Le Haenyeo, che significa “donne del mare”, sono delle esperte pescatrici dell’Isola di Jeju, in Sud Corea. Pescano senza attrezzi e senza bombole d’ossigeno, immergendosi fino a 30 metri di profondità in apnea, riuscendo a trattenere il respiro fino a 2 minuti. Il loro bottino è fatto per lo più di molluschi e alghe che vivono sui fondali marini, una volta finita la giornata di lavoro tengono parte del pescato, ma la maggior parte viene poi venduta.
L’inizio di questa pratica si deve alla povertà della terra dell’isola vulcanica di Jeju, costringendo gli abitanti dell’isola sud-coreana a cercare risorse nel mare circostante. Inizialmente erano gli uomini ad occuparsi di questo tipo di pesca, ma attorno al Diciottesimo Secolo le cose cambiarono: per la guerra molti uomini si arruolavano per anni e lasciavano quelle terre, spesso senza farci più ritorno. Furono quindi le donne ad assumersi la responsabilità di pescare e di far sopravvivere quell'antica tradizione. Grazie a questo cambio nella società, l’Isola di Jeju iniziò ad avere una forma societaria semi-matriarcale, in un paese dove la cultura era estremamente rigida.
Il lavoro delle Haenyeo richiede forza, tenacia e una completa dedizione.
Per farlo ci vuole una profonda conoscenza del mare e delle specie marine che si acquisisce solamente con un costante allenamento che parte dalla giovane età. Le donne trasmettono il proprio sapere alle ragazze più giovani, iniziando il loro addestramento negli anni dell’adolescenza, dopo aver nuotato per anni ed aver imparato alcune nozioni essenziali per la pratica. Per poter svolgere il lavoro è fondamentale imparare a trattenere il respiro per lungo tempo e abituare il corpo a stare immerso per molte ore. Ogni donna che si immerge deve saper gestire la pressione dell’acqua, conoscere le correnti marine e sapersi orientare in profondità, dove la luce diventa più fioca.
Le condizioni del mare cambiano spesso e la fauna marina ha diverse abitudini che bisogna imparare a conoscere nel dettaglio. La conoscenza del comportamento della natura, specie quella marina, è quindi frutto di un continuo allenamento che non concede pause. Le donne devono immergersi nel sistema marino diventandone parte integrante per potersi adattare ai suoi movimenti.
Proprio per la difficoltà del lavoro le Haenyeo si muovono sempre in gruppo. La legge prevedere delle norme a cui devono attenersi, tra queste c’è il divieto ad immergersi in solitaria. Le altre norme regolarizzano i confini dell’area di pesca, la qualifica per svolgere il proprio lavoro e le regole da seguire sulle stagioni di pesca. Tutto ciò ha l’obiettivo di preservare l’oceano e gli ecosistemi che lo abitano.
La pesca delle Haenyeo viene riconosciuta come sostenibile. Infatti, le pescatrici seguono un calendario che permette di seguire le stagioni di proliferazione delle specie marine, fermandosi nei periodi di riproduzione e riprendendo una volta che questi sono finiti.
La loro tradizione permette al tempo stesso il sostentamento della vita marittima delle loro zone di pesca e il mantenimento dell’economia locale.
Nel 2014 il 98% delle Haenyeo aveva oltre 50 anni e con l’avanzare dell’età il loro numero è in forte decrescita: al momento si contano circa 2.500 Haenyeo rimaste.
L’industrializzazione della pesca, lo sviluppo del turismo e i cambiamenti climatici hanno modificato questa professione fino a renderla un lavoro poco ambito, visto il basso compenso e la dedizione che serve a perseguire la tradizione.
Data la loro importanza nella cultura e nella società, non solo sudcoreana ma mondiale, negli ultimi anni sono stati prodotti diversi documentari e approfondimenti sulla storia della Haenyeo.
Nel 2024 è uscito The Last of the Sea Women, un documentario sulla loro storia, che vuole celebrare la storia delle donne e del loro rapporto con la natura.
Una prospettiva diversa è quella che ha narrato Mary Lynn Bracht in Figlie del Mare, un libro che racconta la resilienza delle Haenyeo durante l’occupazione giapponese nei territori coreani.
Oggi il governo coreano celebra le Haenyeo come uno dei tesori del paese, dal 2016 L’UNESCO le ha aggiunte alla Lista del Patrimonio Culturale immateriale e recentemente la professione è stata riconosciuta tra i sistemi del patrimonio agricolo di rilevanza mondiale dalla FAO.
Ad oggi il futuro di questa tradizione è fortemente in dubbio, la responsabilità è sulle spalle delle nuove generazioni che possono ancora affidarsi all’istruzione delle donne più anziane. Per gli anni che verranno la soluzione potrebbe trovarsi nell’equilibrio tra innovazione e tradizione, mentre la narrazione è già arrivata in tutto il mondo.
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L'Autore
Alessia Camisa
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