Da oltre cinquant’anni la quasi totalità dei barili di petrolio commerciati sui mercati internazionali è prezzata e venduta in dollari statunitensi. Il sistema attuale su cui si basa l’economia petrolifera nacque nel 1974, quando il segretario di Stato statunitense Henry Kissinger e il re saudita Faisal bin Abdulaziz Al Saud sottoscrissero un accordo cinquantennale per agganciare la valuta statunitense al petrolio. Gli effetti principali di questo accordo furono che la vendita del petrolio saudita avrebbe dovuto essere trattata esclusivamente in dollari statunitensi e i proventi essere reinvestiti in titoli del Tesoro statunitense in cambio della protezione militare di Washington sull’intera area del Golfo. Da quel patto ebbe così origine il sistema del cosiddetto petrodollaro, un meccanismo che per decenni ha rafforzato la centralità del dollaro come valuta di riserva mondiale e che ha permesso agli Stati Uniti di finanziare il proprio enorme deficit commerciale grazie alla domanda costante di valuta americana proveniente dall’estero.
Il mercato del petrolio attualmente è dominato dai paesi membri dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), fondata nel 1960 a Baghdad, che controllano circa il 79% delle riserve petrolifere mondiali. Il cartello, di cui l’Arabia Saudita rappresenta il principale produttore, regola ormai da decenni la produzione mondiale attraverso quote concordate tra i paesi membri con l’obiettivo di mantenere stabili i prezzi. Oggi, tuttavia, l’OPEC copre circa un terzo della produzione globale di greggio (una quota ben lontana dal 50% degli anni Settanta) e da tempo mostra segni di cedimento interno che negli anni hanno portato all’uscita dall’Organizzazione di alcuni paesi come il Qatar nel 2019, l’Ecuador nel 2020 e l’Angola nel 2024.
Il petroldollaro sotto pressione
Il delicato equilibrio che per decenni ha mantenuto stabile il sistema del petrodollaro è stato profondamente scosso dagli eventi degli ultimi mesi. L’inizio della guerra in Iran ha infatti innescato una reazione a catena che ha colpito direttamente il cuore del mercato petrolifero globale. In particolare, la chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% di tutto il petrolio trasportato per nave, ha provocato il più grande shock di approvvigionamento di greggio della storia facendo impennare il prezzo del petrolio.
Inoltre, il 28 aprile gli Emirati Arabi Uniti hanno comunicato la decisione di lasciare l’OPEC dopo oltre sessant’anni di adesione. Si tratta senza dubbio di una scelta destinata a scuotere il mercato del petrolio e rimodellare l’ordine dei mercati energetici globali dei prossimi anni. Non si tratta tuttavia di una notizia inaspettata: infatti, per ragioni tecniche e strategiche, gli Emirati già da tempo puntavano a incrementare la propria quota produttiva, un obiettivo incompatibile con le direttive imposte dall’OPEC.
Ma il segnale più allarmante arriva dall’Arabia Saudita che già nel 2024 aveva deciso di non rinnovare il patto cinquantennale con gli Stati Uniti sul petrodollaro, aprendo così la strada a transazioni in valute diverse dal dollaro e indebolendo inevitabilmente il potere esercitato dalla moneta di Washington.
L’ascesa del Petroyuan e il nuovo asse euroasiatico
Mentre il sistema occidentale, che per anni ha dominato i mercati economici, comincia a perdere lentamente la propria presa su tutto il mondo, in Oriente la Cina inizia a mostrare i risultati delle proprie strategie economiche proponendo un’alternativa all’unipolarismo di Washington. Secondo gli ultimi dati lo yuan cinese costituisce circa il 3% delle riserve monetarie globali detenute dalle banche centrali e nel primo trimestre del 2026 la percentuale di scambi petroliferi in moneta cinese è quasi raddoppiata fino a raggiungere il 20% del volume globale.
A contribuire fortemente all’ascesa dello yuan cinese a scapito del sistema petroldollaro americano è stato senza dubbio il recente conflitto scoppiato in Medio Oriente. Infatti, la chiusura dello stretto di Hormuz, utilizzata come manovra militare e strategica di pressione, ha portato a due dirette conseguenze che hanno indebolito lo strapotere di Washington. Le esportazioni di petrolio e derivati dai paesi del golfo storicamente allineati con gli Stati Uniti hanno subito un drastico calo riducendo al minimo i proventi dalla vendita del greggio che normalmente sarebbero stati prontamente reinvestiti in titoli di stato americani. Inoltre, l’Iran, ha istituito un blocco navale totale per le navi situate nello stretto permettendo il transito ai mercantili solo dietro pagamento di un pedaggio in yuan o criptovalute.
La chiusura dello stretto di Hormuz che ha provocato un’interruzione dei flussi di petrolio, ha costretto alcuni Stati a ricercare nuovi partner commerciali su cui fare affidamento per i rifornimenti di greggio. Per questa ragione, diversi paesi asiatici hanno incrementato le importazioni di petrolio dalla Russia, che nella regione costituisce da sempre un partner strategico essenziale. Le proiezioni pubblicate da CREA (Centro per la Ricerca sull’Energia e l’Aria Pulita) indicano che le entrate petrolifere di Mosca hanno raggiunto i 713 milioni di euro al giorno nel mese di marzo 2026, il livello più alto degli ultimi due anni, e i proventi saranno utilizzati per acquistare valuta estera, principalmente yuan, consolidando l’asse finanziario con Pechino.
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L'Autore
Jacopo Biagi
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