La cooperazione in materia di difesa torna prepotentemente a far discutere all'interno delle istituzioni europee.

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  Tiziano Sini
  09 February 2025
  3 minutes, 8 seconds

Lo scorso lunedì 3 febbraio si è tenuto uno dei summit più attesi a livello europeo. Nonostante il vertice, programmato dal Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, fosse di fatto un’occasione informale di incontro e di dibattito con i vertici europei, il tema era di primaria importanza: la difesa europea.

L’incontro, che in maniera straordinaria non si è tenuto nella sede del Consiglio europeo, ma nel Palais d'Egmont, una bellissima struttura cinquecentesca nel centro di Bruxelles, è stato inevitabilmente scosso dalla notizia dell’introduzione dei dazi, da parte di Trump, che hanno spostato il dibattito interno proprio verso i rapporti fra Ue e Usca.

Su questo aspetto si è giocato, infatti, gran parte della riunione, la linea piuttosto condivisa è stata quella di apertura, ma allo stesso tempo di fermezza, di fronte ai futuri diktat americani, come ha evidenziato Von der Leyen. Una logica di fatto declinata anche alla difesa, dove, partendo proprio dagli impegni strategici che molti dei Paesi europei adottato in seno Nato, è stato dato rilievo alla necessità di garantire un apporto maggiore a livello europeo. In particolare, portando la spesa pubblica a livello nazionale per la difesa al 2% ed ottemperando agli accordi precedentemente stabiliti, come ricordato più volte dal nuovo Segretario Mark Rutte. Ma non solo, rafforzando anche le partnership strategiche con gli USA [1].

Oltre a questo, ovviamente, la riunione si è soffermata sia sugli aspetti puramente strategici, che l’Ue deve e dovrà affrontare nei prossimi anni, che assumono natura e problematiche diverse, con conseguenti soluzioni e tattiche differenti e complesse da sviluppare, come la questione ucraina e le guerre ibride; sia su quelli meramente programmatici e politici.

Su questi ultimi aspetti, in particolare, sono emerse le maggiori difficoltà negoziali, per quanto si trattasse di un vertice informale. Affrontare in maniera risoluta temi come quello dello sviluppo di un’industria europea della difesa, porta inesorabilmente con sé due ordini di problemi: da un lato un tema di condivisione dei know-how e della collaborazione strategica, in campi estremamente delicati. Mentre dall’altro un tema forse ancora più spinoso, quello finanziario.

È importante evidenziare come negli ultimi anni la spesa degli Sati membri per la difesa sia aumentata di circa il 30%, fra il 2021 e il 2024, ma che questo non equivalga assolutamente ad una strategia armonica interna all’Ue, ma più che altro a scelte indipendenti a livello nazionale.

Per sopperire a questo aspetto, oltre ad affrontare con maggior risolutezza il coordinamento politico, è stato discusso ampiamente di come agevolare questo processo dal punto di vista finanziario, a partire da un maggior supporto fornito dal budget europeo, che per il momento ammonta a 16,4 miliardi.

Un tema molto importante a cui se ne somma uno altrettanto interessante, come emerse da una lettera inviata, proprio in concomitanza del vertice, alla BEI (la Banca europei per gli Investimenti), firmata da 19 Paesi, in cui si chiede alla Presidente Nadia Calvino, un profondo ripensamento della mission, ricoprendo un ruolo più incisivo su determinati settori. Il punto centrale è quello di rivedere l’elenco delle attività escluse per progetti per la difesa e la sicurezza europea, esaminando, di conseguenza, l’emissione di debito vincolato per finanziarli.

Un passo in avanti davvero importante questo, che potrebbe dare in futuro un ulteriore spinta ai progetti europei di difesa, anche se per il momento resta una mera proposta[2].


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Tiziano Sini

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