Dal 15 aprile 2023, il Sudan vive una situazione drammatica a causa di una guerra civile scoppiata tra il suo esercito e un forte gruppo paramilitare denominato Forze di Supporto Rapido (RSF), nate dalle ex-Janjaweed del Darfur.
Fin dall’indipendenza nel 1956, il Sudan ha vissuto profonde tensioni interne, segnato da divisioni etniche, religiose e territoriali nonché dalla lunga presidenza di Omar al-Bashir, rimasto al potere dal 1989 fino al 2019. La regione occidentale del Paese, denominata Darfur, dall’inizio degli anni Duemila, è divenuta l’epicentro di una vera tragedia umanitaria. Di religione prevalentemente musulmana, la popolazione è composta da persone di etnia araba e da altre etnie locali, tra cui i masalit, gli zaghawa e i fur che danno il nome al Darfur (letteralmente “terra dei fur”). Storicamente poco rappresentata all’interno dei governi centrali sudanesi, la regione è sempre stata sfruttata per le grandi risorse agricole e minerarie senza mai essere inclusa in politiche di sviluppo.
Nel 2003, il Sudan Liberation Army (SLA), un gruppo ribelle formato da membri delle comunità fur, masalit e zaghawa, iniziò ad attaccare strutture governative nella capitale. L’allora presidente al-Bashir, denunciando gli attacchi come “razzisti" nei confronti degli arabi, creò delle milizie arabe denominate janjawid che iniziarono ad attaccare i villaggi delle comunità locali, dando il via ad una campagna di uccisioni di civili sostenute dal governo centrale. Le città vennero saccheggiate e distrutte, le persone torturate ed uccise e lo stupro divenne arma di guerra e di pulizia etnica. Secondo le Nazioni Unite in tre anni di guerra il bilancio dei morti raggiunse circa 300.000 morti ai quali sono da aggiungere circa 3 milioni di sfollati. Dopo anni di osservazione da parte della comunità internazionale, il presidente al-Bashir venne accusato dalla Corte Penale Internazionale di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
Nel 2013 il regime trasformò i janjawid nelle Forze di Supporto Rapido (RSF), sotto la guida di Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti” che nel 2019 si unirono all’esercito sudanese del generale Abdel Fattah al-Burhan per rovesciare il leader al-Bashir. Un’alleanza che, nonostante una breve fase di transizione civile-militare, sfociò in nuova guerra civile. L’esplosione del conflitto fece saltare un accordo sostenuto dalla comunità internazionale che prevedeva una transizione verso un governo civile, previsto ad aprile di quell’anno.
Le RSF, eredi dirette dei janjawid, sono oggi un esercito composto da gruppi arabi alleati e mercenari regionali, molti dei quali provenienti dal Ciad e dal Sud Sudan. Dal 2023, si sono resi responsabili di massacri su larga scala: secondo le stime delle Nazioni Unite quell’anno uccisero oltre 15mila persone a El Geneina, un’altra città all’interno del Darfur. Dopo la conquista della città di Al-Fashir, lo scorso 26 ottobre, e della regione di Kordofan da parte delle RSF, la popolazione ha iniziato la fuga verso zone considerate sicure. Secondo l’OIM, i civili si sono diretti principalmente verso Tawila, ad ovest di Al-Fashir, che ospita già 652.000 sfollati di guerra. Le Joint Forces, alleate all’esercito regolare, hanno dichiarato che i civili uccisi dalle RSF si aggirerebbero intorno ai 2.000 solo negli ultimi giorni. Uccisioni, queste, documentate dagli stessi miliziani tramite almeno 13 video pubblicati sui social media in cui mostrano le esecuzioni tra i civili. Gran parte delle uccisioni documentate si concentra, oltre che nelle abitazioni, in un fossato lungo circa 30 chilometri scavato intorno alla città, luogo da cui le milizie si sono posizionate nei trenta mesi di assedio di Al-Fashir, e dal quale impedivano l’entrata in città di cibo, medicinali e altri generi di prima necessità.
Le immagini satellitari analizzate dall’Humanitarian Research Lab (HRL) dell’università di Yale, sembrano confermare le uccisioni di massa, tramite immagini di gruppi di corpi e macchie rossastre ritenute essere macchie di sangue. L’attacco più grave, se non il peggiore della guerra civile, è stato perpetrato nell’ultimo ospedale funzionante della città di Al-Fashir, dove i combattenti dell’RSF hanno “ucciso a sangue freddo” più di 460 persone e rapito 6 operatori sanitari. In seguito alle segnalazioni di rapimenti, mutilazioni e violenze sessuali, secondo il capo dell’UNICEF Catherine Russell nessuno è più al sicuro, compresi i 130.000 bambini della città, ad alto rischio di gravi violazioni dei diritti.
Il 30 ottobre il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha chiesto di fermare l’escalation militare in Sudan, dove il bilancio si aggira intorno alle 150.000 vittime e più di 14 milioni di sfollati. Nel 2024 Human Rights Watch e Unicef hanno denunciato le atrocità perpetrate nei confronti dei civili, inclusi gli stupri di minori e le uccisioni su base etnica, parlando di un possibile genocidio. Ciò che sta accadendo nel Darfur sembra essere il ritorno delle violenze parte della pulizia etnica iniziata nel 2003 e una delle peggiori crisi umanitarie del XXI secolo.
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L'Autore
Chiara Giovannoni
Chiara Giovannoni, classe 2000, è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Strategie Culturali per la Cooperazione e lo sviluppo presso l’Università Roma3.
Interessata alle relazioni internazionali, in particolare alla dimensione dei diritti umani e alla cooperazione.
E’ volontaria presso un’organizzazione no profit che si occupa dei diritti dei minori in varie aree del mondo.
In Mondo Internazionale ricopre la carica di autrice per l’area tematica Diritti Umani.
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Sudan darfur Violazione dei diritti umani pulizia etnica