Le sanzioni USA contro Francesca Albanese, relatrice speciale sui territori palestinesi occupati

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  Giorgia Savoia
  29 September 2025
  2 minutes, 57 seconds

Il 9 luglio 2025 il governo degli Stati Uniti ha irrogato sanzioni nei confronti di Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. L’annuncio del Segretario di Stato Marco Rubio ha scatenato un’ondata di riflessioni e interrogativi sulla giustizia internazionale, sull'efficacia delle Nazioni Unite e sulla protezione degli esperti indipendenti che agiscono adempiendo al loro mandato, nonché su quanto l'economia attuale sia interconnessa. 

La decisione è giunta pochi giorni dopo la pubblicazione dell’ultimo rapporto di Albanese, intitolato From economy of occupation to economy of genocide, nel quale la Relatrice, che svolge un incarico da indipendente e non retribuito, ha documentato come numerose aziende, incluse importanti corporation statunitensi, abbiano contribuito e continuino a contribuire a pratiche qualificate come genocidio commesse dalle autorità israeliane, traendone profitto; qualificate come genocidio non solo dalla stessa Relatrice ma anche da diverse voci autorevoli del panorama internazionale.

Le sanzioni sono state adottate ai sensi dell’Ordine Esecutivo 14203, emanato dal presidente Donald Trump nel febbraio 2025, che autorizza restrizioni di visti e sanzioni economiche contro individui coinvolti nelle indagini della Corte Penale Internazionale relative a cittadini statunitensi o di Paesi alleati. È utile ricordare che né gli Stati Uniti né Israele hanno ratificato lo Statuto di Roma.

Nel comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato si afferma che Albanese avrebbe “collaborato con la Corte penale internazionale per indagare, arrestare, detenere o perseguire cittadini statunitensi o israeliani senza il consenso dei rispettivi governi”. Washington accusa inoltre la Relatrice di “sfrenato antisemitismo” e di “sostegno al terrorismo”, dichiarandola inadatta al suo ruolo ONU.

La risposta di Francesca Albanese è stata immediata: in un post su X ha ribadito il suo impegno per la giustizia, mentre in una conferenza stampa a Palazzo Madama il 4 settembre ha descritto l’impatto devastante delle misure sulla sua vita privata e familiare. Ad Albanese, infatti, è vietato l'ingresso negli Stati Uniti, ha subito un congelamento dei conti bancari esistenti e di conseguenza è impossibilitata ad aprirne di nuovi, anche in Italia. Inoltre chiunque abbia cittadinanza, residenza, beni o interessi economici negli Stati Uniti e intrattenga rapporti con lei rischia gravi sanzioni penali ed economiche (fino a 20 anni di carcere e multe fino a 1 miliardo di dollari). Una misura che colpisce non solo Albanese, ma anche la sua famiglia: la figlia è cittadina statunitense e il marito lavora per un’organizzazione americana.

In seguito alle sanzioni, l’ONU ha chiesto la revoca immediata, esprimendo preoccupazione per l'intero sistema della giustizia internazionale e dei diritti umani. Amnesty International ha parlato di “attacco spudorato e trasparente ai principi fondamentali della giustizia internazionale”, mentre Commissione Internazionale dei Giuristi (ICJ) ha denunciato una violazione della Convenzione sui privilegi e le immunità delle Nazioni Unite del 1946, che tutela gli esperti ONU nell’esercizio delle loro funzioni.

    Sebbene non siano una novità le sanzioni individuali, questa è la prima volta che colpiscono un Relatore Speciale indipendente delle Nazioni Unite per atti compiuti nell’adempimento del proprio mandato. Queste sanzioni rappresentano un potente strumento di isolamento personale e professionale, che dovrebbe farci riflettere sull'intero sistema di diritto internazionale e sulle sue debolezze. 

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    Giorgia Savoia

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    Francesca Albanese United Nations sanzioni USA Israele #genocide Palestina Trump