Il Medio Oriente brucia e l’Europa ha tutto da perdere

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  Tiziano Sini
  21 June 2025
  2 minutes, 47 seconds

L’offensiva “Leone nascente” lanciata contro l’Iran da parte di Israele negli ultimi giorni è stato l’ennesimo scossone che ha destato il Medio Oriente.

Dopo mesi di guerra a Gaza e l’operazione contro Hezbollah, adesso Israele con una messa a sorpresa, resa tale anche dall’appoggio americano, ha di fatto mosso guerra alla Repubblica Islamica dell’Iran, vero e principale nemico strategico nell’area, reo di aver portato avanti negli ultimi anni il processo di arricchimento dell’uranio ad un livello superiore a quello civile, anche se non ancora utile ad armare delle testate nucleari, benché la finalità resti probabilmente questa.

L’esplosione dello scontro avviene proprio durante un brusco rallentamento nelle trattative fra Iran e Stati Uniti, finalizzati proprio alla ricerca di un compromesso sul programma nucleare iraniano, che andasse a prendere il posto del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), faticosamente raggiunto da vertici europei e dall’amministrazione Obama, ma mai approvato dal Congresso americano, che proprio Trump durante il suo primo mandato aveva fatto naufragare.

Ma questo scontro, è importante ricordare, non avrà solamente ripercussioni belliche, ma anche rilevanti impatti economici, che arriveranno a colpire con molta probabilità anche l’Unione Europea, che di fronte ad una situazione in rapido deterioramento con molta probabilità dovrà affrontare scenari negativi.

Il punto che pare subito essere stato attenzionato, anche a seguito di minacce ritorsive da parte di esponenti di spicco iraniani, sono le implicazioni che questa guerra potrebbe generare, in primo luogo sul commercio globale, ma anche al commercio di idrocarburi.

Lo scontro sta configurando il serio rischio di un nuovo aumento del prezzo dei carburanti, con implicazioni importati sui consumi dei cittadini europei. Va, tuttavia, ricordato, che già adesso l’export di greggio e di altri prodotti derivati è soggetto a misure sanzionatori occidentali, ma è altrettanto importante ricordare che forti scompensi del settore genererebbero automaticamente impatti a livello globale[1].

Ma il vero tema dirimente riguarda le probabili rappresagli che l’Iran potrebbe rivolgere allo stretto di Hormuz, tratto commercialmente strategico nel Golfo Persico.

In prima battuta, rispetto anche a quanto trattato in precedenza, è rilevante evidenziare il ruolo nel passaggio di grandissime quantità di petrolio, ma anche di GNL, facendolo diventare di fatto la prima arteria petrolifera globale, condensando circa 40% del volume del mercato. Le conseguenze che questo potrebbe generare a livello globale sono piuttosto chiare, soprattutto se messe in relazione con una situazione di difficoltà e dii instabilità generatasi a seguito dello scoppio della guerra in Ucraina[2].

A questo poi si collega anche un secondo aspetto: l’arteria assume, infatti, una valenza strategica non solamente nel trasporto degli idrocarburi, ma del commercio in generale con un passaggio che riguarda circa 3000 navi al mese. Un numero estremamente elevato, che rende chiara l’idea dei volumi commerciali che una crisi nell’area potrebbero generare, sulle catene di approvvigionamento[3].

Tutti scenari che fanno riflettere in maniera considerevole sui potenziali rischi per l’Europa dell’acutizzarsi dello scontro, i cui impatti potrebbero scuotere nuovamente il mercato energetico, facendo aumentare l’inflazione in maniera significativa.

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Tiziano Sini

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