Le condanne nei confronti degli oppositori politici al regime autoritario di Kais Saied in Tunisia sono sempre più frequenti, come dimostra una serie di arresti verificatasi a giugno di quest’anno.
Il 24 giugno l’attivista Saadia Mosbah, presidente dell’associazione antirazzista “Mnemty” è stata condannata a otto anni di prigione per presunta frode finanziaria, insieme ad una multa di circa 41,400 dollari americani.
Il giorno successivo, il 25 giugno, Sihem Bensedrine, una delle più importanti giornaliste e attiviste tunisine, è stata condannata a 25 anni di carcere. La sentenza prevede inoltre che, insieme ad altri accusati, dovrà contribuire a pagare una multa corrispondente a circa 600 milioni di dollari americani. La donna è stata sottoposta a processo in virtù di casi legati al ruolo di presidente della Commissione per la Verità e la Dignità che ha ricoperto dal 2014 al 2018. Bensendrine da circa 40 anni è una delle attiviste di riferimento del Paese, e più volte è stata condannata: già nel 1987, sotto la presidenza di Habib Bourguiba, e anche nel 2021 sotto la presidenza di Ben Ali. Tra il 2010 e la rivoluzione del 2011 la donna è stata pure in esilio. La sua biografia riflette la storia di un Paese che da decenni criminalizza chi lotta per i diritti umani e la democrazia.
Ancora il giorno successivo, il 26 giugno 2026, la Corte di appello di Tunisi ha condannato a un anno di carcere la giornalista indipendente Zied El-Heni, notoriamente critica nei confronti del presidente. Proprio durante una conferenza che aveva tenuto a inizio Aprile presso una facoltà di giurisprudenza, Zied El-Heni aveva denunciato che numerosi giornalisti erano stati ingiustamente accusati ed incarcerati, e aveva definito criminali i giudici responsabili di queste decisioni.
Altri nomi di giornalisti che sono stati quest’anno processati e incarcerati sono Mourad Zeghidi (processato a maggio) e Borhen Bsaies, il cui processo è stato definito una “persecuzione legale” da parte della ONG “Reporters without Borders”.
Questa serie di arresti politici nei confronti di giornalisti e attivisti, aumentati vertiginosamente negli ultimi mesi, sono il frutto di un controllo sempre più stretto del potere giudiziario da parte della politica, e in particolar modo dal presidente. Saied, infatti, è ormai al potere da quasi cinque anni, durante i quali ha rafforzato sempre di più la propria influenza sui giudici, arrivando addirittura a sciogliere l’Alto Consiglio della Magistratura nel 2022. Durante questi anni, il presidente ha reso la detenzione arbitraria il più importante e preoccupante strumento di repressione politica, come aveva già osservato Human Rights Watch nel 2015.
In risposta a questa continua negligenza nei confronti dell’indipendenza del potere legislativo, il 18 giugno centinaia di avvocati hanno manifestato il loro dissenso e chiesto maggiore trasparenza nei processi tramite uno sciopero generale che ha coinvolto tutto il Paese.
Il rispetto dei diritti umani fondamentali in Tunisia è dunque fortemente compromesso anche da un sistema di controllo politico sulla magistratura che sottopone a processo gli oppositori politici. In questo quadro, i Paesi Europei condividono una certa responsabilità, tentennando a prendere le distanze e a criticare la Tunisia, ritenuta utile come barriera nei confronti dei migranti che intendono attraversare il mediterraneo. Tale atteggiamento, tuttavia, rischia di compromettere la coerenza politica e morale di un’Unione che si presenta come paladina dei diritti umani.
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L'Autore
Giovanni Graziano
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Diritti uman giornalisti dissenso libertà di parola