Il villaggio che resta dentro

Maria Lai e Marc Chagall in dialogo a Ulassai

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  Antonella Sanna
  22 September 2026
  4 minutes, 36 seconds

Il villaggio che resta dentro

Maria Lai e Marc Chagall in dialogo a Ulassai

Un paese non coincide soltanto con le sue case, le strade o il paesaggio che lo circonda. Può continuare a esistere dentro chi lo ha lasciato, trasformandosi in una lingua della memoria. Per Maria Lai Ulassai ha rappresentato proprio questo. Non un’origine immobile da custodire, ma una radice viva, capace di nutrire l’immaginazione anche nella distanza. È dentro questa idea del paese come geografia interiore che, a Ulassai, l’opera di Maria Lai incontra quella di Marc Chagall nella mostra “Chagall con Maria Lai. Il paesaggio interiore.”

Lai si forma tra Roma e Venezia e attraversa a lungo luoghi diversi dalla Sardegna. Eppure la sua ricerca ritorna ai gesti, ai racconti e ai materiali dell’isola. Il filo, il telaio, il pane, le fiabe e le scritture indecifrabili non sono citazioni folkloriche, ma strumenti per ricucire interiorità e mondo, memoria individuale e collettiva. Pratiche tradizionalmente associate al lavoro femminile diventano così portatrici di sapere e si aprono a una dimensione pubblica e relazionale.

In Legarsi alla montagna, nel 1981, Lai trasforma una commissione dell’Amministrazione comunale di Ulassai per un monumento ai concittadini caduti in guerra. Alla memoria fissata nella pietra e rivolta ai morti sostituisce un «monumento per i vivi», affidato alla partecipazione degli abitanti. L’opera nasce da Sa Rutta de is’Antigus, la storia di una bambina che, inseguendo un nastro azzurro portato dal vento, esce da una grotta prima che crolli. Fragile e incapace di sostenere, quel nastro diventa immagine dell’arte: non protegge dal pericolo, ma può indicare una via. Il progetto matura attraverso conversazioni, esitazioni e resistenze, finché la stoffa viene distribuita nel paese. Ogni famiglia sceglie come legarsi alla vicina: il nastro resta teso dove non c’è amicizia, forma un nodo quando esiste un legame, diventa fiocco e accoglie su pani pintau dove ci sono affetto e amore. Porte, finestre e strade compongono così una tessitura collettiva, poi prolungata fino alla montagna. La partecipazione non mette in scena una comunità pacificata: rende visibile la sua trama reale, fatta di prossimità, conflitti e distanze da rispettare. L’intenzione di Lai non è cancellare le fratture, ma affidare a ciascuno la responsabilità del proprio modo di stare in relazione. Per un giorno Ulassai può guardarsi come comunità e riconoscere che appartenere allo stesso luogo non significa essere uguali, ma abitare consapevolmente ciò che unisce e ciò che divide.

Anche Marc Chagall ha portato con sé un villaggio. Nato a Vitebsk e cresciuto in una famiglia ebraica, costruisce il proprio immaginario tra case di legno, animali, violinisti, riti e racconti. La partenza per Parigi, le guerre, l’antisemitismo e l’esilio non cancellano quel mondo. Quanto più il luogo reale diventa irraggiungibile, tanto più ritorna come geografia interiore: Chagall non riproduce Vitebsk com’era, la salva reinventandola.

In Cavaliere su un cavallo alato (Il circo), litografia del 1956, Chagall raccoglie nella pista una piccola comunità in movimento. Al centro, un grande cavallo alato sembra sottrarsi alla terra mentre la cavallerizza cerca un equilibrio privo di appoggi sicuri. Intorno si affollano musicisti, spettatori, acrobati e animali; le figure si sovrappongono e la prospettiva cede alle regole del sogno. Ma il volo non è una libertà senza conseguenze: la leggerezza del cavallo convive con la precarietà del corpo che lo cavalca, come la meraviglia del pubblico con la fatica di chi si espone al rischio. Per Chagall il circo non è soltanto divertimento, ma una rappresentazione della vulnerabilità umana. Nessuno esiste davvero da solo: la cavallerizza ha bisogno del cavallo, gli acrobati del ritmo dei musicisti, il gesto di chi si esibisce dello sguardo di chi osserva. È una comunità provvisoria, unita non dall’armonia ma dalla dipendenza reciproca. Lai rende visibili i legami affidandoli agli abitanti; Chagall osserva una comunità simbolica e mostra quanto ogni equilibrio dipenda dalla presenza altrui.

Da questa doppia fedeltà al luogo d’origine nasce Chagall con Maria Lai. Il villaggio interiore. La mostra non cerca somiglianze formali né attenua le differenze tra i due artisti. Il «con» del titolo apre piuttosto uno spazio di relazione: Lai cuce e annoda, Chagall sospende e fa volare. L’una rende materialmente percepibili i legami, l’altro sottrae persone, animali e paesi alla gravità. Entrambi trasformano memoria e racconto in un modo di interrogare l’appartenenza.

Che questo incontro avvenga a Ulassai non è secondario. Maria Lai non diventa il contrappunto locale a un maestro internazionale: è Chagall a entrare nel suo territorio poetico. Il rapporto tra centro e margine si rovescia. Ulassai non è la periferia che riceve temporaneamente la grande arte, ma il luogo dal quale diventa possibile rileggere uno dei protagonisti del Novecento.

Vitebsk e Ulassai diventano così villaggi portatili: luoghi che continuano a vivere perché qualcuno li racconta, li cuce, li dipinge e li trasforma. L’identità che emerge dal loro incontro non è chiusura nell’origine, ma capacità di attraversare il mondo senza perdere il filo che permette di riconoscersi e, qualche volta, di ritornare.

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L'Autore

Antonella Sanna

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arte moderna maria lai marc chagall arte contemporanea