Lunedì 30 marzo lo Stato di Israele ha approvato una legge che introduce la pena di morte per i palestinesi accusati di omicidio commesso nel contesto di atti di “terrorismo”. Il provvedimento è stato approvato dalla Knesset, il parlamento israeliano, con 62 voti a favore e 48 contrari. Il progetto è stato promosso dai deputati del partito di estrema destra Otzma Yehudit, di cui fa parte il ministro della Sicurezza nazionale del governo Netanyahu, Itamar Ben-Gvir, noto per le sue posizioni radicali e fortemente antipalestinesi. Questa approvazione segna una svolta nella politica penale del Paese e ne indebolisce lo stato di diritto.
La misura rappresenta anche una rottura significativa rispetto alla tradizione giuridica israeliana. Fin dalla sua fondazione, Israele ha limitato l’uso della pena capitale a casi eccezionali, abolendola di fatto per i reati ordinari già negli anni Cinquanta. In Israele la pena di morte è infatti prevista per reati come tradimento, genocidio, crimini contro l’umanità e crimini contro il popolo ebraico in tempo di guerra, ma non viene applicata dal 1962 – anno dell’unica esecuzione. Fu il caso del criminale nazista Adolf Eichmann, impiccato nella prigione di Ramla; le sue ceneri furono successivamente disperse nel Mar Mediterraneo, al di fuori delle acque territoriali israeliane. Il processo rappresentò un momento fondativo per lo Stato israeliano, legato alla memoria della Shoah e alla definizione della propria identità nazionale. Proposte per introdurre la pena capitale per reati di terrorismo erano però già state avanzate in passato, soprattutto da partiti della destra nazionalista e religiosa, senza ottenere fino ad oggi un via libera parlamentare.
Durante l’iter della legge, i membri della Knesset hanno invocato vendetta e giustificato la legge paragonando i palestinesi ai “nazisti”. “Dovrebbero essere tutti giustiziati. Non dobbiamo contenere questi mostri”, aveva già spiegato nel novembre 2023 Zvika Fogel, membro dello stesso partito di Gvir e presidente della Commissione per la sicurezza nazionale. Gli oppositori del provvedimento sono stati solo la sinistra e una parte del centro: tra questi Gilad Kariv del partito laburista, ha accusato tutta la compagine governativa di essersi piegata a “una spregevole e immorale campagna elettorale”.
La legge prevede dunque la pena di morte per donne e uomini condannati per omicidio commesso in nome del rifiuto “dell’esistenza di Israele”. Questa formulazione esclude di fatto i cittadini ebrei dall’applicazione della norma, compresi i coloni che perpetrano atti di terrorismo contro la popolazione palestinese nel territorio occupato della Cisgiordania. L’associazione per la difesa dei diritti civili in Israele (ACRI) ha sottolineato che "la pena di morte verrebbe inflitta solo in caso di reato volto a distruggere lo Stato di Israele, il che riguarderebbe molto probabilmente solo imputati palestinesi". L’associazione ha inoltre annunciato di aver presentato un ricorso vigente alla corte suprema, e solleva dubbi su come la Knesset israeliana possa legiferare per un territorio di cui non ha la sovranità, ovvero la Cisgiordania.
Il provvedimento distingue tra due situazioni principali. In Israele si stabilisce che chiunque provochi intenzionalmente la morte di un’altra persona con l’obiettivo di negare l’esistenza dello Stato possa essere punito con la pena di morte o con l’ergastolo. In Cisgiordania invece, sotto occupazione militare israeliana dal 1967, qualsiasi residente che causi deliberatamente la morte di qualcuno nel contesto di un atto terroristico può essere punito con la pena capitale. Dopo la guerra dei Sei Giorni, la Cisgiordania è stata infatti sottoposta a un sistema di ordinanze militari israeliane che ha dato origine a un doppio regime giuridico: da un lato il diritto civile per i cittadini israeliani, dall’altro il diritto militare per la popolazione palestinese, giudicata da tribunali militari caratterizzati da tassi di condanna molto elevati. In circostanze non specificate potrebbe essere inflitta la pena dell’ergastolo, mentre le ONG stabiliscono che “il disegno di legge prevede la pena come pena in realtà predefinita”.
La legge sembra essere concepita per lasciare il minimo margine di manovra a giudici e avvocati: la condanna a morte può essere pronunciata a maggioranza semplice dei giudici e non all’unanimità. L’approvazione della legge avviene inoltre in un contesto in cui l’esercito ha rivisto le proprie regole di ingaggio in Cisgiordania, consentendo di fatto ai soldati di fare uso letale delle armi ogniqualvolta percepiscano una minaccia. Ciò accade, ad esempio, anche in situazioni come il lancio di pietre da parte di giovani contro militari o veicoli dell’esercito. Negli ultimi due anni sono stati documentati decine di casi di uccisioni in circostanze simili, senza che siano stati avviati procedimenti giudiziari. Complessivamente, dal 7 ottobre, 1.087 palestinesi — tra cui 227 minori — sono stati uccisi dall’esercito o da coloni, e tutto questo si verifica al di fuori di un quadro giuridico definito. Un secondo disegno di legge, ancora in fase di discussione, prevede l’istituzione di un tribunale speciale che potrebbe infliggere la pena di morte ai palestinesi nella Striscia di Gaza con sospetto di aver partecipato all’attentato di Hamas del 7 ottobre 2023.
Un problema particolarmente importante riguarda la definizione stessa di terrorismo. In numerose occasioni, infatti, i ministri del governo Netanyahu hanno esteso questa etichetta all’intera popolazione della Striscia di Gaza, bambini inclusi. Nelle carceri israeliane si trovano inoltre più di 9 mila detenuti palestinesi, la gran parte dei quali accusati in maniera informale di terrorismo, senza però avere a carico accuse ufficiali o senza aver affrontato un equo processo con assistenza legale garantita.
I ministri degli Esteri di Francia, Italia, Germania e Inghilterra avevano presentato una dichiarazione congiunta il 29 marzo scorso, esprimendo preoccupazione per il carattere discriminatorio della legge. L’alleanza progressista dei Socialisti e Democratici al parlamento europeo ha chiesto di sospendere con urgenza l’accordo di associazione Ue-Israele, mentre il Consiglio d’Europa ha denunciato un testo che rischia di “minare l’impegno di Israele verso i principi democratici”.
Diversa è stata la reazione americana, il cui dipartimento di Stato ha dichiarato dopo il voto di “rispettare il diritto sovrano di Israele di stabilire le proprie leggi e sanzioni contro individui riconosciuti colpevoli di terrorismo”.
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L'Autore
Alice Balan
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Israele Death penalty Palestina