In Georgia continuano le proteste contro la decisione di fine novembre del governo appena eletto di sospendere il percorso di adesione all’Unione Europea fino al 2028. Moltissime persone si sono riunite nella strada principale Rustaveli della capitale Tblisi e davanti al parlamento per esprimere il proprio dissenso. Altre manifestazioni si sono svolte in altre città importanti del paese, come Batumi e Khashuri. Le proteste sono sostenute dalla presidente Salome Zourabichvili, fortemente filoeuropeista ma non affiliata a nessun partito.
Il percorso della Georgia verso l’Unione Europea
Come mai questa decisione è stata accolta in modo così aspro dalla società georgiana? Per capire cosa ha portato un così grande numero di persone a riversarsi nelle strade, è necessario prendere in considerazione le vicende che hanno portato la Georgia a perseguire l’adesione all’UE. La Georgia ha iniziato ad avvicinarsi in modo più consistente all’Europa dal 2003, anno segnato dalla pacifica “rivoluzione delle rose”, anch’essa scaturita a seguito di presunti brogli elettorali. Le proteste hanno avuto l’effetto desiderato, dato che furono indette nuove elezioni che hanno portato al governo il filo-atlantista ed europeista Mikhail Saakashvili. Da questo momento Tblisi ha iniziato ad allontanarsi dal Cremlino, cercando di liberarsi dall’appoggio economico e dalle influenze ideologiche della Federazione Russa, sebbene quest’ultima non sia stata entusiasta di perdere la presa sul piccolo stato caucasico. La breve guerra scoppiata nel 2008 tra i due stati non ha aiutato le già compromesse relazioni. Nel 2012 è salito al potere il partito Sogno Georgiano, di matrice populista e politicamente ambivalente. Il partito è stato fondato nello stesso anno da Bidzina Ivanishvili, un oligarca arricchitosi in Russia negli anni 90. Fin da subito, SG si è dichiarato filo-atlantista ed europeista, continuando quindi il percorso iniziato da Saakashvili. Allo stesso tempo, ha cercato di “normalizzare” anche il rapporto con Mosca. Sebbene SG abbia vinto le elezioni anche nel 2016 e nel 2020, ha continuato a portare avanti le trattative con l’EU, firmando l’accordo di associazione nel 2014. Inoltre, la Georgia ha ricevuto lo status di candidato nel dicembre del 2023, con l’obbligo di seguire le direttive della Commissione Europea per poter entrare nell’Unione
Di fatto ultimamente le tendenze di SG si sono allontanate dalla strada verso l’Europa, vista la promulgazione di alcune leggi vicine al pensiero del Cremlino. Nel 2024, infatti, il governo ha emanato non solo una legislazione che vietava la “propaganda Lgbtq+”, ma anche un’altra legge che identificava i gruppi della società civile o i media supportati dall’occidente come “agenti stranieri”. A causa di questa “legge russa”, l’UE ha dichiarato che avrebbe sospeso la candidatura del paese, in quanto mina il diritto di espressione della società georgiana e avvicina il governo a posizioni autoritarie e anti-democratiche. Anche l’adozione di questa legislazione ha provocato un forte dissenso nell’opinione pubblica.
Le dinamiche: i brogli elettorali e la risposta dell’UE
Le elezioni parlamentari, tenutesi il 26 ottobre 2024, si sono rivelate un nuovo punto di frattura per il paese. Secondo i risultati, SG ha vinto ancora una volta, con il 54% dei voti, guadagnandosi il diritto di formare il nuovo governo. All'opposizione (il cui gruppo principale è la “Coalizione per il cambiamento, formato da diversi partiti filo- occidentali) supportata dalla presidente in carica Salome Zourabichvili, invece sarebbero spettati 61 seggi sui 150 del parlamento georgiano. Tuttavia, alcuni osservatori internazionali, tra cui l’Osce e la delegazione del Parlamento Europeo, hanno dichiarato che le elezioni non si sono tenute in modo regolare (come casi di compravendita di voti, doppi voti, intimidazioni ai seggi). Questo ha portato ad una prima ondata di proteste, sostenute anche dalla presidente, che chiedevano elezioni eque. Questa richiesta è stata appoggiata dal Parlamento Europeo, che ha adottato una risoluzione in cui chiedeva nuove elezioni allo stato del Caucaso. In risposta, Iraqli Kobakhidze, il primo ministro e appartenente a SG, ha dichiarato che la Georgia avrebbe sospeso il percorso di adesione all’Unione Europea per quattro anni, fino al 2028, e che avrebbe rifiutato di ricevere qualsiasi tipo di finanziamenti da essa. Questa dichiarazione ha fomentato ancora di più il dissenso del popolo georgiano. Anche se una parte della popolazione, specialmente quella che risiede nelle campagne, si sente ancora legata al passato sovietico, secondo alcuni sondaggi, l’80% supporta l’entrata del paese nell’UE. Di conseguenza, centinaia di persone si sono riunite di fronte al parlamento a Tblisi a protestare con bandiere dell’Unione Europea e ben presto la manifestazione si è diffusa anche in altre città del paese. La polizia ha cercato di disperdere la folla in modo violento, utilizzando gas lacrimogeni e idranti, arrivando anche a colpire i dimostranti con bastoni e arrestando più di 400 persone, tra cui diversi giornalisti. Molti sono stati ospedalizzati, riportando ferite medio-gravi. Per giustificare gli eventi, il primo ministro Kobakhidze ha affermato che le proteste sono di natura violenta che sono state istigate e finanziate dall’Occidente. Kobakhidze ha anche accusato l’UE di ricattare il paese, affermando che comunque la Georgia non avrebbe abbandonato il percorso di adesione all’Unione. Inoltre, il 14 dicembre di quest’anno ci sarebbero dovute essere le elezioni presidenziali. Considerata la situazione, però, la presidente Zourabichvili si è rifiutata di lasciare la carica. La presidente è stata infatti l’ultima ad essere eletta con il voto popolare, dato che nel 2017 il governo ha apportato una riforma costituzionale che ha abolito il voto diretto per eleggere il presidente. Di conseguenza, ora c’è un gruppo di 300 persone, di cui buona parte composta dai parlamentari appartenenti a SG, a dover eleggere il nuovo presidente. Questo ha di fatto provocato una spaccatura ancora più profonda nella politica del paese. Zourabichvili ha affermato “vogliamo che il nostro destino europeo ci venga restituito” e si è successivamente incontrata con il presidente francese Macron e con lo statunitense Trump. La Commissione Europea ha invece proposto l’obbligo di viaggiare con il visto in Europa per i funzionari in possesso di un passaporto diplomatico. Sono state proposte anche delle sanzioni, bloccate, però, dalla Slovacchia e Ungheria con il diritto di veto.
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato che le rivolte sono opera dell’Occidente che vuole destabilizzare la situazione interna georgiana, al contrario della Russia. Ha inoltre affermato che le proteste ricordano la rivoluzione arancione ucraina del 2004 e Maidan, la rivoluzione avvenuta sempre in Ucraina nel 2013 a seguito del rifiuto dell’allora in carica presidente Viktor Yanukovych di firmare l’accordo di associazione con l’UE, che aveva portato la Russia ad invadere la Crimea e supportare il separatismo del Donbas.
Le proteste sono ancora in corso a quasi un mese di distanza dalla decisione di SG riguardo l’adesione all’UE. Molti dimostranti hanno dichiarato che non si sarebbero fermati fino a quando le loro richieste non sarebbero state ascoltate. Questo dimostra la forte volontà del popolo georgiano di rifiutarsi di accettare un futuro lontano dall’Unione Europea e sempre più vicino all’influenza russa, sebbene il paese stia prendendo sempre più una deriva autoritaria lontana dai desideri dei cittadini dello stato caucasico.
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L'Autore
Angela Sartori
Angela Sartori si è laureata in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES) presso l'Università di Bologna. Le tematiche che ha affrontato durante il suo corso di studi si sono concentrate principalmente sui fenomeni migratori e sulle problematiche legate alle minoranze etniche, nonché sulle relazioni lasciate dall'eredità sovietica in particolare in Ucraina, nella Federazione Russa e negli stati del Caucaso meridionale.
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