Il Mediterraneo si svuota, il Patto europeo affronta la prova dei morti in mare

Tre mesi dopo l’entrata in applicazione delle nuove regole su migrazione e asilo, i dati di settembre mostrano frontiere meno attraversate e rotte ancora letali. Per l’Europa la questione è come esercitare il controllo e condividere le responsabilità.

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  Giorgia Cremona
  25 September 2026
  5 minutes, 33 seconds

Il dato che cambia la prospettiva

Nei primi otto mesi del 2026 Frontex ha rilevato quasi 75 mila attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione europea, il 35% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Anche le domande d’asilo sono diminuite: tra gennaio e giugno, i paesi dell’area monitorata dall’Agenzia europea per l’asilo, la EU+, ne hanno ricevute circa 332 mila, il 17% in meno su base annua. A prima vista, l’Europa sembra avere più spazio per governare la migrazione.

Un altro dato impedisce però di fermarsi qui. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, entro metà settembre gli arrivi via mare in Europa erano diminuiti del 39% rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre almeno 2.292 persone risultavano morte o disperse, contro 1.999 un anno prima. Sono rilevazioni su fenomeni diversi, che non vanno sommate né scambiate tra loro: Frontex conta gli attraversamenti rilevati alle frontiere, l’Agenzia per l’asilo le richieste di protezione, l’OIM gli arrivi via mare e le vittime lungo quelle rotte. Letti insieme, i dati pongono una domanda precisa: che cosa significa controllare una frontiera, se attraversarla diventa più mortale?

Il Patto entra nella realtà

Il 12 giugno 2026 ha iniziato ad applicarsi il Patto europeo su migrazione e asilo. Dieci atti legislativi intervengono sulle procedure alle frontiere, sull’esame delle domande, sull’accoglienza e sulla ripartizione delle responsabilità tra Stati. Dopo anni di negoziati, l’Unione dispone dunque di regole comuni più articolate. Il loro effetto concreto, a settembre, è ancora da misurare: la flessione delle domande era cominciata prima di giugno e non può essere attribuita automaticamente al Patto.

L’Agenzia europea per l’asilo presenterà il 28 settembre, durante una conferenza a Malta, un primo confronto pubblico sulla fase iniziale di applicazione. La data dice molto sul momento politico: siamo abbastanza lontani dall’entrata in vigore per porre le prime domande operative, ma troppo vicini per proclamare una vittoria o un fallimento. Servono dati sui tempi delle procedure, sui trasferimenti tra Stati, sulle condizioni di accoglienza e sulla qualità delle decisioni.

La pressione non scompare: si sposta

La geografia resta il fatto politico fondamentale. Nella prima metà del 2026 la Francia ha ricevuto circa 69 mila domande d’asilo e l’Italia 66 mila; Spagna e Germania circa 55 mila ciascuna. Questi quattro paesi hanno raccolto insieme intorno ai tre quarti delle richieste nell’area EU+. Un sistema comune deve fare i conti con questa concentrazione: una regola uguale per tutti grava in modo diverso su uffici, tribunali e strutture di accoglienza nazionali.

Il numero delle nuove richieste cala, ma il lavoro accumulato rimane. Alla fine di giugno, nell’EU+ c’erano circa 770 mila pratiche in attesa di una prima decisione. Il totale era inferiore a quello di un anno prima; tuttavia il 73% delle pratiche pendenti aspettava da oltre sei mesi, rispetto al 68% del giugno 2025. Meno domande in ingresso, quindi, non producono da sole risposte rapide per chi è già nel sistema. Un’attesa lunga ha un costo per le persone coinvolte e per le istituzioni che devono organizzare l’accoglienza.

È qui che il Patto incontrerà la società. Le norme europee diventano effettive negli uffici dove si esamina una domanda, nei servizi che individuano una vulnerabilità, nei comuni che ospitano una struttura. Accelerare le procedure può ridurre l’incertezza. Per riuscirci servono personale e capacità amministrativa; serve anche preservare l’esame del caso individuale, previsto dalle nuove regole pure quando una domanda segue una procedura accelerata.

La solidarietà si misura nei contributi

Per il 2026 il meccanismo europeo di solidarietà prevede come riferimento 21 mila ricollocamenti o altre misure di sostegno, oppure 420 milioni di euro di contributi finanziari. Ogni Stato può contribuire attraverso ricollocamenti, fondi, misure alternative o una combinazione di queste forme. L’Italia è tra i paesi che possono beneficiare del sostegno perché individuati come sottoposti a pressione migratoria.

È il compromesso su cui poggia il Patto. I paesi di frontiera chiedono che gli altri condividano il carico; i governi più lontani dalle rotte mantengono una scelta su come partecipare. La flessibilità ha permesso l’accordo. Adesso occorre verificare se produrrà aiuto dove serve: denaro disponibile, capacità operativa e, quando previsto, persone effettivamente ricollocate. La solidarietà annunciata e quella realizzata sono due dati differenti.

La frontiera oltre la costa

Il calo complessivo degli attraversamenti non rende identiche tutte le rotte, né elimina le ragioni per cui le persone partono. Nella prima metà del 2026 gli afghani hanno presentato circa 39 mila domande d’asilo nell’EU+, i venezuelani 33 mila, i bangladesi 20 mila. Dietro queste cifre vi sono situazioni nazionali differenti e percorsi che non si lasciano spiegare con un’unica formula. Cambiamenti politici nei paesi di origine, opportunità di lavoro, vincoli lungo le rotte e decisioni dei paesi di transito incidono sulla direzione dei movimenti.

La capacità europea, perciò, non si giudicherà solo dal numero di persone che raggiungono le sue coste. Dovrà tenere insieme controlli, possibilità di chiedere protezione, decisioni credibili e cooperazione tra Stati. Il dato dell’OIM sulle morti in mare chiede inoltre di guardare a ciò che accade prima dell’arrivo, lungo viaggi sui quali una norma europea applicata alla frontiera può incidere soltanto in parte.

A settembre 2026 il Patto ha superato la prova dell’entrata in applicazione. Deve ancora superare quella dei risultati. L’Europa attraversa una fase di minore pressione numerica sulle nuove domande: è il momento in cui ridurre le pratiche arretrate, verificare gli impegni di solidarietà e capire perché il mare continui a uccidere. Una frontiera governata si riconosce dalla capacità di prendere decisioni e di risponderne, anche quando gli arrivi diminuiscono.

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Giorgia Cremona

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