L’Europa alla prova delle materie prime: la nuova dipendenza che rischia di frenare la transizione verde

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  Elisa Parisi
  25 March 2026
  5 minutes, 21 seconds

Una crisi che non è più solo energetica

Mentre la guerra in Iran riportava sotto pressione una delle principali arterie energetiche globali - tra attacchi alle infrastrutture e il blocco intermittente dello Stretto di Hormuz - l’Unione europea accelerava per chiudere un accordo commerciale con l’Australia rimasto sospeso per anni. Non si tratta di due dossier separati, ma di due manifestazioni della stessa urgenza: mettere in sicurezza le basi materiali dell’economia europea in un contesto internazionale sempre più instabile.

La crisi mediorientale ha avuto un effetto immediato sui mercati, ma il suo impatto più significativo è stato di natura strutturale. Ha reso evidente che, nonostante gli sforzi di diversificazione seguiti allo shock del gas russo, l’Europa resta esposta a vulnerabilità esterne. Più ancora, ha messo in luce una contraddizione che attraversa la strategia europea: la transizione energetica, pensata come strumento di emancipazione geopolitica, rischia di produrre una nuova forma di dipendenza.

Ridurre il peso dei combustibili fossili significa infatti aumentare la domanda di materie prime critiche - litio, cobalto, nichel, rame e terre rare - indispensabili per batterie, rinnovabili, tecnologie digitali e sistemi di difesa. In questo passaggio, la sicurezza energetica si trasforma progressivamente in sicurezza delle risorse. La guerra in Iran ha quindi funzionato da acceleratore, rendendo evidente che la questione non è più soltanto energetica, ma industriale e geopolitica insieme.

Dalla dipendenza energetica alla dipendenza materiale

La fragilità europea emerge con chiarezza se si osserva la struttura delle catene di approvvigionamento. Negli ultimi decenni, la Cina ha costruito una posizione dominante non solo nell’estrazione, ma soprattutto nella raffinazione e lavorazione delle materie prime critiche, controllando di fatto i passaggi chiave della filiera. Questo le consente di esercitare un’influenza che va ben oltre il mercato, come dimostrano i controlli alle esportazioni introdotti dal 2023 su materiali come gallio, germanio, tungsteno e terre rare pesanti, che hanno già causato interruzioni nelle catene produttive globali.

L’Europa, al contrario, si trova in una posizione di forte dipendenza, aggravata da una limitata capacità interna di trasformazione e da tempi lunghi per lo sviluppo di nuove miniere o impianti. In questo contesto, la diversificazione delle forniture appare necessaria ma non sufficiente. Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce RESourceEU, il piano presentato dalla Commissione a dicembre per ridurre la dipendenza da fornitori esterni, in primis la Cina.

L’iniziativa si muove su più livelli, ma uno degli elementi più rilevanti è la creazione di una riserva strategica europea di materie prime critiche. L’idea è semplice quanto ambiziosa: costruire scorte comuni per proteggere l’industria europea da shock improvvisi, garantire la continuità della produzione - in particolare nei settori della difesa e della transizione energetica - e guadagnare tempo in un contesto in cui la diversificazione richiederà anni.

Dietro questa strategia, tuttavia, emerge anche un dato politico significativo. Secondo fonti coinvolte nei lavori preparatori, l’attuazione del piano sta prendendo forma attraverso una divisione dei compiti tra Stati membri: la Francia dovrebbe occuparsi del finanziamento degli acquisti, la Germania dell’approvvigionamento e l’Italia dello stoccaggio. Un modello che richiama, almeno in parte, precedenti esperienze europee di gestione comune delle crisi, ma che evidenzia anche la necessità di coordinare interessi nazionali diversi all’interno di una strategia condivisa.

Allo stesso tempo, i progressi restano lenti. I lavori sono affidati a gruppi tecnici incaricati di valutare volumi, logistica e costi, mentre le infrastrutture di stoccaggio - anche attraverso operatori privati - sono ancora in fase di definizione. Questa lentezza riflette un limite più ampio: la difficoltà europea nel tradurre rapidamente le decisioni politiche in strumenti operativi efficaci, soprattutto in un settore che richiede investimenti ingenti e una forte capacità di coordinamento.

L’accordo con l’Australia e i limiti della risposta europea

In questo quadro, l’accordo in via di definizione con l’Australia rappresenta un tassello fondamentale di una strategia più ampia. Dopo anni di negoziati interrotti, Bruxelles e Canberra hanno accelerato verso un’intesa che va ben oltre il commercio tradizionale. L’obiettivo non è più soltanto facilitare gli scambi, ma garantire all’Europa un accesso stabile a materie prime critiche provenienti da un partner politicamente affidabile e inserito in una delle regioni più dinamiche del mondo, l’Indo-Pacifico.

L’intesa si inserisce in una rete più ampia di partenariati che l’Unione sta cercando di costruire con paesi come Canada, Cile, Kazakistan e Ucraina, nel tentativo di ridurre la concentrazione delle forniture. Tuttavia, anche questo attivismo evidenzia un ritardo strutturale. La competizione globale sulle materie prime è già in una fase avanzata e altri attori, in particolare gli Stati Uniti, hanno adottato strategie molto più aggressive, basate su investimenti diretti e acquisizioni su larga scala.

Il confronto è inevitabile. Mentre Washington mobilita capitali e interviene direttamente sul mercato, l’Europa continua a muoversi attraverso un mix di regolazione, partenariati e strumenti finanziari ancora limitati rispetto alla scala della sfida. Anche RESourceEU, pur segnando un cambio di passo, rischia di rimanere insufficiente se non accompagnato da un rafforzamento significativo delle risorse e da una governance più snella.

La guerra in Iran ha reso evidente che il tempo per una risposta graduale è ormai esaurito. La sicurezza energetica e quella delle materie prime sono diventate due dimensioni inseparabili, e la capacità di gestirle determinerà il posizionamento dell’Europa nel sistema internazionale. Se il continente vuole evitare di sostituire una dipendenza con un’altra, dovrà trasformare le proprie ambizioni in capacità concreta: investire su larga scala, costruire filiere industriali complete e agire con una rapidità finora inedita.

In gioco non c’è solo la transizione ecologica, ma la possibilità stessa per l’Europa di definire le proprie condizioni di sviluppo in un mondo sempre più competitivo. La sovranità, oggi, passa da qui.

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Elisa Parisi

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