La cassaforte dell'Adriatico: la nuova geopolitica della CO2

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  Alessia Bernardi
  04 September 2026
  9 minutes, 29 seconds

Il motore manifatturiero del Sud Europa si trova oggi di fronte a un bivio storico. Dalle acciaierie e dai cementifici della Pianura Padana, fino ai distretti petrolchimici di Fos-Marseille in Francia e ai poli industriali dei Balcani, il tessuto produttivo che garantisce l'autonomia strategica e l'occupazione del continente è stretto nella morsa di obiettivi di decarbonizzazione senza precedenti. Le quote del sistema ETS (Emissions Trading System) europeo non sono più solo un parametro ambientale, ma un fattore di competitività globale: emettere carbonio ha un costo economico non più sostenibile per le filiere industriali pesanti. In questo scenario, la retorica dell'elettrificazione totale mostra i suoi limiti strutturali. Per i settori cosiddetti hard-to-abate, dove la CO2 non deriva solo dal consumo energetico, ma è intrinseca alle reazioni chimiche del processo produttivo, le energie rinnovabili da sole non bastano a raggiungere il target delle zero emissioni nette. Per salvaguardare la sopravvivenza di questi comparti chiave senza delocalizzare la produzione al di fuori dei confini europei, l'unica soluzione industriale matura e scalabile è sottrarre l'anidride carbonica all'atmosfera, stoccandola in sicurezza laddove la natura l'ha custodita per milioni di anni: nei giacimenti di gas esauriti sotto il fondale marino.  

È in questo paradigma che si inserisce la necessità di una ridefinizione sistemica delle infrastrutture energetiche e delle catene del valore transnazionali. La transizione industriale non si esaurisce nella dismissione degli asset fossili, ma richiede la riconversione del know-how geologico, ingegneristico e sotterraneo storicamente accumulato dal settore industriale per strutturare un mercato globale dei servizi di carbonio. Progetti pilota e Hub regionali come l'ambizioso polo Ravenna CCS nell'alto Adriatico dimostrano come la riconversione di giacimenti esauriti e piattaforme offshore possa offrire all'intero ecosistema manifatturiero dell'Europa meridionale un'infrastruttura di stoccaggio condivisa e transfrontaliera. Questo approccio multilaterale e open-access non risponde solo a requisiti di conformità climatica, ma ridefinisce gli equilibri geopolitici ed energetici del bacino del Mediterraneo, trasformando la gestione delle emissioni da puro costo ambientale a un asset strategico per la stabilità macroeconomica e la competitività dell'Eurozona.

Il funzionamento della CCS è, prima di tutto, una questione di ingegneria. La CO₂ deve essere separata dal flusso industriale, resa trasportabile e infine confinata in una formazione geologica capace di trattenerla nel tempo. Sono tre operazioni distinte, ma economicamente inseparabili. Se la cattura è troppo costosa, il processo perde competitività; se manca una rete di trasporto, gli impianti industriali rimangono isolati; se il sottosuolo non offre condizioni geologiche adeguate, l’intera catena non può essere considerata affidabile. La CCS è una catena industriale che parte dalla separazione della CO₂ dai fumi, generalmente attraverso solventi a base di ammine, e prosegue con compressione e trasporto verso i siti di stoccaggio. La difficoltà tecnica risiede nella bassa concentrazione della CO₂ nei flussi industriali e nel contenere l’energia necessaria alla rigenerazione dei solventi. Un esempio concreto arriva da Ravenna CCS, dove Eni e Snam hanno avviato la prima fase del progetto presso l’impianto Eni di Casalborsetti: circa 25 mila tonnellate di CO₂ l’anno vengono catturate da una corrente con una concentrazione di circa il 2,4 per cento, con un’efficienza superiore al 90 per cento e punte del 96 per cento. La CO₂ può quindi essere convogliata attraverso condotte o navi verso hub capaci di aggregare emissioni provenienti da più impianti, rendendo la rete potenzialmente transnazionale. Lo stoccaggio avviene in formazioni rocciose porose e permeabili, come le arenarie, sovrastate da una caprock impermeabile che impedisce la migrazione verso l’alto. A profondità superiori agli 800 metri, pressione e temperatura possono portare la CO₂ in condizioni supercritiche, aumentando la densità del fluido; a Ravenna l’iniezione avviene a circa 3.000 metri nel giacimento esaurito di Porto Corsini Mare Ovest. Il confinamento deriva dalla combinazione di intrappolamento strutturale e capillare, dissoluzione nei fluidi della formazione e, nel lungo periodo, mineralizzazione. La sicurezza richiede quindi caratterizzazione geologica, monitoraggio della pressione e controllo della possibile migrazione della CO₂. 

Ne deriva una nuova geografia industriale: i luoghi di produzione della CO₂ possono essere separati dai siti di stoccaggio e collegati attraverso infrastrutture comuni. È questa possibilità a trasformare la CCS da tecnologia applicata al singolo impianto in una rete logistica potenzialmente transfrontaliera, nella quale porti, condotte, hub industriali e grandi formazioni geologiche possono essere integrati all’interno di un unico sistema di gestione del carbonio. È questo il modello che sta prendendo forma nel Mare del Nord, dove Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi e Regno Unito stanno sviluppando sistemi nei quali la CO₂ può essere raccolta da più Paesi, trasportata anche via mare e destinata a siti offshore. Il progetto norvegese Northern Lights rappresenta uno dei primi esempi di questa logica: trasformare lo stoccaggio in un servizio accessibile a emettitori diversi, separando fisicamente il luogo della produzione industriale dal luogo del confinamento.

La dimensione potenziale è ormai globale. Secondo il Global CCS Institute, nel 2025 risultavano operative nel mondo 77 strutture CCS, mentre altre 47 erano in costruzione e la capacità complessiva di cattura dei progetti operativi e in sviluppo aveva raggiunto circa 513 milioni di tonnellate annue. Sono numeri ancora lontani dalla quantità di CO₂ che dovrebbe essere gestita per raggiungere gli obiettivi climatici internazionali, ma descrivono una trasformazione precisa: la CCS sta uscendo dalla dimensione del singolo impianto e sta entrando in quella delle infrastrutture condivise.

L’Europa sta cercando di costruire attorno a questa tecnologia una rete continentale. La Commissione europea ha individuato nella gestione industriale del carbonio una componente della strategia di decarbonizzazione e ha fissato, attraverso il Net-Zero Industry Act, un obiettivo di almeno 50 milioni di tonnellate annue di capacità di iniezione della CO₂ nell’Unione entro il 2030. La logica è quella di superare il modello nel quale ogni impianto deve trovare autonomamente una soluzione per le proprie emissioni e costruire invece corridoi comuni per cattura, trasporto e stoccaggio. Ravenna si inserisce in questo processo come uno dei primi casi mediterranei nei quali un vecchio distretto del gas viene riconvertito in un'infrastruttura per il confinamento del carbonio. La seconda fase del progetto punta a una capacità di circa 4 milioni di tonnellate annue entro il 2030, con una possibile espansione successiva fino a 16 milioni. La trasformazione, quindi, non riguarda soltanto il destino della CO₂, ma la geografia stessa delle infrastrutture energetiche. I porti possono diventare terminali per il carbonio, le condotte del gas possono essere in parte riconvertite, i giacimenti esauriti possono trasformarsi in siti di stoccaggio e le competenze sviluppate dall’industria degli idrocarburi possono essere trasferite alla gestione del sottosuolo. Il principio economico è quello delle grandi reti energetiche: concentrare i flussi, ridurre i costi unitari attraverso la scala e separare il luogo della produzione da quello della destinazione. La CO₂, in questa prospettiva, assume una nuova caratteristica industriale. Non è più soltanto un’emissione da evitare, ma un flusso fisico che deve essere misurato, trattato, trasportato e confinato. È questo passaggio a rendere la CCS rilevante oltre i confini europei. Là dove esistono grandi concentrazioni industriali ma mancano formazioni geologiche sufficientemente favorevoli, la soluzione può essere costruita attraverso infrastrutture transfrontaliere. Là dove invece abbondano grandi bacini di stoccaggio offshore, il vantaggio può consistere nel diventare il punto di arrivo della CO₂ prodotta altrove. Il risultato è una nuova geografia nella quale capacità industriale e capacità di stoccaggio diventano due risorse differenti, potenzialmente distribuite tra Paesi diversi e collegate da corridoi logistici. La CCS, dunque, non si limita a modificare il modo nel quale l’industria gestisce le proprie emissioni: introduce le condizioni materiali per la nascita di un mercato internazionale del trasporto e dello stoccaggio della CO₂.

Il passaggio dalla sperimentazione alla scala industriale cambia però la natura stessa della CCS. I 25 mila tonnellate annue della Fase 1 di Ravenna rappresentano un dimostratore; la Fase 2 punta a raggiungere 4 milioni di tonnellate di capacità di iniezione all’anno entro il 2030, con una possibile espansione oltre i 16 milioni. Il salto non è quindi soltanto quantitativo: significa trasformare un singolo sito di stoccaggio in un’infrastruttura capace di servire più distretti industriali. È la logica del progetto CALLISTO, riconosciuto dall’Unione europea come Project of Common Interest: un network mediterraneo pensato per raccogliere la CO₂ attraverso pipeline terrestri e trasporto marittimo, collegando i principali cluster industriali di Italia e Francia al sistema di stoccaggio offshore di Ravenna. Il progetto prevede reti di condotte nella Pianura Padana e nei distretti di Fos-Marsiglia e della valle del Rodano, oltre a terminali costieri per la liquefazione, il carico e lo scarico delle navi.

La conseguenza è la nascita di un mercato nel quale la CO₂ può attraversare i confini nazionali prima di essere definitivamente confinata. Ravenna diventerebbe così non soltanto un deposito, ma un nodo di una rete mediterranea, capace di aggregare emissioni provenienti da territori industriali differenti e di separare definitivamente il luogo della produzione da quello dello stoccaggio. A questa trasformazione infrastrutturale corrisponde quella finanziaria. La CCS richiede infatti investimenti iniziali elevati e ritorni distribuiti su decenni: pipeline, terminali, navi, pozzi e piattaforme devono essere costruiti prima che i volumi raggiungano la scala necessaria alla redditività. Lo stoccaggio può così diventare un servizio venduto agli emettitori industriali, una forma di Carbon Storage-as-a-Service nella quale il valore non è più nell’estrazione della molecola dal sottosuolo, ma nella capacità di riportarla nel sottosuolo in condizioni controllate. La partita, a questo punto, non riguarda più il singolo impianto. Riguarda chi controllerà le infrastrutture attraverso cui il carbonio verrà raccolto, trasportato e stoccato su scala continentale.

In conclusione, la sfida europea non consiste nello scegliere tra industria e ambiente, ma nel rendere compatibili produzione e decarbonizzazione. Per i settori hard-to-abate, nei quali una parte delle emissioni deriva direttamente dai processi chimici e non può essere eliminata dalla sola elettrificazione, la cattura e lo stoccaggio della CO₂ rappresentano uno degli strumenti necessari per preservare capacità produttiva, occupazione e competitività. Ravenna CCS mostra concretamente questa possibilità: riconvertire infrastrutture, competenze geologiche e asset energetici esistenti per modificare il metabolismo dell’industria invece di limitarne semplicemente la presenza. Il pragmatismo ambientale passa dunque dalla capacità di costruire una transizione fondata sulla realtà industriale. Elettrificazione, rinnovabili, efficienza, idrogeno e CCUS non sono alternative assolute, ma componenti di una strategia più ampia per raggiungere la neutralità climatica. Se l’Europa riuscirà a trasformare la gestione della CO₂ in una nuova infrastruttura industriale, collegando fabbriche, porti, reti e siti di stoccaggio, la decarbonizzazione potrà smettere di essere soltanto un vincolo e diventare una leva per difendere la propria base manifatturiera. La vera ambizione del 2050, allora, non sarà aver spento l’industria europea, ma averle consentito di continuare a produrre con un metabolismo radicalmente diverso.

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Alessia Bernardi

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Ambiente e Sviluppo

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Carbon Capture and Storage (CCS) decarbonizzazione Infrastrutture energetiche CO2