L’AMERICA DEI NONNI ARRIVATI COL SOGNO, L’AMERICA CHE OGGI ESPELLE IL SOGNO

  Articoli (Articles)
  Blerina Ymeri
  31 July 2025
  5 minutes, 10 seconds

Le origini di Trump

Per ricostruire l’albero genealogico di Donald Trump e capire come sia arrivato negli Stati Uniti d’America occorre partire dai suoi nonni, entrambi nati a Kallstadt, nel Land della Renania-Palatinato, dunque di ascendenza tedesca. Il nonno, Friedrich Trump, emigrò negli Stati Uniti senza aver adempiuto all’obbligo di leva; quando tornò in patria, ormai benestante, ricevette una lettera datata 27 febbraio 1905 che gli intimava di lasciare il paese entro il 1° maggio dello stesso anno. Fu quindi costretto a rientrare negli Stati Uniti. Il padre di Donald, per evitare i linciaggi rivolti ai tedeschi durante la Prima guerra mondiale, si presentava invece come svedese o danese, complice una certa somiglianza sia fisica sia culturale con quelle popolazioni.

One Big Beautifull Bill

Già in campagna elettorale Donald Trump aveva promesso di “chiudere il rubinetto” dell’immigrazione; poche settimane dopo il nuovo giuramento la promessa è diventata prassi. Il 25 gennaio un volo con 88 cittadini brasiliani – imbarcati in manette – è atterrato a San Paolo provocando l’immediata protesta del governo Lula. Tre giorni più tardi due charter con 201 persone sono stati respinti a Bogotà: la Colombia ha addirittura vietato agli aerei statunitensi di toccare pista finché Washington non avesse dato garanzie sul rispetto dei diritti dei rimpatriati. Nel frattempo, con la fine delle tutele straordinarie per i venezuelani decretata a maggio dalla Corte Suprema, l’amministrazione ha ripreso anche i voli verso Caracas, nonostante l’assenza di rapporti consolari pieni.

Nella seconda metà del 2025 la strategia migratoria di Donald Trump è passata dalle promesse elettorali a un’intelaiatura legislativa capace di muovere miliardi di dollari e migliaia di agenti. Cuore dell’operazione è la One Big Beautiful Bill (OBBB), un maxi-provvedimento di circa 170 miliardi di dollari destinato alla “sicurezza dei confini”. Di questi, quasi 30 miliardi finanziano direttamente le operazioni di arresto e rimpatrio gestite da Immigration and Customs Enforcement (ICE), mentre 45 miliardi servono a costruire nuovi centri di detenzione che porteranno la capienza federale oltre quota 100 000 posti letto: un raddoppio netto rispetto al 2024.

L’impatto non è solo contabile. Secondo analisi indipendenti, oltre l’80 % di quelle strutture sarà gestito da colossi privati, consolidando un mercato carcerario che vede già oggi nove detenuti su dieci affidati a imprese come Geo Group o CoreCivic. Allo stesso tempo, il bilancio autorizza l’assunzione di 10 000 nuovi agenti e prevede rimborsi agli Stati che firmano accordi di collaborazione con ICE, spingendo le autorità locali a trasformarsi in moltiplicatori di arresti.

Il meccanismo funziona a quote giornaliere: prima 3 000, ora 7 000 fermi al giorno. Il coordinatore di questa macchina, l’ex direttore ICE Tom Homan, ha definito il nuovo obiettivo «ambizioso ma necessario a difendere i posti di lavoro degli americani». Economisti come Giovanni Peri, però, ricordano che deportare milioni di lavoratori rischia di danneggiare la stessa produttività statunitense, specie in settori ad alta intensità di manodopera dove gli immigrati colmano carenze croniche di personale.

A rendere il cocktail ancora più potente c’è l’architettura giuridica introdotta dall’OBBB: la definizione di “minaccia alla sicurezza” si amplia a semplici contravvenzioni amministrative e un allegato tenta di derogare ai limiti imposti dal Flores Settlement sul tempo massimo di detenzione dei minori. Ne risulta un sistema “a dragnet”, denunciato dalle associazioni come una rete che pesca chiunque capiti a tiro, compresi i cosiddetti Dreamers arrivati da bambini.

Lotta allo ius soli

La seconda gamba del progetto trumpiano è l’attacco al principio di cittadinanza per nascita. Il 21 gennaio il Presidente ha firmato un ordine esecutivo che nega la cittadinanza ai figli di genitori privi di status regolare, modificando di fatto una prassi consolidata dal 14º Emendamento del 1868. Il provvedimento è stato subito impugnato e bloccato da più tribunali di distretto, ma la partita si è spostata rapidamente alla Corte Suprema.

Il 17 aprile i giudici hanno fissato un’udienza per il 15 maggio con l’obiettivo di stabilire se l’Esecutivo possa sospendere un diritto definito “fondamentale” da oltre un secolo di giurisprudenza. Nel frattempo, l’Amministrazione ha chiesto di limitare le cosiddette ingiunzioni universali, sostenendo che impediscono al governo di «svolgere le proprie funzioni». La tesi ha trovato sponda il 27 giugno, quando un verdetto a maggioranza ha ridotto il raggio d’azione dei tribunali di primo grado, consentendo all’ordine di Trump di entrare in vigore almeno negli Stati non ricorrenti.

Il risultato è una cittadinanza “a macchia di leopardo”: due neonati nati lo stesso giorno possono ritrovarsi con diritti opposti a seconda del luogo di nascita. I legali delle ONG parlano di rischio apolidia; il Dipartimento della Giustizia replica invocando il «potere sovrano di regolamentare chi appartiene alla nazione». Le tappe processuali dimostrano però quanto la questione sia tutt’altro che chiusa. La Corte dovrà bilanciare il testo cristallino dell’Emendamento — «All persons born or naturalized in the United States… are citizens» — con il tentativo presidenziale di restringerne la portata.

A fare da sfondo c’è un precedente storico: Wong Kim Ark (1898), sentenza con cui la stessa Corte sancì che la clausola di cittadinanza copre «virtualmente ogni nato sul suolo statunitense», compresi i figli di residenti non cittadini. Ribaltare quel principio non richiede solo una decisione giudiziaria; in ultima analisi, potrebbe costringere il Congresso ad affrontare l’eventualità di un emendamento costituzionale, scenario politicamente impervio.

Due pilastri, un’unica strategia

La One Big Beautiful Bill fornisce risorse logistiche e personali per un’espansione senza precedenti dell’apparato di espulsione; la stretta sullo ius soli punta a chiudere l’ultima porta d’accesso formale alla cittadinanza. Insieme riscrivono — con la legge di bilancio da un lato e la revisione di un principio cardine dall’altro — la grammatica del legame fra territorio e appartenenza. L’America ereditata dai nonni migranti di Trump si trasforma così in un Paese dove il confine non è solo una linea geografica, ma un filtro permanente che decide chi può nascere americano e chi, invece, dovrà andarsene.

Share the post

L'Autore

Blerina Ymeri

Tag

ICE Trump USA Immigration