Hong Kong non è più la stessa

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  Giorgio Giardino
  26 September 2024
  3 minutes, 25 seconds

Il 30 giugno del 2020 Joshua Wong, uno degli attivisti simbolo del movimento di protesta pro-democrazia, annunciò sul proprio profilo Twitter (allora non ancora X), che era “la fine di Hong Kong” per come il mondo l’aveva conosciuta fino a quel momento. Era infatti stata approvata la prima legge sulla sicurezza nazionale, ed era chiaro che il principio “un paese, due sistemi” che aveva regolato la vita dei cittadini dell’ex colonia britannica da quando Hong Kong era ritornata sotto il controllo della Cina, stava perdendo di senso. Quelle libertà di cui aveva goduto Hong Kong fino a quel momento stavano finendo, e le proteste degli attivisti non avrebbero fermato il cambiamento. 

Dal giugno del 2020 la traiettoria intrapresa dalle autorità di Pechino non si è modificata, e il progressivo aumento di controllo sulla regione è andato di pari passo con l’erosione delle principali libertà democratiche riconosciute fino ad allora ai cittadini. E nel marzo di quest’anno, il consiglio legislativo di Hong Kong ha approvato all’unanimità una nuova legge sulla sicurezza nazionale che prevede l’ergastolo per reati come il tradimento e l’insurrezione. Il testo integra la legge approvata nel 2020, ed inserisce cinque categorie di reato in più, oltre alle già citate tradimento e insurrezione: spionaggio e furto di segreti di stato, sabotaggio che mette in pericolo la sicurezza nazionale, sedizione e interferenza esterna.

Legge che nelle ultime settimane sta portando ad una serie di condanne esemplari. 

Per esempio, alla fine del mese di agosto ha fatto notizia la condanna per “sedizione” nei confronti di due giornalisti ed ex direttori del giornale online Stand News, chiuso proprio a seguito dell’approvazione della prima legge sulla sicurezza nazionale. Si è trattato della prima volta, da quando Hong Kong è ritornata sotto il controllo cinese nel 1997, che due giornalisti hanno subito una condanna con questo capo di accusa e probabilmente segna un altro punto di non ritorno. 

Insieme ai due giornalisti, è stata condannata anche la società editrice del giornale, che ha seguito assiduamente i movimenti di protesta del 2019, e che in quel periodo aveva deciso di assumere diversi giornalisti che trattavano il pericoloso tema dei rapporti fra Hong Kong e la Cina. Il loro reato è quello di aver diffuso e promosso ideologie illegali ed aver incitato all’odio nei confronti del governo di Hong Kong e di quello cinese. L’ultimo governatore britannico dell’ormai regione amministrativa speciale cinese, Chris Patten ha sottolineato che si è trattato di “un giorno buio per la libertà di espressione”.

All’inizio di settembre invece, l’Hong Kong Journalist Association (HKJA), la più grande associazione di giornalisti del territorio, ha denunciato che almeno quindici giornalisti di diverse testate online hanno subito intimidazioni e molestie, in quello che è stato definito “un attacco sistemico e organizzato. I giornalisti, le loro famiglie e le persone a loro vicine, hanno infatti ricevuto minacce via mail o tramite lettere, da quelli che si sono autodefiniti come “patrioti”.
“Questo tipo di intimidazioni danneggiano la libertà di stampa ad Hong Kong” ha affermato Selina Cheng, a capo dell’HKJA, sottolineando che tutti i giornalisti sono pronti ad accettare critiche e dibattito, ma che non è questo il caso. 

Poi, nei giorni scorsi è arrivata un’altra sentenza per sedizione, questa volta nei confronti di un uomo che aveva indossato una maglietta con uno slogan di protesta. :“Liberate Hong Kong, revolution of our time”, ed una maschera con stampato sopra “FDNLO”, acronimo di “Five demands, not one less”., Entrambi slogan utilizzati durante le proteste pro-democrazia del 2019.
Cha Kai-pong, di 27 anni, si trovava agli arresti già da tre mesi in attesa della sentenza. Ha affermato di aver indossato questa maglietta per ricordare alle persone delle proteste. E forse per ricordare che luogo fosse prima Hong Kong, e di come invece adesso sia radicalmente cambiato.

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L'Autore

Giorgio Giardino

Giorgio Giardino, classe 1998, ha di recente conseguito la laurea magistrale in Politiche europee ed internazionali presso l'Università cattolica del Sacro Cuore discutendo un tesi dal titolo "La libertà di espressione nel mondo online: stato dell'arte e prospettive". Da sempre interessato a tematiche riguardanti i diritti fondamentali e le relazioni internazionali, ricopre all'interno di MI la carica di caporedattore per la sezione Diritti Umani.

Giorgio Giardino, class 1998, recently obtained a master's degree in European and international policies at Università Cattolica del Sacro Cuore with a thesis entitled "Freedom of expression in the online world: state of the art and perspectives". Always interested in issues concerning fundamental rights and international relations, he holds the position of Editor-in-Chief of the Human Rights team.

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