A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale Post
La guerra produce emozioni diverse da tutte le altre. Anche per chi osserva i conflitti da una distanza di sicurezza, è facile identificarsi con una parte o con l’altra. Le cronache storiche raccontano che nel 1750, i monaci e i gondolieri veneziani si scambiavano salaci battute durante la Guerra dei Sette Anni, nel lontano nord della Germania. I veneziani, avendo scelto ciascuno un mecenate straniero (l'imperatrice Maria Teresa d'Austria oppure l’avversario, il re Federico il Grande di Prussia), vennero letteralmente alle mani negli stretti quartieri dei canali veneziani.
Nel nostro mondo di oggi, scene come questa non sono difficili da immaginare: sia i sostenitori dell'Ucraina che quelli della Russia sono riscontrabili sia su Internet che sul campo di battaglia. I “ Vatnik ” e i “ NAFO ” si scambiano i peggiori insulti e meme digitali e sono i degni successori del ventunesimo secolo dei rissosi veneziani.
La guerra è una delle azioni più impegnative e complesse nelle quali si possono impegnare gli esseri umani fin dalla preistoria dell’uomo. Questo dato di fatto porta alcuni a ridurre eccessivamente la sua complessità e contingenza a cliché in verità semplicistici e destinati fatalmente a dimostrarsi erronei. Invece, si tratta solamente di essenzialismo allo stato puro.
I filoni dell’essenzialismo
Come tendenza, l’essenzialismo può manifestarsi in molti modi, ma nel XX e XXI secolo prevalgono fondamentalmente due filoni principali di essenzialismo.
La prima, e forse anche la più pericolosa, è l’idea che le società autoritarie o militaristiche producano eserciti “superiori”. Questo concetto continua a radicarsi e circolare diventando uno scontato quanto tradizionale ed illusorio luogo comune. Un esame superficiale della storia riferita alla città di Sparta nell’antica Grecia, della Prussia, della Germania imperiale e nazista o della Russia possono sì dare l’impressione di poter confermare questo punto di vista. Ciò nonostante, ad un’analisi più profonda e attenta si rivela solo un metodo profondamente fragile e di fatto sbagliato. Gli eserciti prodotti da queste società avevano in realtà debolezze e vulnerabilità del tutto umane e plausibili, proprio come i loro avversari ritenuti meno marziali nell’aspetto e forma e persino sostanza. In secondo luogo, nemmeno i soldati volontari arruolati dalle nazioni liberal-democratiche avevano ed hanno alcuna bacchetta magica capace di esprimere la migliore efficienza militare.
Idolatrare le prestazioni dei soldati delle società militaristiche o delle democrazie liberali, piuttosto che le complesse e concrete radici logistiche e operative e di forze pure, che stanno davvero alla base del successo in campo militare, può oscurare un’analisi dettagliata e più credibile oltre ad una sana comprensione di qualsivoglia conflitto.
Entrambe queste posizioni dottrinarie si basano sull’essenzialismo.
Il “soldato migliore” cresciuto ipoteticamente in una società militarista brutale dovrebbe essere presumibilmente più forte e duro delle sue controparti democratiche o liberali. Tuttavia, l’eroico e libero cittadino-soldato trionferà sempre o quasi sui robot-schiavi-soldato mercenari che gli si opporranno. Però, nessuna delle due tipologie ci avvicina alla comprensione della realtà che emerge da una seria analisi delle componenti e forze militari che entrano in gioco in un qualsiasi conflitto armato.
Il mito autoritario-militarista può essere fatto risalire ai racconti dell'antica Sparta. Nell’Europa della prima età moderna, il troppo era meglio esemplificato dalla Svezia di Re Gustavo Adolfo, dalla Prussia di Federico II e da altri stati militarizzati tedeschi. Sia la Svezia che la Prussia, in particolare, erano militarmente in grado di esercitare un peso ben superiore al proprio se proporzionato alle dimensioni della popolazione rispetto ad altre grandi potenze in guerra. L’Assia-Kassel, un piccolo stato tedesco che fornì “mercenari” agli inglesi per combattere la rivoluzione americana, era in realtà più militarizzato, con una percentuale più alta di soldati rispetto a civili rispetto a qualsiasi altro stato europeo. Tutti e tre questi esempi di stato furono anche pionieri della coscrizione obbligatoria e svilupparono nuove ed efficaci tattiche da utilizzare sul campo di battaglia.
Nonostante ciò, questi stati militarizzati si sono trovati storicamente nei guai quando impegnati in lunghe guerre contro potenze più grandi di loro. Anche se potevano ottenere un successo spettacolare in tempi brevi, alla fine venivano trascinati in sfiancanti guerre di logoramento. Pertanto, nonostante la guida del carismatico comandante di campo come era re Carlo XII, la Svezia fu infine sconfitta dalla Russia nella Grande Guerra del Nord (1700-1721).
Così come la Prussia riuscì a malapena a resistere sotto la guida di Federico II, “il Grande”, nella Guerra dei Sette Anni (1756-1763), ma solo fino a quando il sistema di alleanze che gli si opponeva crollò miseramente. Insomma, anche quest’ultima non fu esattamente un trionfo.
L’importanza della disciplina
La dura disciplina prussiana era leggendaria ed era intesa a creare soldati simili a dei robot. Tuttavia, analisi approfondite hanno dimostrato che ciò era tutt’altro che corrispondente alla verità: i soldati prussiani del XVIII secolo erano sì fortemente motivati dalla lealtà religiosa e dai forti legami comunitari piuttosto che dalle punizioni disciplinare di stampo draconiane. Essi continuarono a combattere con lealtà e dedizione al sovrano, non solo perché avevano più paura dei loro ufficiali che del nemico (come sosteneva il re Federico II), ma perché avevano una fede pietista di stampo tutto luterano secondo la quale Dio li avrebbe sicuramente protetti. La tradizione di tale “robotica” prussiana, tuttavia, confluì direttamente nel secondo e più insidioso esempio di essenzialismo militare: la presunta superiorità dei soldati democratici sugli avversari autoritari.
L’idea che i cittadini-soldati volontari di una nazione libera e democratica trionferanno fatalmente sui soldati-robot che si oppongono a loro è fortemente convincente e pervasiva, specie nella cultura popolare. Ma, ad esempio, nella Guerra d’Indipendenza americana (1775-1783), viene dimostrato altresì l’esatto contrario: le forze britanniche erano il più delle volte in inferiorità numerica sul campo di battaglia e sotto il profilo dell’azione tattica trionfavano sugli americani nel campo di battaglia. Il numero minore di truppe britanniche usò tattiche basate altamente sulla mobilità e l’aggressività per sconfiggere ripetutamente gli americani in diverse battaglie.
I cronisti dell’epoca riportavano che gli inglesi usavano eseguire attacchi rapidi, sferrati in corsa, piuttosto che una marcia lenta, robotica appunto. Solo negli ultimi tempi del conflitto, gli Stati Uniti riuscirono ad ottenere vittorie importanti come ad esempio quella di Saratoga.
Il successo americano
Studiando analiticamente gli elementi di arte militare impiegati, si è visto che il successo dei rivoluzionari americani fu il risultato di una forza professionale che imitava del tutto i modelli tattici e operativi delle forze militari europee. Insomma, furono le forze regolari, non le milizie cittadine, a mantenere numerose volte la saldezza dei ranghi sul campo. Senza di loro, il risultato del confronto tattico sarebbe stato probabilmente diverso poiché le unità più aggressive di fanteria e cavalleria britanniche inseguivano le forze della milizia, sconfitte ed in fuga. Il trionfo dei regolari non sarebbe stato possibile senza la coscrizione intesa a completare la schiera dell'esercito continentale, un fatto ignorato dalla mitologia dei tradizionali fucilieri di lunga data.
Si suppone che le guerre della Rivoluzione francese siano considerate un altro grande trionfo del volontario nazionale esercitato vittoriosamente sul soldato “schiavo”.
Sicuramente era così? Se controlliamo la presenza del talentuoso Napoleone Bonaparte, forse meno di quanto potremmo pensare. Nel ventesimo secolo prima del 1945, c’era poco spazio per discutere di una forza volontaria di cittadini-soldati. Circa il 70% dell'esercito americano fu arruolato sia nella prima che nella seconda guerra mondiale. Nelle sei guerre arabo-israeliane, i coscritti israeliani si sono comportati in maniera eccezionale contro gli eserciti di gran lunga più grandi delle varie dittature e monarchie arabe.
Né la professionalità impartita dai sovietici all’esercito iracheno né il fervore religioso dei rivoluzionari iraniani riuscirono a dare ad alcuna delle due nazioni una vittoria definitiva nella brutale guerra Iran-Iraq. La forza composta da soli volontari statunitensi sconfisse lo stesso esercito iracheno nel 1991 in una guerra relativamente breve e decisiva. In ultimo, con il ritorno delle operazioni di combattimento su larga scala in Europa durante la guerra russo-ucraina, molti credevano che la portata e l’equipaggiamento della Russia autoritaria e militarizzata avrebbero significato un rapido disastro per l’Ucraina.
Quando tale miraggio svanì, molti osservatori giunsero alla conclusione opposta.
Come risultato della loro apparente identità di volontari coraggiosi in difesa della propria democrazia liberale, le forze ucraine avrebbero semplicemente trionfato sui ridicoli e dispotici soldati “schiavi” della Russia. Questo profilo storico dimostra la grande variabilità nel modo in cui una forza composta da soli volontari si comporta in un confronto prolungato contro un avversario quasi pari.
Di fronte al grave logoramento in una guerra tra grandi potenze, una forza composta da soli volontari potrebbe richiedere un’integrazione tramite la coscrizione, come è peraltro sempre accaduto nel caso delle guerre rivoluzionarie.
Ciò che queste storie hanno dimostrato è che i soldati (volontari o coscritti) provenienti da stati-nazione liberal-democratici non sono una soluzione magica alle problematiche militari. Le truppe francesi della Terza Repubblica si comportarono egregiamente nella prima guerra mondiale ma crollarono rapidamente ed in maniera umiliante durante la seconda guerra mondiale.
Invece di fare affidamento sull’essenzialismo, gli storici dovrebbero spingere per una comprensione pubblica più ampia e profonda della storia militare.
Supporre semplicemente e presuntuosamente che “sappiamo chi siamo” garantirà la vittoria è un logica piuttosto semplicistica e latrice di severe sconfitte. Questo non vuol dire che l’esercito degli Stati Uniti o della Russia siano necessariamente schiavi di un paradigma essenzialista. Tuttavia, il livello di compiacenza nel discorso militare contemporaneo, nel mondo accademico e nella società civile americana in generale appare talvolta preoccupante.
Una società militarizzata come era la Prussia o l’antica Sparta può sicuramente ottenere pregevoli vantaggi tattici e operativi a breve termine. Tuttavia, le loro particolari strutture sociali potrebbero non garantire la vittoria nei conflitti a lungo termine.
In alternativa, le democrazie liberali non dovrebbero attribuire i propri successi semplicemente al carattere ed impronta del proprio regime; dovrebbero invece leggere più in profondità la storia militare, investire maggiormente nella logistica e mantenere una mentalità sia aperta e concreta per quanto concerne la coscrizione di leva.
Le generazioni passate
Tutte e tre le generazioni di americani ed europei guardano a questo aspetto cruciale con la massima attenzione ed orgoglio: la generazione dei fondatori USA, la generazione della guerra civile e la “generazione più grande” della seconda guerra mondiale, tutte hanno sopportato la coscrizione militare su larga scala. In passato, bisogna ricordare che l’esercito legionario, composto in gran parte da coscritti, combatté vittoriosamente ben tre guerre puniche prevalendo strategicamente sulla più grande potenza del mar Mediterraneo, Cartagine.
In effetti, i soldati di leva hanno svolto la stragrande maggioranza delle operazioni militari dal 1792. Infine, investire nella produzione di munizioni necessarie per sostenere i conflitti a lungo termine dovrebbe essere una seria priorità.
La storia ci offre molti personaggi da ammirare. Potremmo persino ammirare intere generazioni che hanno attraversato i dolori e le difficoltà di un conflitto. Dunque, i fatti attuali e la storia dimostrano, senza grandi eccezioni, che dovremmo diffidare delle idee che attribuiscono un successo militare solo a una comprensione superficiale e semplicistica del sistema politico di una determinata società.
Come spesso ci ricordano i commentatori sul luogo dei belligeranti, la guerra è un’impresa altamente concreta da valutare sempre in modo contingente: è necessario comprendere i processi di guerra in ogni dettaglio, invece di affidarsi al pensiero essenzialista. Questo preparerà meglio i cittadini verso le questioni cruciali della guerra, ma quel che è meglio, anche quelle della pace in questo ventunesimo secolo.
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