«I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale»
Sopra ogni posizione politica, l'art. 18 della Costituzione Italiana tutela la libertà di associazione, libertà che traccia una delle linee definitorie per una democrazia e che deve essere difesa con le unghie e con i denti, anche da chi non ha aderito o non condivide determinate proteste.
Dall'ottobre del 2023 le mobilitazioni in solidarietà verso il popolo palestinese sono state numerose e molto composite, con cortei in tutte le città del mondo. Gli ultimi due mesi però hanno visto un intensificarsi delle proteste studentesche e un cambiamento nel tipo di azione: da metà aprile nelle università americane si è assistito al recupero di un modello di protesta particolare, cui gli studenti Sessantottini avevano fatto ricorso al tempo della Guerra del Vietnam: l’occupazione delle università con veri e propri accampamenti in tenda.
Sull’onda delle mobilitazioni americane anche le università d’Europa hanno iniziato ad organizzarsi, e studenti e studentesse di tante città hanno messo in pausa la loro quotidianità per dedicarsi all’occupazione, hanno piantato la propria tenda e iniziato a vivere nei cortili e negli atri delle loro università, riappropriandosi di uno spazio che sentono loro e rendendo quegli spazi una nuova casa, creando gruppi solidali e collaborativi, organizzando pasti collettivi ed eventi formativi aperti a tutta la comunità con l’obiettivo di far conoscere la causa palestinese e le richieste studentesche anche al resto della popolazione cittadina.
In Italia la prima a mobilitarsi è stata l’Università di Bologna, il 5 maggio, seguita poi da quelle di altre città più o meno grandi del paese; ad oggi le acampade, questo il nome della modalità di protesta, sono in più di trenta atenei e gli studenti avanzano richieste ben precise: dall’interruzione di rapporti e collaborazioni tra le università e le aziende israeliane, oltre che con le aziende italiane produttrici di armi, alle prese di posizione contro il genocidio in corso.
Ci siamo chiesti cosa pensano e come si sentono gli studenti a partecipare ad un movimento come questo, e quali siano le reazioni delle istituzioni e dell’opinione pubblica. Abbiamo parlato direttamente con alcuni degli studenti che stanno protestando alla Sapienza di Roma, alla Statale e al Politecnico di Milano e all’Università di Pavia, per sapere da loro quali sono i sentimenti che li animano e cosa pensano della (ri)trovata partecipazione politica.
L’adozione del modello dell’acampada è stata una scelta dettata dall’esigenza di garantire una mobilitazione costante, e permettere la costruzione di uno spazio di confronto con le istituzioni, i professori e la società civile. Se a Milano una delegazione studentesca è riuscita a partecipare al Senato accademico, a Pavia e a Roma la risposta dei rettori è stata negativa. Nel primo caso, la chiusura del rettore è stata totale: ha infatti comunicato che avrebbe accettato una delegazione solo se composta esclusivamente di studenti palestinesi, imponendo di fatto loro di esporsi in modo pericoloso, trattandosi di studenti con visto, le cui famiglie vivono in Palestina e lavorano in Israele; ha poi rifiutato l’alternativa proposta dagli studenti, una rappresentanza mista con un solo studente italo-palestinese.
A Roma, alla negazione di dialogo da parte di Senato e rettorato è seguita una risposta collaborativa di dottorandi e professori, che hanno organizzato comitati e assemblee miste: basti pensare al “Comitato Sapienza per la Palestina”, un gruppo di docenti, ricercatori e dottorandi che partecipa alla mobilitazione per l’implementazione delle misure anti-genocidio, raccomandate dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia (cfr. Risposta del CS.Palestina al documento del SA del 16.04.2024).
Meno esplicite le reazioni dei professori a Pavia e Milano, dove si è ricevuto un appoggio ideologico, ad esempio dando spazio in aula alle istanze della protesta o tenendo lezioni all’aperto, ma senza prese di posizione ufficiali.
Sono stati invece riportati grande solidarietà e sostegno da parte delle comunità cittadine, dimostrati con l’offerta di cibo e oggetti utili all’accampamento. L’opinione pubblica, ci dicono, ha reagito positivamente: a Pavia il porticato del cortile è una via di passaggio della città attraversato quotidianamente dai cittadini, i quali sono incuriositi e si fermano a fare domande e a mostrare supporto; a Roma lo spazio occupato è quello del pratone antistante le aule T1 e T2, che è sempre stato aperto e frequentabile, mentre dalla scorsa settimana l’apertura di un cantiere prevista da tempo in quello spazio sta causando notevoli disagi e un maggior isolamento dal diretto contatto con altri universitari e i cittadini.
Tutti gli studenti intervistati hanno raccontato come questa protesta ha unito, in un coro collettivo, il bisogno individuale di avere una voce, ha creato una comunità che fa da amplificatore ad un sentore generazionale: secondo gli intervistati questo movimento è stimolo e insieme sintomo di ciò che sentono gli studenti, è una molla per future rivendicazioni ma anche la risposta ad un mondo che non rispecchia le loro idee.
Ma perché proprio la causa palestinese, sopra ad altre (Ucraina, Nagorno-Karabakh...), è riuscita ad essere collante e catalizzatore?
Le proteste per la liberazione della Palestina sono indicate come un simbolo dell’autodeterminazione dei popoli e veicolano la rivendicazione di libertà per tutte le condizioni di oppressione. La così vasta e trasversale partecipazione è dovuta al diretto coinvolgimento nel conflitto delle istituzioni, tramite sostegno politico, ideologico e tecnologico; qui il senso del boicottaggio anche accademico, cioè la richiesta di interrompere i rapporti con le università israeliane e non solo con le aziende: queste sarebbero piena parte del meccanismo colonizzatore, sorgendo in parte su territori occupati, e le ricerche proposte in collaborazione con esse mostrano di essere sempre più dual use, ovvero utilizzabili sia a scopo civile sia militare. Obiettivo “second best” di cui ci parlano gli studenti e professori di Roma è difatti quello di revisionare gli accordi con un occhio più accorto ed attento ai profili dell’utilizzabilità militare delle ricerche: si parla di una maggior “due diligence” nella predisposizione degli accordi.
Contro il senso comune delle istituzioni, gli studenti sentono di star riscoprendo un buon senso che “se ne stava nascosto”.