A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS
Da giovedì 6 a domenica 9 giugno, gli europei di 27 Stati membri si recheranno alle urne per un voto con una forte posta in gioco a favore dei grandi temi attuali e comuni: la transizione climatica, la gestione dell'immigrazione selvaggia e i progressi dell’ordine democratico.
Ma fino a che punto questi elettori si definiscono europei?
Sono in molti a porsi questo interrogativo. Il voto dei cittadini sarà guidato da questioni continentali care a Bruxelles, oppure da considerazioni prevalentemente nazionali o ancora peggio dal populismo nazionalistico che è diventato sempre più di moda da parte di politici di idee estreme e persino improvvisate, ma sempre più evidente nei media di tutto il continente?
Gli osservatori nazionali
Secondo alcuni accreditati sondaggi, il 60% degli europei dichiara sì di essere interessato a queste elezioni. Se questo rappresentasse la realtà si tratterebbe di un aumento dell'11% rispetto ai dati analoghi rilevati nel 2019.
Anche i partiti politici degli Stati membri sono ben consapevoli dell'importanza delle elezioni, avendo partecipato alla intensa campagna elettorale nelle ultime settimane. Tuttavia, questa fase preliminare è ancora fortemente influenzata dalle questioni nazionali.
Da parte loro, gli elettori non dovrebbero sbagliarsi sulla posta politica in gioco: queste elezioni sono di certo un’opportunità importante per loro di poter esercitare la propria cittadinanza europea affrontando questioni ugualmente condivise.
Va però detto che gli europei hanno dato ben poco conto finora alla loro cittadinanza europea.
Ciò è confermato da alcuni sondaggi del 2023 secondo i quali il 58% di media degli intervistati ha dichiarato di provare un senso di attaccamento all'Unione Europea, 3 punti percentuali in meno rispetto al sondaggio precedente. Tali risultati dimostrano un basso livello di adesione e identificazione rispetto a quello percepito verso il proprio Stato nazionale.
Per quanto riguarda l'Unione Europea, il 72% degli intervistati si sente cittadino comunitario. Alla domanda su quali elementi potrebbero creare un senso di comunità europea, il 23% ha citato i valori e l'economia, il 22% la cultura, il 21% la solidarietà e il 20% lo Stato di diritto. Infine, il 58% ha dichiarato di essere a conoscenza dei propri diritti legati alla cittadinanza europea, mentre il 70% ha dichiarato che vorrebbe saperne di più.
Eppure la cittadinanza europea esiste da 30 anni !
Ma gli europei ne sono a conoscenza ? Non sarà che la cittadinanza europea ha mancato il suo obiettivo principale?
C’era una volta un concetto piuttosto promettente. Introdotto dal Trattato di Maastricht nel 1993, esso ha risposto al desiderio degli Stati membri di andare oltre la nozione di alleanza commerciale (il presupposto sulla quale è nata) sviluppando un senso di appartenenza a un progetto politico comune.
Formalmente, la cittadinanza europea è innegabilmente efficace, poiché conferisce una serie di diritti civili e politici, compreso quello di votare e candidarsi alle elezioni al Parlamento europeo. Ma nonostante abbia celebrato il suo trentesimo anniversario, per la maggior parte rimane ancora evasa. Senza dubbio le sue caratteristiche la rendono ambigua e astratta. Infatti, anche se il trattato la inquadra qualificandola come un valore aggiunto – soprattutto quando non prevede obblighi espliciti – la sua dipendenza dalla nazionalità di uno Stato membro gli conferisce un carattere superfluo. Anche le pratiche democratiche rafforzano questo status di minore significato, dal momento che le elezioni per il Parlamento europeo sono organizzate all’interno dei confini degli Stati membri, con liste nazionali anziché transnazionali, e le campagne elettorali sono strutturate a livello strettamente nazionale.
I diritti dell’UE sono difficilmente percepibili
Il diritto di voto e di eleggibilità al Parlamento esisteva ancora prima dell’introduzione della cittadinanza europea. Molti di questi diritti sono goduti principalmente dagli europei che risiedono temporaneamente o permanentemente in un altro Stato membro. La cittadinanza europea consente agli europei che vivono in uno Stato membro diverso dal proprio di votare e candidarsi alle elezioni comunali. Quando un cittadino dell'UE si trova in un paese al di fuori dell'Unione Europea all’interno del quale la sua nazione non ha una formale presenza diplomatica, ha diritto alla protezione di un altro Stato membro: un vero valore aggiunto anche sotto il profilo giuridico.
Inoltre, la maggior parte dei diritti dell’UE non sono riservati solo ai cittadini del continente, ma si estendono anche ai cittadini e alle aziende di paesi terzi; ad esempio, il diritto di presentare una petizione al Parlamento europeo e di sottoporre questioni di una certa importanza al difensore civico europeo. Anche di quest’ultimo, il più delle volte è ignorata l’esistenza. Lo stesso vale per il diritto ad una buona amministrazione e per il diritto di accesso ai documenti istituzionali dell'UE (trasparenza degli Atti).
Infine, i tratti principali della cittadinanza europea, derivati dal principio di non discriminazione in base alla nazionalità, provengono da una giurisprudenza ricca ma complessa e anche qui poco conosciuta.
Avvicinare l’Europa ai suoi cittadini
La cittadinanza europea è stata plasmata dalla teoria del patriottismo costituzionale: le ragioni ideali oltre che istituzionali per aderire potrebbero derivare non tanto dalla vicinanza o contiguità geografica, ma piuttosto dall’attaccamento a una cultura politica condivisa, basata magari su una lunga – anche se travagliata – storia politica e intrinseci valori comuni, come ad esempio quelli cristiani. Infatti, la cittadinanza europea è tutt’altro che inconsistente e artificiale, poiché trae le sue radici da un ricchissimo patrimonio filosofico-religioso, intellettuale e profondamente culturale che risale come minimo all’XI secolo d.C. Da allora, gli scambi tra europei – in particolare nel settore del commercio – hanno forgiato una cultura europea basata sui principi di libertà, uguaglianza e dignità umana.
Per tale motivo la Corte di giustizia ha definito la cittadinanza europea uno status fondamentale di tutti i cittadini degli Stati membri (Corte di giustizia europea, 20 settembre 2001, sentenza Grzelczyk ). Essa non solo stabilisce la novità di raggiungere una relazione giuridica e politica tra loro e l’Unione, ma consente anche di offrire agli europei l’identico status giuridico e politico.
La consapevolezza
Per compensare le debolezze giuridiche percepite dalla cittadinanza europea, è necessario aumentare il livello della consapevolezza su questa storia, cultura e valori condivisi. Infatti, sebbene la creazione di una cittadinanza europea sia stata un passaggio cruciale e coraggioso, i diritti ad essa associati non sono sufficienti per costruire una completa comunità politica.
Il diritto da solo non può avvicinare l’Europa al cuore degli europei, soprattutto quando l’organizzazione istituzionale dell’UE è difficile da comprendere. E, ponendo troppa enfasi sul contributo economico dell'Unione, i suoi promotori rendono meno percepibile la cittadinanza europea e la sua sostanza democratica.
È essenziale incoraggiare iniziative volte a promuovere un'autentica sfera pubblica europea.
Ad esempio, su iniziativa di Bruxelles, sono stati stimolati presso gli studenti numerosi dibattiti presso il Parlamento europeo, mentre l’associazione del Movimento Europeo ha consentito agli studenti delle scuole secondarie di visitare le istituzioni dell’UE , sia a Bruxelles che a Strasburgo. I risultati parlano da soli e senza incertezze: tutti i partecipanti hanno avvertito e manifestato un senso concreto e palpabile di “unità nella diversità” e di cittadinanza europea.
Proprio ciò che servirà anche nelle conquiste future a favore di una sempre maggiore unità politica del continente.
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Redazione
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