I diritti digitali dei minori e degli adolescenti: perchè è importante parlarne?

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  Gaia Recrosio
  01 November 2025
  10 minutes, 20 seconds

Il tema dei diritti digitali dei minori e degli adolescenti è un ambito di ricerca a cui a lungo si è dedicata Cristiana Carletti, professoressa associata di Diritto Pubblico Internazionale presso l’Università Roma Tre. Durante l’intervista, la professoressa ha toccato vari aspetti riguardanti la presenza di bambini e adolescenti sulle piattaforme digitali, dai rischi e pericoli, alle recenti evoluzioni nella ricerca scientifica, fino agli obiettivi e alle possibilità di miglioramento dei quadri normativi già in vigore. Il tema chiave è la formazione e l’informazione continua: conoscere le piattaforme e farle conoscere ai bambini è un primo strumento per aumentare il livello di consapevolezza nell’uso degli strumenti digitali. E in questo sono coinvolti tutti: bambini, genitori, educatori e perfino i provider digitali, sia pubblici che privati. Ma per arrivare a questo, occorre prima inquadrare i diritti digitali dei minori per capire in che modo siano legati al tema dei diritti umani.

Se dovessimo cercare di dare una definizione, come potremmo identificare esattamente i diritti digitali dei minori e degli adolescenti? Si potrebbero considerare dei diritti umani "di quarta o quinta generazione" in qualche modo?

La prima premessa da fare è che si tratta di diritti umani di prima generazione: i diritti digitali, infatti, sono innegabilmente legati al mondo contemporaneo e sono già stati in qualche modo affermati in strumenti normativi vincolanti dedicati in modo specifico ai diritti civili e politici, - tra i quali la libertà di espressione e di pensiero, il diritto all’informazione e alla comunicazione attiva e passiva, ma anche il diritto alla riservatezza - , che vanno necessariamente interpretati per poter essere inquadrati nella dimensione digitale, ancora non regolamentata sotto il profilo giuridico. Lo stesso Comitato ONU sui diritti del fanciullo, in un commento generale adottato recentemente fa menzione dei diritti di prima generazione quali fondamentali nella tutela di minori e adolescenti negli spazi digitali. Il tema dei diritti di prima generazione va inoltre inteso come direttamente correlato alla fascia d’età dei minori, in base alla singola fattispecie: sempre in tempi recenti, infatti, è diminuito il range d’età che rende i minori soggetti maggiormente esposti a violazioni di tali diritti.

Questi diritti sono quindi garantiti da specifici quadri normativi? Quali?

Avendo menzionato il Comitato ONU sui diritti del fanciullo, un quadro normativo centrale e vitale allo studio e sviluppo del settore dei diritti digitali dei minori sia la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Abbiamo anche un sistema intergovernativo regionale, il Consiglio d’Europa, nel quale si pone elevata attenzione sul tema dei minori sulle piattaforme digitali, anche se l’apparato normativo regionale europeo appare meno robusto di quello internazionale appena menzionato per tale specifico aspetto. Per questo motivo si può richiamare ad oggi la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), in particolare le disposizioni che possono riguardare i diritti dell’infanzia, diversamente dal sistema Unione Europea nel quale è stata adottata una serie di documenti strategici programmatici, toccando diversi temi quali il diritto alla riservatezza o all’oblio, l’accesso all’informazione, la protezione da molteplici forme di abuso, al diritto all’ascolto e il già menzionato diritto/libertà di espressione. L’Unione Europea è sprovvista, quindi, di un quadro normativo solido e ben costruito sui diritti digitali dei minori, lasciando come possibili modalità per colmare tale lacuna il richiamo indiretto alla CEDU, alla Carta dei diritti fondamentali o al diritto derivato, il quale si concentra principalmente sui temi digitali in un'ampia eccezione. Un elemento rilevante nei tre sistemi finora citati, ovvero Nazioni Unite, Consiglio d’Europa e Unione Europea, è la propensione a garantire la partecipazione attiva delle giovani generazioni alle iniziative e ne è una riprova la Convenzione quadro sull'intelligenza artificiale (AI), nel cui processo di redazione sono stati consultati anche i minori stessi. Anche l’OCSE si è occupata di studiare il comportamento dei gestori digitali pubblici e privati rispetto ai processi di marketing: il minore non è percepito come utente, ma come cliente, e questo porta i provider a cercare di instaurare nei loro confronti un rapporto di fidelizzazione economica. L’OCSE non ha propriamente regolamentato questo fenomeno, ma ha prodotto delle soft laws, linee guida e codici, di cui spesso i gestori digitali tengono conto per una questione prettamente reputazionale: non rispettare queste linee guida getta cattiva luce sulla piattaforma, portando a ricadute economiche quali perdite o crollo dei titoli in borsa. Ciò significa che, nonostante non siano hard laws, sono ugualmente efficaci per il loro impatto in termini di tutela dei diritti dei minori.

Quali sono gli obiettivi di questi quadri normativi? Sicuramente un obiettivo primario è la protezione degli utenti minori, ma si può vedere anche un tentativo di sviluppare un uso consapevole delle piattaforme digitali?

L’obiettivo primario dei quadri normativi già richiamati, nell'ambito dei rispettivi sistemi intergovernativi internazionali e regionali è quello di informare ed incrementare il livello di conoscenza e praticità degli strumenti digitali in più ambiti e a più livelli possibili, a partire da quello individuale (del minore), fino al contesto familiare, scolastico formale e informale, ma anche dei gestori digitali pubblici e privati. In ogni ambito, lo scopo degli attori pubblici e privati è sensibilizzare e fornire informazioni unitamente ad una formazione continua, la quale si rivela necessaria perché la velocità di evoluzione degli strumenti digitali rende obsoleta una piattaforma appena creata. Proprio a tal fine, le disposizioni normative per la tutela dei diritti digitali dei minori devono essere sufficientemente flessibili da garantirne un adattamento futuro, poiché potrebbe rivelarsi più prossimo di quanto immaginabile.

Quali sono i rischi e i pericoli derivanti dall'uso delle piattaforme digitali da parte di minori e adolescenti? Quali ripercussioni anche a lungo termine possono avere questi rischi e pericoli?

I rischi sono molteplici, dal cyberbullismo, alla disinformazione o informazione settorializzata che porta alla discriminazione e conseguentemente ai crimini d’odio, toccando anche il grooming (ampiamente trattato e tutelato da quadri normativi di Nazioni Unite, Consiglio d’Europa e Unione Europea). I parametri che permettono di identificare la gravità delle ripercussioni nel breve e nel lungo termine dipendono da alcune variabili quali l’età della vittima, il grado di maturazione e il livello di interazione con la piattaforma su cui si consuma la violazione. L’intensità di esposizione alle piattaforme e soprattutto la modalità con cui il contatto digitale ha luogo sono fondamentali per interpretare le conseguenze sul minore: se un minore interagisce sulle piattaforme digitali in modo limitato, è fondamentale educarlo in via preventiva, menzionando aspetti positivi e negativi, sotto la guida di una figura genitoriale o educativa; l’esposizione frequente e non controllata è quella che aumenta maggiormente il rischio di incorrere in pericoli. Nel lungo termine, inoltre, le dinamiche che inficiano dannosamente non si limitano all’intensità dell’esposizione, ma anche alla reiterazione dello stesso tipo di fonte, notizia, video o argomento, e soprattutto, nelle interazioni che nascono sulle piattaforme, dove alla pericolosità del contatto tra due minori si aggiunge l’esponenziale rischio di entrare in contatto con adulti che si fingono minori. I maggiori rischi, inoltre, nascono sulle piattaforme più interattive che non presentano moderazione di contenuti.

Ci sono delle implementazioni quotidiane che i genitori o le figure educative possono svolgere per dare attuazione tutti i giorni a tutela dei minori e degli adolescenti? In questo senso, introdurre un limite d'età per l'accesso alle piattaforme potrebbe produrre significative e/o quantificabili migliorie?

L’età minima per l’accesso alle piattaforme è un palliativo, è utile ma non è univoca. L’obiettivo primario deve rimanere quello di informare e formare minori e adulti responsabili, a cui spetta il compito di educare i minori ad un uso consapevole delle piattaforme quand’anche questi non siano nei dintorni per supervisionarli, senza impedire l’accesso alle piattaforme, ma anzi guidandolo e accompagnandolo. L’ostacolo maggiore che si presenta nella realizzazione di questa formazione costante e sempre al passo con i tempi potrebbe non essere tanto la mancanza di tempo, quanto la mancanza di conoscenza stessa delle piattaforme digitali da parte delle figure educatrici, un po’ per impraticità nell’uso, un po’ per non essere nativi digitali.

Ci sono ancora dei settori di questa branca che sono lacunosi o possono essere migliorati? Se si, quali e come?

Sicuramente gli aspetti più importanti sui quali ancora si può decisamente migliorare sono l’informazione e la formazione per minori, adulti e figure educative, in maniera continuativa ed evolutiva. Altri aspetti che risultano essere lacunosi, anche a livello internazionale, richiamano la sotto-stima dei dati legati alle violazioni dei diritti digitali: si tratta di un fenomeno di under-recording dovuto ad un under-reporting, ovvero assenza o scarsità di un’adeguata mappatura che consenta di capire dove, come e quando vengono effettuati gli accessi alle piattaforme digitali, in quanto il primo passo per poter trovare una soluzione è conoscere il problema stesso nella sua completezza, dimensione, evoluzione. Tali mappature potrebbero essere condotte mediante diversi criteri e parametri, per esempio in base al tipo di piattaforma. Un ulteriore aspetto che necessita di miglioramento è quello riguardante lo studio dell’impatto sulla salute psicofisica dei minori derivante dall’uso prolungato ed intenso delle piattaforme digitali: se da un lato è ampia la ricerca condotta su casi estremi, quali, per esempio, il suicidio, non sono particolarmente approfonditi studi che trattino altri effetti collaterali quali l’emicrania, il deficit di attenzione, la labirintite o i tic. Ad oggi ci sono studi sugli stati del sonno e sulla soglia dell'attenzione, i quali potrebbero essere utilizzati come punto di partenza per approfondire una ricerca di taglio medico-sanitario riguardante gli effetti a lungo termine sulle giovani generazioni online.

Ho potuto osservare che Lei ha trattato il tema dei diritti digitali già dai primi anni 2000. Com'è cambiato il fenomeno negli ultimi 20 anni? La sensazione potrebbe essere quella di una crescita esponenziale del ruolo dei social e delle piattaforme digitali con conseguente crescita di rischi e pericoli che portano con sé. È così oppure è un fenomeno che si è semplicemente trasformato?

La ricerca inizia nei primi anni 2000 con l’analisi del Protocollo opzionale della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza che riguarda, in particolar modo, la prostituzione e la pedo-pornografia, ma a partire da quello, nel corso di vent’anni, la letteratura è aumentata riportando il volume, in crescita, delle violazioni di diritti e dei rischi e pericoli in danno di minori nello spazio digitale. Se a inizio secolo erano casi sporadici e se ne parlava poco (perché di rado accadevano e non perché sottovalutati), ad oggi l’aumento delle piattaforme, che ha comportato un conseguente aumento dell’esposizione e quindi dei rischi e pericoli, rende il quadro non solo più complesso, ma anche letto in maniera negativa. Tuttavia, alcuni studi cercano di gettare luce sui vantaggi che le piattaforme digitali portano: l’accesso più facile alle piattaforme implica numerose opportunità di nuove conoscenze, protette se il minore è guidato ed educato da un genitore o adulto, a sua volta educato.

Come si immagina il ruolo delle piattaforme digitali per le generazioni future? Soprattutto programmi come l'intelligenza artificiale, che ruolo avranno in futuro per quelli che oggi sono bambini e adolescenti?

L’intelligenza artificiale rappresenta un territorio solo parzialmente esplorato, sia per adulti che per minori ed è difficile spiegare in parole semplici cosa opera dietro questo meccanismo. Un gruppo di ricerca inglese ha proposto la creazione di un codice di condotta, basato su esercizi di configurazione all’intelligenza artificiale e con possibili adattamenti anche per informare e formare i minori, adeguando quindi tono e strumenti alla sensibilità e conoscenze di bambini e ragazzi. L’elemento principale da tenere a mente è la distinzione tra mente umana e macchina: la “paura” nei confronti dell’intelligenza artificiale nasce dalla paura dell’ignoto dei suoi meccanismi e dalla mancanza di conoscenza per adoperarla adeguatamente. In merito a questo, è fondamentale ricordare che lo strumento digitale opera, ricerca e analizza, ma sempre e comunque a seguito di un input umano e in maniera differente rispetto alla mente umana: questo ci porta a dire che l’intelligenza artificiale è fallibile, ma la mente umana, con ciò che produce, qualifica ed elabora, rimane sempre infallibile.

In conclusione, parlare di diritti digitali di minori e adolescenti è un tema complesso e ancora in evoluzione e che, con molta probabilità, rimarrà sempre in un perpetuo stato evolutivo: la chiave per non rimanere indietro in questo costante cambiamento è conoscere e formarsi, per permettere agli adulti di apprendere e cercare di proteggere i minori, permettendo a questi ultimi di usare consapevolmente strumenti che sono oggi e saranno sempre più parte del loro futuro.

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Gaia Recrosio

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Diritti Umani

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