaccia egemonica iraniana è il collante strategico che ha indotto le élite di questi Paesi a superare decenni di ostilità diplomatica formale.

Il primo vantaggio tangibile in materia di sicurezza è stato l'allineamento strategico con gli Stati Uniti. Il trasferimento di Israele al Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) nel 2021 ha agevolato drasticamente la condivisione di intelligence e l'integrazione tattica non solo con le forze armate americane (incluso il supporto della 5ª flotta), ma anche con i nuovi partner regionali degli Accordi. Questa integrazione ha dato origine a specifiche architetture di difesa. È stata istituita la Middle East Air Defense Alliance (MEAD), un meccanismo con l'obiettivo specifico di intercettare e contrastare la minaccia missilistica proveniente dall'Iran o dai suoi alleati regionali. Parallelamente, è stata creata la Combined Task Force 153 (CTF 153), mirata a garantire la sicurezza marittima nel Golfo Persico/Arabico e nel Mar Rosso, cruciale per le rotte commerciali e petrolifere. La cooperazione si estende al dominio cibernetico. I Paesi firmatari hanno intrapreso esercitazioni congiunte di cybersecurity. Nel 2022, Israele, EAU, Bahrain e Marocco hanno tenuto la prima conferenza interregionale in Bahrain per coordinare le strategie di difesa e collaborazione contro i "nemici comuni" nel Medio Oriente. Per i firmatari meno centrali nella dinamica anti-iraniana (Marocco e Sudan), gli Accordi hanno rappresentato un beneficio politico fondamentale (quid pro quo):

  • Marocco: Rabat ha ottenuto il sostegno politico e diplomatico israeliano sulla sua sovranità sul Sahara occidentale. Immediatamente dopo la normalizzazione, il Marocco ha sottoscritto contratti multimiliardari con società israeliane per l'acquisto di sistemi di difesa aerea e la costruzione di una fabbrica di droni.
  • Sudan: La normalizzazione era inizialmente subordinata alla rimozione di Khartum dalla lista statunitense degli Stati sponsor del terrorismo. Sebbene Israele e Sudan abbiano concordato di procedere verso la finalizzazione di un accordo di pace in una visita ufficiale nel 2023, l'esecuzione pratica rimane bloccata. La ratifica è stata sospesa dall'instabilità politica interna e dalla mancata transizione da un governo militare a un esecutivo civile.



Il costo della pacificazione: cultura, popoli e divario identitario 

Mentre gli Accordi hanno prosperato a livello geo-economico e di sicurezza, il terzo pilastro fondamentale—la dimensione Popolo-a-Popolo (P2P)—ha fallito nel raggiungimento dei suoi obiettivi di medio-lungo termine, esponendo il sistema alla sua maggiore vulnerabilità politica. Inizialmente, l'apertura delle relazioni ha portato a progressi concreti in ambiti specifici, come il turismo e gli scambi commerciali. L'istituzione di rotte aeree dirette (come il primo storico volo Tel Aviv-Abu Dhabi) ha facilitato la mobilità e gli incontri. Il Marocco, in particolare, ha beneficiato di questa apertura, registrando un anno record nel 2024 con 17,4 milioni di visitatori, superando gli obiettivi strategici e dimostrando la vitalità del settore turistico post-normalizzazione.

L'obiettivo di superare il "conflitto identitario" tra lo "Stato ebraico e democratico" di Israele e il mondo arabo-islamico attraverso scambi accademici e interreligiosi era chiaro. Tuttavia, questi successi sono rimasti prevalentemente circoscritti alle élite commerciali, tecnologiche e ai circuiti turistici di alto livello. Il vero ostacolo a lungo termine è rappresentato dal profondo divario tra le decisioni dei governi e il sentire delle loro popolazioni.

L'analisi dei sondaggi internazionali rivela che l'atteggiamento verso la normalizzazione è rimasto, e permane, massicciamente negativo tra i cittadini arabi. Le percentuali di rifiuto negli Stati arabi oscillano tra il 70% e l'80%. La motivazione dietro questo rigetto non è prevalentemente economica o culturale, bensì quasi esclusivamente politica: la causa palestinese. Le popolazioni percepiscono che i loro leader abbiano "tradito" la questione palestinese sottoscrivendo gli Accordi. È degno di nota, tuttavia, che nonostante l'ostilità al processo di normalizzazione, esiste una crescente consapevolezza da parte del pubblico arabo che riconosce Israele come entità politica legittima, pur mantenendo un atteggiamento critico verso l'azione dei propri governi.

Questo fallimento nel creare una "pace tra popoli" suggerisce che i governi non sono riusciti a comunicare i benefici economici e di sicurezza al pubblico in misura sufficiente a superare il potente collante identitario rappresentato dalla causa palestinese. Il continuo fallimento del pilastro P2P implica che, finché il divario identitario persiste, l'integrazione economica e di sicurezza rimane esposta a perturbazioni esogene. I governi firmatari sono costretti ad agire con estrema cautela diplomatica durante le crisi, per evitare che la frustrazione pubblica si traduca in destabilizzazione interna.


Prova di resilienza: Gaza, la "linea rossa" e l'egemonia iraniana

Il conflitto a Gaza, iniziato dopo il 7 ottobre 2023, ha rappresentato il più severo banco di prova per la resilienza degli Accordi di Abramo. La visione di distensione regionale ha subito una "drastica battuta d’arresto". L'effetto più immediato è stato il congelamento dei negoziati con l'Arabia Saudita. Riad, che secondo il Primo Ministro israeliano Netanyahu era prossima alla normalizzazione, ha posto in stallo qualsiasi dialogo diretto, condannando pubblicamente le azioni militari israeliane.

L'ondata di tensione ha costretto anche altri Paesi a maggioranza musulmana, considerati prossimi alla normalizzazione (come Indonesia, Oman e Mauritania), a riconsiderare i propri piani. L'Indonesia, la più grande democrazia musulmana, ha posto il cessate-il-fuoco e il riconoscimento dei diritti dei Palestinesi come requisiti preliminari a qualsiasi futuro accordo, prendendo atto dell'escalation israeliana. Sebbene i Paesi partner abbiano mantenuto le relazioni (il commercio con il Bahrain è aumentato e con gli EAU è rallentato ma è rimasto solido), le relazioni diplomatiche si sono raffreddate in segno di protesta.

Il raffreddamento ha trovato espressione nel durissimo monito degli Emirati Arabi Uniti. Lana Nusseibeh, viceministro degli Esteri emiratino, ha dichiarato che i piani di annessione israeliana di Giudea e Samaria (Cisgiordania) costituirebbero una "linea rossa" per gli EAU e minerebbero gravemente "la visione e lo spirito" degli Accordi. Questo ultimatum non è fortuito. Le autorità emiratine hanno sempre cercato di giustificare gli Accordi all'interno del mondo arabo come un mezzo per mantenere viva la possibilità di uno Stato palestinese indipendente, prevenendo l'annessione israeliana. Un'annessione unilaterale distruggerebbe questa narrativa, rendendo impossibile per Abu Dhabi mantenere la propria legittimità regionale e interna. Il monito degli EAU chiarisce che l'integrazione economica e di sicurezza non può essere interpretata da Israele come un "assegno in bianco" politico. I Paesi firmatari sono attori politici attivi che impongono limiti chiari alle azioni israeliane.

Il destino a lungo termine, e in particolare l'espansione, del "Sistema di Abramo" è strettamente connesso non tanto alle dinamiche interne dei firmatari, quanto all'equilibrio della forza militare tra Israele e l'Iran. L'analisi strategica suggerisce che la potenziale ripresa della normalizzazione tra Riad e Tel Aviv dipenderà in gran parte da chi uscirà vittorioso dall'escalation militare in atto tra le due potenze. L'Arabia Saudita, sebbene mantenga relazioni diplomatiche con Teheran (mediate dalla Cina), è strutturalmente ostile all'influenza iraniana e ai suoi alleati indiretti (proxy). Riad vede nell'indebolimento dell'Iran un vantaggio strategico e una potenziale spinta per la sua ambiziosa agenda socio-economica (Vision 2030), che beneficerebbe di una sinergia più forte con Israele e gli Stati Uniti. Pertanto, un eventuale successo militare israeliano nel contenere o indebolire l'Iran, potrebbe creare le condizioni per la "risurrezione" del processo di normalizzazione e l'adesione saudita, a condizione che sia fornita una cornice credibile per la soluzione palestinese, che Riad ha posto come condizione imprescindibile. Al termine dell'attuale conflitto, Israele avrà bisogno di partner regionali, oltre che di risorse europee e americane, per la ricostruzione della Striscia di Gaza. L'opportunità di riprendere o espandere gli Accordi, mediata dagli Stati Uniti, potrebbe rappresentare l'incentivo concreto per Israele ad accettare un cessate-il-fuoco definitivo e rompere l'isolamento politico internazionale in cui si trova, attraverso la costituzione di un più ampio fronte regionale "anti-Resistenza".

Il futuro del "Sistema di Abramo" tra resilienza economica e necessità politica

Gli Accordi di Abramo hanno superato il loro primo grande test geopolitico con una resilienza inattesa. Questa solidità non deriva dalla realizzazione della "pace tra popoli"—il pilastro culturale-identitario (P2P) è palesemente deficitario a causa della persistente opposizione pubblica e della centralità della questione palestinese. Al contrario, la sopravvivenza del sistema è dovuta all'irreversibilità degli stretti legami geo-economici e di sicurezza, che hanno creato una dipendenza reciproca in ambiti vitali come l'energia, la tecnologia idrica e la difesa missilistica anti-Iran.

Tuttavia, il futuro e l'espansione del "Sistema di Abramo" non possono più essere guidati unicamente dalla logica dello scambio di favori (quid pro quo) economico. La crisi post-Gaza ha ridefinito le regole del gioco. L'imposizione della "linea rossa" da parte degli Emirati Arabi Uniti sull'annessione della Cisgiordania ha trasformato gli Accordi da un puro modello transazionale a un sistema di transazionalismo condizionato. I benefici economici e di sicurezza che i Paesi arabi offrono a Israele sono ora moneta di scambio che può essere revocata se Israele intraprende mosse politiche unilaterali che destabilizzano la legittimità interna e regionale dei suoi partner. L'Arabia Saudita ha istituzionalizzato il veto palestinese (la necessità di una tabella di marcia (roadmap) credibile verso la statualità) come prerequisito ineludibile per l'adesione.

Il "Sistema di Abramo" è destinato a sopravvivere come un robusto quadro normativo di gestione del rischio e di cooperazione strutturale, ma la sua ambizione di ridisegnare l'ordine regionale non potrà compiersi pienamente o espandersi a nazioni chiave come l'Arabia Saudita senza una mossa politica significativa sulla questione palestinese. In questo senso, gli Accordi, nati per eludere la questione, potrebbero diventare il principale meccanismo per forzare una sua futura, e forse più stabile, soluzione politica.

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L'Autore

Chiara Bertolotto

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accordi di abramo MENA mediazione dei conflitti P2P conflitto Diplomazia